La”scommessa”di Fratel Ettore

La notizia è giunta all’alba del 20 agosto, per dire che fratel Ettore si era spento serenamente durante la notte. Gli ospiti e i volontari della Casa Betania di Seveso si sono subito recati nella cappella vetrata che dà sulla strada, e lì sono rimasti, in silenzio ed in preghiera. Era il modo migliore di ricordarlo: fare ciò che lui avrebbe fatto. Quante volte, dopo una faticosa notte trascorsa sui marciapiedi della città, l’avevamo visto concludere – o iniziare? – la sua giornata proprio lì, ai piedi della Madonnina copia esatta di quella di Fatima. La Madonna della speranza e della fiducia. La sua Madonna. Così sorella Teresa ricorda quel giorno, che rimarrà impresso per sempre nel cuore e nella memoria di quanti hanno conosciuto Ettore Boschini, l’amico, il fratello, il padre. La voce è velata appena, ma ferma, nel parlare di colui che ha dato alla sua vita una svolta radicale. Da dieci anni aveva abbandonato una promettente carriera di attrice di teatro. Ero in ricerca. Mi affascinò la sua scoperta: che sotto le piaghe umane più ributtanti si cela il volto del più bello tra i figli degli uomini. Sì – continua, quasi a voler riprendere il filo di un suo intimo pensiero – fratel Ettore non era una persona di grande cultura teologica. Era un semplice infermiere, un frate laico camilliano. Era però un mistico, che non si riposava nella contemplazione, ma aveva i piedi ben piantati per terra e le mani in pasta, come bene ha detto il superiore generale dei camilliani Frank Monks al suo funerale. Sì, quell’incontro a Bucchianico con fratel Ettore mi ha cambiato la vita e non mi sono più voltata indietro. Probabilmente, penso, non ne avrebbe avuto il tempo, con tutto il fascino e la difficoltà che si può avere a vivere accanto ad uno come lui, che prima di spegnersi all’età di 76 anni, era riuscito a conquistarsi sul campo un’infinità di definizioni: amico dei barboni, angelo della stazione, madre Teresa di Milano. Per tutti, manager o derelitti dei bassifondi, restava fratel Ettore. Fratel Ettore e basta. È dalla fine degli anni Settanta, infatti, che sempre più spesso si notava nella metropoli lombarda un frate dalla tonaca lisa, su cui spiccava come una ferita ancora aperta una croce rossa. Si aggirava negli angoli più remoti della stazione centrale. Amico, vieni con me, diceva con semplicità a chi vi sostava non certo in attesa di un treno, ma perché non aveva dove andare. E lo portava a lavarsi e curare le piaghe in un piccolo sgabuzzino nel sottoscala del suo convento. Quella di Seveso, prosegue suor Teresa, è la casa madre delle realizzazioni di fratel Ettore. Che consistono, come è noto, essenzialmente nei Rifugi per dare ai senza tetto la possibilità di trovare riparo, cibo, cure, possibilità di cambiarsi e di lavarsi. Tanti hanno ritrovato l’autostima, la fiducia e la dignità di cui avevano bisogno più del pane. E non a caso il Rifugio di Seveso è nato per merito della diossina. Anche la drammatica vicenda dell’Icmesa – spiega – giocò a favore del progetto di fratel Ettore, a cui fu offerta quella casa che nessuno voleva ad un prezzo più che conveniente e che lui ricevette come vero dono della provvidenza . Oggi, i Rifugi di fratel Ettore (a Milano, Seveso, Caponago, Novate ed Affori) sono punti basilari della mappa della carità milanese e lombarda. L’esperienza si è nel tempo trapiantata anche in altre regioni italiane, a Grottaferrata nel Lazio e a Bucchianico in provincia di Chieti, la terra natale di san Camillo. E da qualche anno funzionano a pieno ritmo due Rifugi in Colombia, uno a Bogotà e l’altro a Cartagena. Scandalizzava, è vero, strappando un sorrisetto ironico, quell’originale frate dal fare un po’ naïf. Lo si vedeva alla guida di una Fiat sgangherata carica di gente di ogni tipo, con una Madonnina issata sul tettuccio. Forse aveva intuito, in perfetta sintonia con i tempi, che nell’epoca dei media, oltre alla pubblicità dei consumi, occorre mostrare quella della miseria, anche se non è certo un bello spettacolo. Soprattutto se colta in presa diretta. E portò nelle piazze i suoi poveri sul pulmino ammaccato e la madonnina bianca, perché tutti li vedessero e fossero toccati nel cuore e nel portafoglio. Come quella sera, una delle prime, in cui scarseggiava sia il pane che il companatico. Fratel Ettore fece scaldare un po’ di latte ed iniziò il rosario, quando giunse un camioncino con sacchi di pane e carne e vi fu da sfamare tutti per quella sera ed il giorno dopo. Di fatti come quello appena ricordato è piena la vita di fratel Ettore. Ci resta ora il suo esempio dice suor Teresa, la prima Discepola di san Camillo, la comunità da lui fondata. Perfettamente in linea con lo spirito camilliano, anche se scaturita per rispondere a queste nuove emergenze. Il giorno in cui Fratel Ettore mi disse senza alcun preambolo che un domani avrei portato avanti tutto questo (me lo disse con un largo gesto, alle quattro di un freddo mattino, guardando in giro Casa Betania da una finestra del secondo piano), lo guardai come si guarda uno uscito di senno e voltai i tacchi. Ma non contento aggiunse che dovevo fondare con lui una famiglia religiosa!… In un lampo presi la decisione di tornarmene a casa e glielo dissi. Non erano forse dieci giorni che mi trovavo a Casa Betania? Cosa gli saltava in mente, di tirarmi giù dal letto a quell’ora per dirmi enormità del genere? Fu il nostro primo litigio. Un’impresa colossale, quella di fratel Ettore e dei suoi collaboratori. Un piccolo impero della solidarietà che si regge soltanto con la supervisione della provvidenza, sull’aiuto di amici e benefattori, come spiega la religiosa. E sulla rete di volontariato che rende possibile tutto ciò. Perché bisogna dire che nelle molte battaglie sul fronte dell’emarginazione, il condottiero fratel Ettore ha avuto sempre la cooperazione di valorosi luogotenenti. Decine e decine di persone, per periodi più o meno lunghi, hanno deciso di combattere la sua stessa battaglia. Ricordiamo specialmente Sabatino Jefuniello ed Enrica Plebani, che hanno donato gli anni più belli della loro giovinezza a questa causa e per i quali si è aperto il processo di beatificazione. Per noi un esempio di santità nel volontariato ed un seme di quelle famiglie religiose che fratel Ettore sognava per dare continuità alla sua opera. Egli diceva: Penso che quest’opera per gli ultimi, i diseredati, gli emarginati, sia proprio voluta dal Signore. Egli fa cose ben più grandi, anche solo con una mascella d’asino. Dunque, perché stupirci se ha fatto tutte queste belle cose con un poveraccio come me?. Contabilità davvero singolare, quella del frate camilliano. Ingenuità, temerarietà, o elargizione senza calcoli? No, direi piuttosto fiducia totale nella provvidenza, alla cui scuola lui ci ha formato. Prova ne sia che egli morendo ha lasciato tutto in ordine, i conti tutti a posto. L’eccedenza del necessario per la vita degli ospiti non rimane ferma, ma va a chi è nel bisogno. È l’aiuto dei poveri ai più poveri. La sua opera si è mossa sin dall’inizio sui binari del più radicale spirito evangelico. Alla guida di questa grande famiglia costituita dai riscattati dalle strade delle nostre città – barboni, alcolisti, prostitute – c’è ora proprio lei, Teresa Martino. Se la mia baracca tira tanto – aveva confidato un giorno fratel Ettore – è soltanto merito del Signore. Lui tira e io sto attaccato. L’importante è non perdere la presa. Una presa ora ben salda nelle mani di sorella Teresa.

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