L’assolutezza di ogni esistenza

Una riflessione sulla testimonianza di Madre Teresa di Calcutta in difesa degli ultimi, dei bambini e dei moribondi, tratto dal libro di Salvoldi "A servizio della vita" di Città nuova. 
Madre Teresa

«Madre Teresa affermava: "Dio è vita. Il primo frutto dell’amore è la vita, che è donazione, sacrificio, servizio, comunicazione del meglio di sé all’altro". L’Amante, l’Amato e l’Amore, Dio, sente il bisogno di dare vita alla vita». Così esordisce Valentino Savoldi nelle pagine del libro A servizio della vita.Sulle orme di Madre Teresa (Città nuova editrice) dedicate alla santa di Calcutta e che oggi in occasione della XXXIII giornata per la vita vogliamo proporvi. Mettersi al servizio di Dio significa mettersi al servizio della vita. Questo il fondamento del profondo rispetto attribuito da Madre Teresa a ogni persona, indipendentemente dalla razza, dalla casta, dalla cultura e dal credo religioso. Ella cerca Dio in ogni essere umano. A lui si accosta per conoscere di più Dio.

 

Per lei, fede speranza e carità, le virtù teologali, sono un’unica realtà con tre volti. Fede. Credere equivale a cercare la verità e ad avere un’apertura totale a Dio e alle sue creature. Madre Teresa fonda una congregazione, che ritiene «la comunità religiosa più disorganizzata, in quanto priva di ogni limite». Non ha fondato una comunità per i poveri, per i lebbrosi, per i moribondi… ma per la vita (…)Speranza. Sperare implica credere nell’amore. «Noi siamo segni di comunicazione della vita che viene da Dio. Siamo al servizio completo del Dio amore, del Dio vita, che si serve di ognuno di noi per salvare altre vite». Carità. Amare significa donarsi, sacrificarsi.

 

Quando nasce un bambino, parenti e amici fanno a gara a cercare di capire a chi assomiglia. C’è chi dice che assomiglia ai nonni, ai bisnonni, a papà o a mamma, a zii o prozii. A Teresa basta che assomigli a Dio. È immagine di Dio. Tutto il resto è un sovrappiù. 

 

Nel 1968 Paolo VI chiama in Vaticano Madre Teresa. Ella non è molto convinta della necessità di aprire a Roma una casa per i poveri, ma se il papa esprime un desiderio, non si discute. Dopo un anno il progetto diventa realtà: “In ogni luogo si trova un quartiere povero in cui è possibile testimoniare l’amore di Cristo». Nel 1972 il papa le conferisce il “Premio della pace Giovanni XXIII”. Lei è molto imbarazzata. Ha accettato altri premi, ma le sembra eccessivo essere premiata dal papa stesso. Scherzando – ma non troppo – afferma che avrebbe preferito ricevere il premio eterno, con tutti i suoi poveri, da Dio Padre.

 

Ascolta e obbedisce al papa quando, dopo aver ricevuto il premio Nobel per la pace, esprime a Giovanni Paolo II il desiderio di ritirarsi in un convento e lasciare ad altri la direzione della congregazione da lei fondata. Vorrebbe dedicarsi completamente alla preghiera e alla vita contemplativa, in attesa dell’incontro con il Signore della vita, in una casetta in mezzo ai lebbrosi. Ma il papa le dice: «Per nessun motivo tu devi ritirarti, perché la Chiesa ha bisogno di testimoni come te». Commenta: «Il desiderio del papa è il piano di Dio». Da allora non rifiuta nessun invito a fondare nuove case, incoraggiata dalla parola del Santo Padre, desideroso di avere una Chiesa di testimoni dell’amore, al servizio della vita.

 

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