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Mondo > Esteri

L’attacco all’Iran sui giornali del mondo

di Chiara Andreola

Tra timori per una destabilizzazione della regione, per il prezzo del petrolio, e approvazione o disapprovazione della decisione di Trump di intervenire bombardando i siti nucleari iraniani, il mondo guarda con apprensione alla situazione

Proteste contro i bombardamenti in Iran in Corea del Sud. EPA/JEON HEON-KYUN

«Le nazioni del Medioriente temono la prospettiva di una guerra più ampia»: è questo il titolo a tutta pagina dell’americano Washington Post dopo l’attacco Usa agli stabilimenti nucleari iraniani, che puntualizza anche come Trump sui social media stia «sollevando la possibilità di un cambio di regime» in Iran. La testata argomenta infatti come i Paesi arabi del Golfo non abbiano al momento interesse ad un conflitto con Teheran, pur nemico “storico”, per ragioni economiche, dato che l’instabilità della regione bloccherebbe i commerci. Più drastico il New York Times che parla di «paura alle stelle» in attesa della risposta iraniana, e titola «I funzionari [amricani, ndr] ammettono di non sapere che fine abbia fatto l’uranio iraniano».

Toni accesi anche sullo spagnolo El Paìs, che apre con «Trump dà fuoco alle polveri della tensione mondiale bombardando l’Iran», nonostante l’attuale presidente Usa avesse promesso in campagna elettorale di non trascinare il Paese in altre guerre; e parla della possibile chiusura dello stretto di Hormuz da parte dell’Iran come «una bomba sopra il mercato petrolifero». Anche Le Monde dalla Francia parla di un presidente protagonista di «un grande scarto, tra gli attacchi all’Iran e la promesse di pace»; e ricorda anch’esso «il rischio di una fiammata nei prezzi dell’oro nero».

Più “fuori dal coro” il commento del tedesco Der Spiegel, dal titolo «Trump non è un guerriero»: secondo il corrispondente da New York Bernhard Zand, infatti, l’attuale presidente potrà pur essere «il meno qualificato per impedire all’Iran di costruire una bomba nucleare. Ma il mondo non ne ha altri. Questo crea un mandato chiaro per gli alleati dell’America». Detto in altri termini: Trump in realtà la guerra non la vuole, ma in questa fase non esisteva alternativa. Più critica la Frankfurter Allgemeine Zeitung, che si concentra invece sul legame tra Trump e Netanyahu e su come questo abbia pesato nel prendere una decisione che vedeva contraria anche una parte significativa dello stesso partito Repubblicano.

Ai limiti dell’ironico il titolo del britannico Guardian, «Make Iran Great Again», in riferimento alla spinta di Trump per un cambio di regime in Iran (pur inizialmente negata dal diretto interessato); e anch’esso parla di come la regione si stia preparando alla risposta iraniana – usando peraltro un verso, “brace for”, che sta ad indicare proprio il prepararsi ad uno scontro, o comunque ad un veneto traumatico: le prospettive, insomma, appaiono tutt’altro che buone.

Preoccupazione anche in Turchia, con il quotidiano Hurriyet che titola «L’Iran promette una massiccia rappresaglia» e collega questo focolaio di instabilità a quello siriano, in cui la Turchia è direttamente coinvolta, sempre nell’ottica di una crescente destabilizzazione della regione; mentre il russo Kommersant titola, sotto ad una foto di Donald Trump, «Facciamo la pace», in riferimento al fatto che gli Usa affermano di aver attaccato l’Iran per «porre fine a questa guerra». Un articolo comunque che si gioca tra il serio e l’ironico, dato che è infarcito di citazioni come «Se vuoi la pace, bombarda», lasciando intendere che non ci crede nemmeno chi scrive.

Diversa ancora la lettura che, all’altro capo del mondo e più precisamente in Australia, dà The Age: il quotidiano afferma infatti che «L’Iran avrebbe minacciato Trump di attacchi terroristici»; pur ammettendo che, per quanto il presidente Usa si sia imposto sul suo stesso partito nel decidere di bombardare, questo potrebbe essere stato «un passo un po’ troppo in là».

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