«Il sindacalista sia motivato ed appassionato»

All'indomani della scomparsa di Pierre Carnti, storico esponente del sindacato italiano, rendiamo accessibile un recente saggio scritto dall'ex segretario generale della Cisl sulla rivista culturale Nuova Umanità

Da tempo il sindacato è attraversato da problemi  sempre più complessi, i quali implicano risposte e soluzioni più difficili. Anche per questo, oggi, per fare il sindacalista occorre una forte motivazione e una determinante passione. Contrariamente alle illusioni di coloro che credono sia la strada più agevole per inserirsi nelle élite del potere, si tratta in realtà di un impegno assai  faticoso e con scarse gratificazioni.

Il sindacato viene infatti accomunato, da vasti settori dell’opinione pubblica, al disamore verso la politica e alla diffidenza, che arriva persino al pregiudizio negativo nei confronti delle istituzioni,  perché giudicato parte dell’establishment. Spesso viene ritenuto un vecchio cimelio, se non un ostacolo al
progresso economico.

Questa situazione riflette i cascami della cultura liberista che ha dominato il campo per oltre vent’anni, la cui tesi di fondo è che bisogna lasciar fare al mercato, sbarazzandosi di tutti i “lacci e lacciuoli” e “rottamando” quindi il sindacato, la contrattazione e in generale il ruolo dei gruppi intermedi nelle società complesse. Che restano, tuttavia, un fattore essenziale della vitalità democratica.

La deriva di questa concezione si è riflessa in primo luogo sulla politica, giudicata incapace di farsi valere, se non addirittura subordinata all’economia, alla finanza, al capitalismo. I motivi di questo sentimento negativo sono tanti, quali l’inconcludenza e una non sempre esemplare  moralità di una parte del “ceto” politico.

In un’epoca che molti definiscono post-ideologica, si rischia di non comprendere la reale natura della crisi economica e di occupazione in corso. Essa risiede nel primato assunto dalle tendenze neoliberiste del processo di globalizzazione. Il risultato è  il declino del sindacato il quale, rispetto al passato, sembra aver perso la sua azione propulsiva e fatica a essere un elemento di difesa delle classi lavoratrici. Uscire da questa crisi significa riconoscere il carattere ideologico delle trasformazioni sociali in atto e operare per attivare politiche sociali di ridistribuzione del reddito e di riorganizzazione del lavoro umano.

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