Lavorare per l’umanità

La storia ha bisogno del nostro apporto. Meno armi e più fraternità. Nel Mediterraneo si dia voce a chi cerca libertà
Giappone

Questo inizio 2011 ha conosciuto eventi di portata universale che si sono succeduti gli uni agli altri: dapprima la rivolta in Tunisia, ben presto allargatasi a tanti Paesi dell’Africa settentrionale e, in genere, del mondo arabo; quindi la micidiale sequenza terremoto-maremoto-incidente nucleare in Giappone, che ha fatto decine di migliaia di vittime e le cui conseguenze lasciano milioni di persone col fiato sospeso; infine l’intervento militare in Libia iniziato pur sotto l’egida dell’Onu, ma quando le ragioni della diplomazia e del dialogo sono rimaste inascoltate. Sembra che l’umanità non impari mai la lezione della storia che ha dimostrato con evidenza che la violenza non può generare che ulteriore violenza e che la guerra non è mai foriera di pace.

Si ha l’impressione che la storia viva una forte accelerazione, impensabile in altre epoche in cui le comunicazioni erano più lente e più scarse, e la condivisione delle tragedie a livello planetario molto più blanda e ritardata. Ma anche perché sono in atto fenomeni di portata globale e grandi trasformazioni della società, dell’economia e della politica che stanno avvenendo sotto i nostri occhi.

 

Sono convinta che non si possa più vivere rintanati nel nostro particolare rassicurante, senza alzare lo sguardo verso chi anela ad una maggiore libertà, in Paesi spesso dominati per decenni da dittature più o meno mascherate. Non possiamo non tendere la mano verso chi soffre per le violenze della natura o per le imprevidenze dell’uomo. E dobbiamo condividere le conseguenze di una guerra che ricorda tanto altre guerre che si sono rivelate tutt’altro che risolutive. Scriveva Chiara Lubich decenni addietro: «Chi sta vicino all’uomo e lo serve nei suoi minuti bisogni, è facile comprenda anche i vasti problemi che travagliano l’umanità; ma chi – privo di carità – sta assiso mattino e sera a tavolino per trattare e discutere i grandi problemi del mondo, finisce col non comprendere quei pochi che incombono su ogni fratello che gli vive accanto».

 

Eppure c’è qualcosa che mi fa sperare. Questo inizio 2011 ci dimostra che la persona umana è capace del meglio come del peggio: può scatenare una guerra ma può anche dimostrare autentico eroismo nel dedicarsi a chi è nel bisogno; è capace di zittire la libertà religiosa (come ha evidenziato, ad esempio, l’assassinio del ministro pakistano Shahbaz Bhatti), ma nel contempo riesce a invocare una libertà di coscienza e di azione in modo perentorio, come è accaduto e accade in Egitto, in Algeria, in Siria, a Bahrein…

Sono soprattutto i giovani quelli che danno il via alle rivoluzioni, perché per la loro stessa età hanno nel cuore grandi ideali. Sono loro che hanno occupato piazza Tahir e le altre piazze delle capitali arabe. È su di loro che bisogna puntare. Ma abbiamo la responsabilità di appoggiarli, di aiutarli a sviluppare un’intesa partecipazione costruttiva politica e nella società, di abituarsi alle forme della convivenza pacifica per non cadere nelle mani di chi nega la libertà o di chi vuole la contrapposizione a tutti i costi. Con queste forze giovani la fraternità universale può fare un decisivo passo in avanti anche nel mondo nordafricano e arabo in genere. Ma dobbiamo appoggiare queste forze giovani con tutte le misure economiche, politiche e culturali necessarie. Di fronte a un compito così impegnativo ognuno potrebbe chiedersi: ma cosa posso fare io, singola persona, piccola come sono?

 

Scriveva ancora Chiara Lubich: «L’equilibrio dell’amore cristiano sta nell’amare la singola anima vicina e lavorare per la comunità intera della Chiesa e dell’umanità, dal nostro angolo di vita. Tieni il tuo cuore aperto su tutta l’umanità, ed insegna anche alle tue creature a far così: che Gesù non sia passato invano per te sulla terra predicando la famiglia universale!».

 

 

La lezione di Fukushima

Dopo il terremoto, lo tsunami e la contaminazione nucleare in Giappone e non solo

 

Sulla compostezza e dignità del popolo giapponese si è molto commentato. E forse presto si parlerà anche della loro capacità, già sperimentata in altre occasioni, di ricostruire velocemente sulle macerie. Ma forse qualcosa è cambiato: quale significato avranno ora le parole consumi, crescita tecnologica, natura, futuro? I bambini senza genitori, terra natale e identità, a quale cultura apparterranno? Per non parlare delle popolazioni sfollate dai dintorni della centrale di Fukushima. L’inquinamento radioattivo, pur non alterando l’ambiente in modo visibile, può contaminarlo per periodi lunghissimi, in dipendenza dei prodotti rilasciati.

 

Per questo il nucleare fa paura, fin da quando fu utilizzato come bomba atomica, proprio sul Giappone, 66 anni fa, con la distruzione e le malformazioni conseguenti. Lo tsunami ha distrutto città, danneggiato dighe, centrali elettriche, industrie e trasporti, eppure gli occhi continuano ad essere fissi sui reattori nucleari. Contro la paura non c’è ragionamento che tenga. Per di più, anche nella gestione normale non è facile garantire sicurezza delle centrali e gestione delle scorie: richiede uno Stato “forte” (perché dopo due settimane è ancora un’azienda privata a gestire l’emergenza nucleare giapponese?), organizzato, stabile e scelte impopolari.

 

A Fukushima è finita anche l’era dell’energia abbondante e a basso costo. Ci sarà una moratoria nella costruzione di nuove centrali nucleari – va rimesso in discussione l’intero progetto –, e molte vecchie saranno chiuse. Ma le nostre società sono affamate di energia, e nessuna fonte è senza controindicazioni: il costoso petrolio contribuisce al riscaldamento globale, mentre il carbone è un killer silenzioso per l’emissione di microparticelle che ci avvelenano lentamente. Il prezioso gas arriva da regioni socialmente turbolente e dovrebbe essere usato solo per il riscaldamento domestico. Fotovoltaico ed eolico possono realisticamente contribuire con percentuali molto diverse da Paese a Paese: in Italia qualche contadino comincia ad abbattere gli ulivi per coprire i campi di pannelli fotovoltaici. Ma è saggio? Viene prima il bisogno di energia o la disponibilità di cibo?

 

In ogni caso, in attesa di nuove fonti energetiche e modalità innovative di risparmio, i costi aumenteranno soprattutto per chi, come l’Italia, non ha risorse proprie. Il problema non si risolve né privilegiando (ideologicamente) questa o quella fonte di energia, né operando a livello di singolo Stato. È tempo che siano gli organismi internazionali come l’Unione europea a farsi carico di strategie energetiche coordinate.

 

Tutti, comunque, dovremo adattarci a una nuova sobrietà e solidarietà gli uni con gli altri. Dopo Fukushima il mondo è cambiato anche perchè, grazie alle comunicazioni digitali, abbiamo vissuto il disastro in diretta, temendo, soffrendo (e pregando) insieme. «Dobbiamo imparare a convivere con la natura e aiutarci», ammoniva una giovane giapponese. Sì, quando la natura colpisce e la tecnologia fallisce, rimane solo l’uomo, con la sua fragilità e la sua forza. Come gli addetti alla sala controllo della centrale nucleare, rimasti al loro posto nonostante le radiazioni, per salvarci tutti da guai peggiori.

Giulio Meazzini

 

La crisi libica e l’Europa divisa

Il gran lavoro svolto dall’Onu e l’assenza di una vera volontà politica del vecchio continente

 

Il punto di svolta, nella crisi libica, è stata una risoluzione dell’Onu. Ma non quella con cui il Consiglio di sicurezza ha autorizzato l’uso della forza, la n. 1973. No, la vera novità sta nella risoluzione precedente, la n.1970. Una pietra miliare nella diplomazia multilaterale. Con essa il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite faceva quattro cose: richiamava la “responsabilità” di proteggere la propria popolazione da parte delle autorità libiche (invece di perseguire una linea di repressione violenta); avviava il procedimento per deferire il governo libico alla Corte penale internazionale per crimini contro l’umanità; stabiliva un embargo totale ed immediato nella fornitura di armi alla Libia; redigeva una lista di esponenti libici ai quali era vietato espatriare, come misura “punitiva” per la repressione delle manifestazioni anti-regime. Precedentemente, la Libia era stata sospesa, con voto unanime, dalla partecipazione al Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite.

 

Sappiamo poi come è andata a finire. Da una parte, un dittatore che non ha voluto sentire ragioni e che minacciava stragi; una “coalizione” che ha precipitato gli eventi bellici, priva inizialmente di coordinamento e persino di un accordo sugli obiettivi finali. L’eco delle bombe in Libia ha raggiunto le principali capitali europee e ha marcato ancora una volta l’assenza di una reale volontà politica di dar vita ad un’autentica politica estera e di difesa europea. Francia, Inghilterra e in buona misura anche l’Italia, sono andate in ordine sparso. La Germania si era già tirata fuori, astenendosi dal voto in Consiglio di sicurezza sulla risoluzione 1973. Il vertice internazionale sulla Libia si è tenuto a Londra, importante capitale euro-atlantica, con credenziali mediterranee poco credibili.

 

Insomma, in tutta questa crisi, ha parlato un’anacronistica “Europa delle nazioni”, non quella delle istituzioni comuni di Bruxelles. L’unica organizzazione internazionale con sede a Bruxelles alla quale si è voluto dare un ruolo (più per “imbrigliare” la Francia che per autentica convinzione politica) è stata la Nato. Ma chiediamoci: ha davvero senso che l’Europa si presenti oggi nel Mediterraneo con il volto “sicuritario” e militare della Nato? Nessuno sa più che fine abbia fatto l’Unione per il Mediterraneo o il progetto di Medio Oriente e Nord Africa, e così via. Dopo decenni durante i quali l’asse della politica europea si era spostata nell’Europa centro-orientale (con il “grande allargamento” dell’Unione europea negli anni 2000), l’Unione europea si è trovata impreparata ad affrontare i cambiamenti strutturali avviatisi sulla sponda sud del Mediterraneo.

 

Finiti i rivolgimenti e le crisi in corso, con ogni probabilità il Mediterraneo è destinato a ritornare al centro della politica mondiale, speriamo con nuove classi dirigenti democratiche e responsabili. Questo Mediterraneo “rinato” troverà un’Europa pronta, finalmente, a diventare un vero interlocutore politico, economico, istituzionale, un partner adulto, o avrà di fronte un muro di sospetti, cinismo, indifferenza, paura? Dalla risposta dipende forse il futuro del Mediterraneo; certamente quello dell’Europa.

Giovanni Romano

 

Box

 

Il vescovo al fronte

 

Mons. Giovanni Innocenzo Martinelli, francescano e vescovo di Tripoli per i latini, in questi giorni è in pratica l’unica voce libera a parlare da Tripoli. Ogni giorno di guerra ripeteva a tutti, giornalisti in testa, il suo risoluto rifiuto delle armi e la necessità di riallacciare in qualsiasi modo le relazioni diplomatiche tra le parti. Contemporaneamente si dava da fare per alleviare in qualche modo le sofferenze, la paura e la fame delle migliaia di cristiani – in massima parte stranieri: filippini, eritrei, congolesi… – che si affollavano intorno alla chiesa cattedrale di Tripoli. A lungo ha esercitato il suo ministero a Bengasi, mons. Martinelli, e quindi conosce bene la complessa mappa tribale della Libia. E proprio per questo «metto in guardia – ci ha detto – contro la suddivisione possibile della Libia in due, tra Cirenaica e Tripolitania. Sarebbe una sconfitta per tutti i libici». Una sola volta Martinelli si è commosso al telefono, non certo per i boati delle bombe che si sentivano al di là del filo, quanto per sottolineare «l’incredibile fede del popolo libico e di tutti coloro che in questi frangenti sono in Libia, musulmani, cristiani o buddhisti che siano». (Varie interviste a mons. Martinelli su www.cittanuova.it)

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