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Il paròn che bloccò l'emigrazione dalla propria terra, creando una realtà industriale di primo livello: la storia di Lino Zanussi.
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Quel che conta è il numerello. S’è diffusa negli ultimi tempi una mentalità imprenditoriale che attribuisce alle attività economiche e finanziarie il palco d’onore dentro l’impresa. Le risorse umane e i prodotti non sempre godono della stessa attenzione.

La cura del prodotto – che dovrebbe essere paragonabile a quella dell’artista rinascimentale per l’opera della sua creazione – è spesso declamata nelle varie riunioni aziendali e discorsi programmatici, ma non gode della stessa considerazione, quasi maniacale, con la quale si guarda, appunto, ai numerelli.

Tanto che s’accentua la tendenza a promuovere manager per le dimostrate capacità di risolvere situazioni economiche, indipendentemente dalla loro conoscenza del prodotto e del personale lavorativo, della “fabbrica”, come si diceva una volta.

La storia di Lino Zanussi è forse una storia d’altri tempi, ma meritevole d’essere considerata, in questi anni di crisi. Lui non aveva studiato, solo la seconda media, ma gli scorreva nelle vene il sangue imprenditoriale. «Per vendere – affermava il grande Lino – dobbiamo produrre una qualità migliore a costi inferiori; se viene meno uno di questi due requisiti, perdiamo il mercato». La scoperta dell’acqua calda. Ma chiunque dirige un’impresa sa che far diventare questa frase lapalissiana una realtà, è un obbiettivo mica da ridere.

«Domani partiamo per Pordenone e lì andremo ad abitare: in quel paese son tutti ricchi e mangiano il pane tutti i giorni», diceva Lino salutando i suoi amici e la contrada del Gorgazzo, alla quale erano così legati. E intanto aiutava il papà e la mamma a caricare il calesse trainato dall’asino con le poche cose che avevano: quattro sedie e un tavolino, un piccolo baule, la caldaia della polenta e qualche vestito da rattoppare. Quando il mulo partì, s’era attorno al 1925 e Lino aveva cinque anni.

 

Suo padre, Antonio, intraprendente figlio d’un fabbro, aveva cominciato come riparatore di stufe e cucine a legna. Poi, proprio in mezzo alla prima guerra mondiale, nel 1916, aveva messo su una piccola officina. Non aveva alcun capitale, solo una brillante intuizione, spiccato ingegno e fervente entusiasmo.

Per allargare l’attività si recarono col mulo nel capoluogo: «Andiamo a Pordenone, figliolo – diceva Antonio –, dove ci sono tanti ricchi con l’orologio d’oro nel taschino del gilet e con la catena pure d’oro, grossa come quelle delle mucche, lunga da avvolgere il pancione da un taschino all’altro».

Lì impiantò l’Officina Fumisteria Antonio Zanussi. In pochi anni il laboratorio di trenta metri quadri con tre dipendenti, seguendo la logica dell’accumulazione del capitale e dello sviluppo di una rete commerciale organizzata, riuscì ad ampliare la propria struttura. Lì nacque il primo modello standard di cucina a legna con piastra in ghisa: la gloriosa AZP (Antonio Zanussi Pordenone) destinata al successo internazionale.

Erano tempi duri quelli, per il nord-est; il lavoro scarseggiava. Il tessile a Pordenone assorbiva la quasi totalità dell’occupazione nell’industria, ma l’economia dell’area era ancora pesantemente dipendente dall’agricoltura.

Il Friuli era stato annesso all’Italia nel 1866. Poco dopo era iniziata la “grande emigrazione”, dagli ultimi due decenni dell’Ottocento al 1914. Nel 1869 furono concessi nella provincia di Udine 15.900 passaporti per l’estero, nel 1876 17.871. I numeri negli anni a seguire rimasero pressoché costanti. Seguì la stasi economica tra le due guerre mondiali.

I friulani, alla ricerca d’una occupazione, seguitavano a varcare l’oceano verso Argentina, Uruguay, Canada, Australia; altri s’erano diretti in Europa, verso Francia e Belgio. La gente se ne andava, ma il caparbio Antonio continuava con la sua attività. Alla sua morte, nel ’46, l’azienda – che nel frattempo aveva inventato il marchio “Rex” – produceva in tutta la regione e contava un centinaio di dipendenti.

 

Dal padre, Lino ereditò il timone dell’azienda, assieme allo spiccato senso degli affari. Lui la fabbrica la conosceva bene, gli era cresciuta sulla pelle, perché il padre l’aveva immerso fin da ragazzo nelle sue problematiche. Mosso da uno spirito imprenditoriale unito a un quasi calvinista senso del lavoro, in due decenni riuscì a fare dell’azienda familiare una delle maggiori realtà europee nel campo degli elettrodomestici: la Zanussi divenne leader in Italia e in Europa nel mercato delle cucine a gas ed elettriche, delle lavatrici, delle lavastoviglie, dei frigoriferi – venduti con i marchi Rex e Naonis – e anche dell’elettronica, con i televisori di marchio Seleco.

Questo sviluppo impetuoso era dovuto alla estenuante ricerca d’un continuo incremento del fatturato, coniugato a un migliore rapporto tra qualità del prodotto e prezzo di vendita. E sempre tenendo d’occhio il personale. Perché Lino sapeva bene che senza di loro, senza i suoi dipendenti e collaboratori, e senza il giusto spirito che li univa e li spronava ad ottenere risultati sempre migliori, non s’andava da nessuna parte.

Lino rimase un paròn, forte e deciso. Ma era convinto fino al midollo che il lavoro dovesse essere inteso come fonte di moralità e di civiltà. Agli albori della globalizzazione, capiva che l’impresa doveva necessariamente strizzare l’occhio all’internazionalizzazione dei mercati, ma allo stesso tempo riteneva che dovesse essere radicata sul territorio, creare ricchezza per i lavoratori e per il territorio circostante, incidendo su di esso anche sotto il profilo sociale e culturale. L’attività della sua azienda, creando occupazione e benessere, contribuì infatti grandemente a bloccare l’emigrazione dal Friuli.

 

Lino morì giovane, a quarantott’anni, nel ’68, per un incidente aereo. La gestione successiva del Gruppo Zanussi, caratterizzata da ambiziose acquisizioni e diversificazioni, trasformò l’azienda in una multinazionale, seconda realtà metalmeccanica in Italia dopo la Fiat.

Ora la vicenda umana di Zanussi è narrata in racconto, romanzato e avvincente, Il grande Lino (Santi Quaranta, 2008), dalle cui pagine traspare che la radicata tradizione contadina della sua terra friulana – sostanziale, sobria, orgogliosa e sana – rimase sempre come un marchio in fondo alla sua anima, anche dopo il grande successo.

Come il contadino si sente visceralmente responsabile del suo campo, del suo orto e della sua vigna che produrrà vini pregiati, Lino si sentiva responsabile della sua fabbrica – dei suoi prodotti e dei suoi dipendenti – ma anche della società che gli stava attorno e di cui faceva parte.

In tempo di crisi per le ripercussioni delle avventuristiche imprese finanziare di chi credeva di poter fare soldi solo con i soldi, con i numerelli, ripensare a un’economia basata saldamente sul lavoro potrebbe non essere una perdita di tempo. La storia di Lino ce ne fornisce una valida opportunità.

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