Le 25 primavere di papa Wojtyla

Venticinque anni non sono un quarto di secolo. Oggi sono molto di più. E se è vero per la storia, che ha subìto una vorticosa accelerazione, lo è ancora di più per il pontificato di Giovanni Paolo II. La sua azione, infatti, sostenuta da quell’inesauribile creatività di cui solo un mistico può disporre, ha reso denso ogni anno del suo papato, provocando un effetto di dilatazione del già ampio lasso di tempo che corre da quel 16 ottobre 1978, giorno dell’elezione. “Non è bene che un papa viva per vent’anni. È anormale e non produce buoni frutti”, scriveva il cardinale Newman nell’Ottocento. “Se il pontificato di Giovanni Paolo II è “anormale” – ha scritto Domenico Del Rio nel lucido Karol il Grande (Paoline), uscito postumo – lo è per grandiosità, per immaginazione e per aver prodotto buoni frutti”. Il card. Wojtyla era giovane, con i suoi 58 anni. Tornava sulla cattedra di Pietro un non italiano, dopo l’olandese Adriano VI nel 1522. Primo slavo, veniva dalla martoriata Europa dell’Est, dall’impero dell’ateismo. “Ho timore “, confidò negli ultimi scrutini del conclave al suo primate, card. Wyszynski. “Se ti eleggono – fu la risposta -, ti prego, non rifiutare”. E dopo una pausa: “Dovrai accompagnare la chiesa al Terzo millennio”. Un compito immane, una premonizione esatta. In questi venticinque anni, in cui la storia ci ha fatto assistere a quasi tutto, Giovanni Paolo II è stato straordinario protagonista. È la voce ascoltata e accettata ben oltre la cattolicità, perché interprete della coscienza planetaria dell’umanità. Sì, quell’inconfondibile voce stentorea che scandì il suo primo annuncio (“Non abbiate paura!”) e riportò a vivezza espressioni consunte come quel “Sia lodato Gesù Cristo”. “Un papa sovversivo”, sentenziò acidamente dopo l’elezione la Tass, l’allora agenzia di stampa sovietica. E vide giusto, perché di sovvertimenti ne ha provocati a iosa. Un riconoscimento storico tributatogli anche dall’autorevole settimanale Time, che nel 1994 lo elesse “Uomo dell’anno”, con una lapidaria motivazione: “Le sue idee sono molto diverse da quelle della maggior parte dei mortali. Sono più grandi”. Vittima di un grave attentato nel giorno anniversario della prima apparizione della Madonna a Fatima, Giovanni Paolo II ha poi “affidato” il mondo a Maria e svelato la terza parte del segreto confidato dalla Madre di Dio ai tre pastorelli portoghesi. Le interpretazioni del suo pontificato sono molteplici. Si parla di lui come di un pellegrino per il mondo e di un papa politico, di un uomo di chiesa aperto sui temi sociali e chiuso in fatto di fede e di morale, di un progressista nel mondo e conservatore nella chiesa. Ne risultano semplificazioni eccessive nei confronti di un papato ricco e complesso. “Mi ha giovato più quell’esperienza che il dottorato in teologia”, precisò all’esordio, ricordando la sua espe- rienza di operaio alla Solvay. E le encicliche e i pronunciamenti sui temi del lavoro e dei diritti umani sono d’avanguardia. Così come, tra gli altri, i suoi approfondimenti sul matrimonio l’amore umano, sul corpo e il sesso. È, questo, un capitolo coraggiosamente aperto. Altrettanto vale per quanto papa Wojtyla stesso ha definito “teologia della donna”, facendo prendere coscienza del “genio femminile” e dell’apporto che potrebbe offrire anche in seno alla chiesa senza ricorrere necessariamente al sacerdozio femminile. È stato paragonato ai grandi pontefici della storia, come Innocenzo III Gregorio VII. Uno dei suoi primi viaggi fu nell’ortodossa Istanbul, poi è riuscito a realizzare il grande desiderio di recarsi a Gerusalemme (chi dimenticherà l’immagine di lui raccolto in preghiera Muro del pianto?). Mosca è invece rimasta un tabù ed un vivo dolore. Ma, intanto, pur malfermo e con la parola incerta, papa Wojtyla, progetta per il prossimo anno viaggi in Svizzera, Austria, Polonia e forse Francia. In Vaticano, prudenti, dicono: “Si vedrà “. Auguri riconoscenti, indomito pellegrino.

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