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In profondità > Spiritualità

L’atteso in quest’ora

di Chiara Lubich

- Fonte: Città Nuova

Da un articolo pubblicato nel 1958, una riflessione di grande attualità su come le feste appena passate ci interpellino nel vivere quotidiano

natale

Le feste sono passate. È iniziato un anno nuovo. Abbiamo ancora nel cuore gli auguri più fervidi ricevuti dai parenti, dagli amici: auguri di
buon Natale, auguri di buon anno. Tanta gioia festosa, pura, sacra, tante strette di mano sincere, qualche dono o anche molti doni. Espressioni per lo più sentite… Oggetti.

 

Cose belle, sane, tradizionali: ma che valgono meno dell’amico che le ha pronunciate o di quello che le ha ricevute. Tutti ne convengono.  Un augurio proporzionato dato da un uomo ad un altro uomo, da un cristiano ad un altro cristiano, poteva esser questo: «Nell’anno nuovo, vita nuova: uomo nuovo!». Perché qui c’è sotto un abisso.

 

C’è un problema d’attualità a cui forse pochi ci pensano, i singoli e la società, le famiglie e gli Stati e il mondo tutto. È un problema d’attualità per coloro che prendono l’uomo intero e sanno donde è partito e perché vive: è un problema ed è una aspirazione profonda, conscia o inconscia; è un grido di aiuto, una invocazione che viene dal fondo di un numero sterminato di creature doloranti che popolano la terra; una attesa silenziosa e mesta, pur nell’assoluta speranza, d’altri che amano e sanno, ma pur hanno sete ancora; un bisogno infinito, un anelito universale: che torni Gesù sulla terra.

 

Questo è il problema attuale: attuale di ora, come di ieri, come di domani. E conosce l’urgenza di questa attualità il santo che ininterrottamente lo prega e paga di persona per gli altri, come il delinquente che lo bestemmia, perché quella sua stessa tragedia lo invoca. Gesù deve tornare nell’uomo nuovo, negli uomini nuovi, in noi. Deve ripassare sulla terra. Deve insegnarci, perché il nostro cuore lo brama, come si fa a ripetere i suoi gesti, le sue parole, i suoi atti, il suo eroismo, o meglio come vivrebbe lui se oggi, nel 1958, con i missili, con la bomba atomica, con i grattacieli e con le mille invenzioni che ci sono, vivesse con i nostri, con la gente di oggi.

 

Molti di noi con un avvenimento di una importanza immane, di cui quaggiù non ci rendiamo conto, si cibano di lui ogni mattina. Tutti noi dobbiamo fare che ogni nostra giornata, ogni nostro anno, la nostra vita, siano un avvenimento d’importanza divina. Forse i giornali che portano la cronaca quotidiana non ne parleranno; ma chi scrive per l’eternità la cronaca celeste l’inciderà, perché ce la possiamo ricordare quando la vita continuerà, mutata.

 

Gesù deve tornare. Gesù vuol tornare. Il mondo l’attende, e in questa parola – Gesù – è la risoluzione di milioni e miliardi di problemi che oggi assillano il mondo. Ma dobbiamo aver il coraggio di dirlo, e di esserlo sopratutto. Esserlo: esser lui nell’incanto di un amore travolgente, che porta il Regno dei Cieli in terra, come nella forza terribile contro il male o contro le vie di mezzo, tiepide, che dispiacciono al Cielo e all’inferno. Gesù è l’atteso in quest’ora. E se abbiamo capito qualcosa non dobbiamo aspettare troppo per darlo all’umanità che ci circonda.

 

(Pubblicato in Città Nuova n. 2/1958 col titolo “Attualità”)

 

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