L’avventura dell’Eni in Qatar

La novità dell’accordo di lunga durata, fino al 2046, siglato tra l’Eni, la maggiore azienda energetica italiana, e il Qatar, leader mondiale nella produzione di gas naturale liquefatto.
Eni in Qatar. Foto archivio ceo Eni Claudio De Scalzi - Roberto Monaldo / LaPresse

I tecnici dell’ENI sono dei veri specialisti nella ricerca di giacimenti di gas naturale: nell’ultimo decennio hanno individuato nel Mediterraneo orientale Zohr, un giacimento da 30 MTA (milioni di tonnellate all’anno) nelle acque profonde davanti all’Egitto, per anni cercato inutilmente da altre aziende dopo la scoperta del giacimento Leviathan da 8 MTA nelle acque di Israele.

Negli stessi anni hanno individuato nelle acque profonde davanti al Mozambico un altro enorme giacimento, il cui gas sarà a breve trattato e liquefatto nell’impianto galleggiante appena varato in Corea, il Coral Sul FNGL:  un miracolo dell’ingegneria, il terzo al mondo, che pesa 220.000 tonnellate, è ancorato sul fondo del mare con ormeggi pesanti 8.000 tonnellate, dispone di alloggi su otto piani per 350 lavoratori e nei suoi 440 metri di lunghezza potrebbe ospitare quattro campi da calcio.

Nel Coral Sul FNGL viene convogliato, per essere purificato e liquefatto in LNG, il gas proveniente dai pozzi profondi del giacimento: da esso caricherà la prima nave che entro fine anno giungerà, in risposta ai ricatti di Putin, ai nostri impianti  di ri-gassificazione.

Non stupisce quindi che l’ENI sia stato scelto dallo Stato del Qatar come partner nella prima Joint Venture nata per finanziare ed attuare il progetto di espansione della sua già enorme produzione, da 77 a 110  MTA  di LNG; successivamente sono state formate altre due Joint Ventures del Qatar con i colossi del settore, la Conoco Philips e la Exxon Mobil, società che già acquista il 70 % della produzione attuale.

L’investimento totale è notevole, 28,75 miliardi di dollari per produrre una quantità di gas naturale pari ad un terzo di quello oggi importato in Europa dalla Russia, maggiore dei 19 MTA che l’Italia negli ultimi anni ha importato dalla stessa fonte.

La quota di investimento di ENI è di un quarto del 12,5 % dell’investimento riservato alla prima Joint Venture, comporterà un impegno finanziario di circa 900 milioni di dollari e produrrà la disponibilità di oltre 1 MTA di LNG dal 2025 al 2046: una data quest’ultima molto prossima al 2050, in cui l’Europa avrà molto ridotto l’energia di origine fossile, quindi anche da LNG, per rispettare l’impegno di Parigi della neutralità climatica.

La guerra in Ucraina ha purtroppo messo in secondo piano l’impegno ambientale, per il prossimo inverno in vari Paesi europei si programma di riattivare centrali a carbone appena dismesse, che a parità di energia prodotta emettono il doppio di gas serra del gas naturale.

Va pure detto che questi programmi di emergenza sono accompagnati da una nuova determinazione di imprese e governi al risparmio di energia e all’adozione di energie rinnovabili: l’ENI a quanto pare per il lungo termine ha scelto la strada della fusione nucleare, i cui impianti sono ancora in sperimentazione.

Impegnandosi nel progetto Qatar, i dirigenti dell’ENI avranno certamente valutato la validità finanziaria del progetto per tutta la sua durata, anche negli anni in cui buona parte dell’LNG non dovrebbe più essere usato tal quale per produrre energia.

Probabilmente per quegli anni avranno pensato al suo utilizzo per trasformarlo in idrogeno laddove lo si estrae, catturando e sequestrando nei pozzi esausti l’anidride carbonica che nella trasformazione si produce ed inviando l’idrogeno tramite idrogenodotti o nuove infrastrutture dedicate al trasporto dal Medio Oriente all’Europa.

Oppure, se in quegli anni si sarà consolidata la tecnica sperimentata in Germania nell’istituti IAS di Potsdam ed in quello di Karlsruhe avviato dal premio Nobel Carlo Rubbia, un’altra opzione sarà la costruzione di impianti ad alta temperatura per la scissione del metano su sali fusi direttamente in idrogeno e carbonio solido, da utilizzarsi quest’ultimo per produrre acciaio o fibre di carbonio.

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