Lasciarsi abitare da Dio

La ricerca di Vincenzo Di Pilato e il “disarmarsi” dell’uomo
Rembrant
«Tutto iniziò quando udii la frase di Chiara Lubich: “Gesù abbandonato è la fede”. Fui così colpito, che per approfondirla mi avventurai lungo il cammino del magistero conciliare e la tradizione teologica dei secoli passati. Per due anni ho cercato in mezza Europa, scandagliando archivi di cardinali, vescovi, teologi protagonisti, viventi e no, dell’ultimo Concilio ecumenico. Alla fine Città Nuova ha pubblicato Consegnati a Dio. Un percorso storico sulla fede, che raccoglie i risultati delle mie ricerche». Così si presenta Vincenzo Di Pilato, docente di Teologia fondamentale presso la Facoltà Teologica pugliese e rettore del santuario della Madonna delle Grazie in Corato (Bari).

 

Credere oggi: bisognerebbe evitare equivoci…

«Il verbo credere lo usiamo quando vogliamo affermare qualcosa con convinzione, lasciando intendere che non abbiamo dubbi. Secondo questa accezione, però, le persone di fede in giro sarebbero davvero poche! In realtà, il dubbio è parte integrante di chi è alla ricerca della verità di sé e di Dio. La scienza moderna ne ha fatto un momento costitutivo del suo metodo: una teoria è più “vera” delle altre proprio perché può essere falsificata, cioè messa in… dubbio! Per la fede le cose non stanno così. Dio non è solo oggetto di studio da cui dedurre modelli interpretativi su cui discutere. Egli è prima di tutto soggetto, una persona che “ci ha amati per prima”. Con lui, quindi, è possibile parlare, conoscersi man mano che nel tempo si intensificano gli incontri e ci apriamo lealmente l’uno all’Altro e, di conseguenza, a chi ci sta accanto».

 

Qual è stato il cammino della fede?

«Quasi due millenni prima di Cristo, Abramo, i patriarchi, Mosè e tanti uomini e donne di cui si fa menzione diretta o semplicemente cenno nella Bibbia, cominciano a percepire Dio come qualcuno al quale rivolgersi con un “tu” personale, fedele, credibile, ma al contempo assolutamente trascendente, “santo”. Oltre alla tradizione ebraica, tuttavia, nel mondo vi erano (e vi sono) altri popoli, culture, religioni che riconoscevano l’esistenza di un Dio. È necessario quindi sondare quest’altra parte di mondo pre-cristiano per il quale Gesù è nato, vissuto, morto e risorto. L’esperienza del sacro presente in tutte le culture, nelle sue diverse espressioni (sacro primitivo, animismo, politeismo, monoteismo), rappresenta il desiderio di realizzazione delle aspirazioni che ogni uomo custodisce nel suo intimo e che Gesù è venuto a rendere possibili».

 

E nel cristianesimo?

«Al centro della rivelazione cristiana vi è il mistero della Trinità. Gesù ci ha svelato che il santo di Israele ha il volto di un Abbà-Padre unito a lui-Figlio nello Spirito Santo. Questa natura intrinsecamente relazionale in Dio è espressa dai Vangeli col termine agápe. Amore, fede e conoscenza sono in strettissima relazione: “Chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama – ci ricorda l’evangelista Giovanni – non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore”. La conoscenza e quindi la fede del discepolo crescono nella misura in cui cresce in lui l’amore. Più grande e concreto è l’amore di Cristo in noi, più grande è la fede. Ora l’amore più grande Gesù lo ha associato al dare la vita. E dove si sono create al massimo grado queste due condizioni? Sulla croce e, in particolare, nel suo sentirsi abbandonato anche dal Padre. Ecco perché i santi non hanno mai esitato a rintracciare in quel momento l’apice della fede».

 

L’uomo post-moderno, credente e non credente, sa e non sa cos’è la fede.

«I percorsi che conducono alla fede passano e si consolidano all’interno di uno spazio esistenziale che, per la natura stessa di Dio uno e trino e dell’uomo fatto a sua immagine, deve essere personale e comunitario insieme. La comunicazione della fede non dovrà quindi essere esclusivamente informativa, contenutistica, dottrinale, ma anche di tipo performativo; che sappia, in altre parole, trasmettere il messaggio attraverso il vissuto di chi la promuove. Vivere di fede significa “disarmarsi”, lasciare che Qualcuno liberamente si riveli in quello spazio esistenziale fatto di interiorità e profonda comunione con gli altri, che Dio brama abitare».

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