Il lavoro oltre la pena

Il rapporto tra alcuni giovani volontari e il comitato dei detenuti “Break the wall” di Rebibbia, dentro le contraddizioni del sistema carcerario italiano. La vera sicurezza comincia combattendo le diseguaglianze sociali e l’emarginazione

Secondo Zygmunt Bauman, il noto sociologo e filosofo polacco scomparso lo scorso gennaio, la nostra società ha fatto del carcere «lo strumento principale di una profezia che non può non avverarsi. Ciò non vuol dire che non ci siano altre cause della criminalità e che non ci siano criminali; vuol dire però che il rifiuto/esclusione praticato mediante il sistema carcerario fa parte integrante della produzione sociale del crimine». La stretta relazione esistente tra condizioni di povertà, marginalità sociale ed esperienze di carcerazione sembra emergere con evidenza dai dati della Caritas italiana: disoccupazione, lavoro precario, vulnerabilità o disagio abitativo, fallimento del proprio progetto migratorio, abuso o dipendenza da sostanze stupefacenti o da alcol, sono le caratteristiche che accomunano la popolazione detenuta a quella che si rivolge ai servizi per la grave emarginazione. Come rileva l’osservatorio indipendente Open Polis, i reati più frequenti commessi dai detenuti presenti nelle carceri italiane sono quelli contro il patrimonio, contro la persona e in violazione del testo unico sugli stupefacenti. Quasi un quarto dei condannati sta scontando pene inferiori ai tre anni. Dopo il fallimento di provvedimenti emergenziali come l’indulto, il legislatore è intervenuto al fine di allargare la possibilità di scontare la pena fuori dal carcere, con la detenzione domiciliare, ciò ha prodotto alcuni effetti di rilievo. Sono invece rimasti inattuati i piani di edilizia carceraria per ristrutturare ed allargare le carceri esistenti o costruirne di nuove.

Destano particolare preoccupazione i dati relativi al sovraffollamento, in lenta risalita: a febbraio 2017 i detenuti erano circa 56 mila con un tasso di sovraffollamento intorno al 111%. Fra le positività rilevano: il calo dei suicidi, la chiusura degli Ospedali psichiatrici giudiziari e il sistema minorile, che sembra funzionare, anche grazie all’istituto della messa alla prova. Il nostro Paese, come riporta il Dossier del Senato del 2017 sulle carceri italiane, resta tuttavia lontano dal garantire il pieno rispetto della dignità del detenuto. Secondo l’osservatorio Open Polis, l’Italia resta l’unico grande Paese europeo dove oltre la metà dei condannati sconta la pena in carcere senza il ricorso alle pene alternative, che impongono di lavorare per ripagare il danno inflitto, facilitano il reinserimento in società e prevengono episodi di recidiva.

Alla luce di tali nodi irrisolti assumono valore le attività svolte da numerose associazioni e volontari, come i Giovani per un mondo unito di Roma che da alcuni anni sono entrati in contatto con il Comitato Break The Wall, un gruppo di detenuti del reparto G9 del carcere di Rebibbia, attivi nel promuovere occasioni di incontro tra i figli e genitori all’interno dell’istituto penitenziario. Quello instaurato fra i giovani e i detenuti del Comitato è ormai un serio rapporto segnato da esperienze forti e momenti toccanti; durante un incontro alcuni ragazzi hanno raccolto la testimonianza di un carcerato: «La privazione della libertà ti estranea dalla realtà, a forza di stare in cella la vista si abbassa: chi è uscito per beneficiare di permessi premio ha raccontato che faceva fatica a guardare lontano: non era più abituato a guardare l’orizzonte, lo stesso gesto in apparenza banale di attraversare la strada crea il panico, fare semplici operazioni di calcolo con i soldi al supermercato diventa un’impresa. Svolgere dei lavori all’interno del carcere significa molto. Prima impiegavo le mie capacità in attività illegali, quello che facevo però era come un gelato d’estate: si scioglie al sole. La possibilità di lavorare, organizzare manifestazioni sportive o iniziative a favore dei figli degli altri detenuti invece vale cento volte il salario. Spesso il carcere taglia i ponti con l’esterno e l’abbandono crea mostri». Inoltre, alcuni episodi eclatanti di violenza, cavalcati da media e forze politiche, alimentano il senso di insicurezza percepita risolvendosi in un’incitazione alla vendetta.

Da alcuni anni le attività e gli spettacoli organizzati all’interno del carcere coinvolgono 300 persone, fra detenuti, bambini, familiari, e 60 volontari provenienti dall’esterno. Ultimamente è nato un vero e proprio “Progetto sulla Legalità” frutto del dialogo alla pari fra i giovani, i detenuti, le educatrici e destinato, in primo luogo, a chi vive la detenzione con alcuni momenti aperti all’esterno. Attraverso libri, cineforum, esperienze e dialogo con esperti, verranno affrontati temi come: l’integrazione fra culture, il dialogo interreligioso, “la legalità del noi”, la riscoperta dei propri talenti  e attitudini nell’ottica di un futuro reinserimento professionale, la psiche e le relazioni interpersonali.

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