Lasciare la casa

«Ho trentadue anni, sono figlio unico e vivo in casa coi genitori. Con loro vado molto d’accordo, ma, sento, la necessità di prendere in mano la mia vita, e diventare adulto. Ho un lavoro che mi piace, anche se non molto redditizio e stabile, e mi sto chiedendo perché non cercare uno spazio veramente mio, personale, autonomo da gestire… I miei però, appena accenno un po’ la cosa, mi frenano, dicendo: “Sono soldi buttati via, faresti meglio a pensare a sposarti!”. Vorrei non avere dubbi e sensi di colpa…». Emanuele Leggevo recentemente che la “famiglia lunga del giovane adulto”, di cui si sente tanto parlare, è caratterizzata dalla scarsa conflittualità e dall’alta vicinanza emotiva tra figlio e genitori. E ciò non aiuta i giovani a crescere, ad emanciparsi. Perché questo sia possibile infatti, dicono gli esperti, è necessario un certo distacco psicologico dai genitori, pur conservando nell’animo gratitudine nei loro riguardi. Per questo in alcuni casi, arrivati ad una certa età, può essere utile allontanarsi proprio anche fisicamente. In alcuni paesi europei, appena un figlio raggiunge la maggiore età, è normale, anzi in certo modo quasi si sente costretto a lasciare la famiglia, secondo una corrente della pedagogia moderna per la quale la vita si impara dalla vita e non rimanendo protetti ed accuditi in famiglia. A me sembra però che per crescere e, come dici tu, “prendere in mano la propria vita”, non basta riuscire a gestire un appartamento. Intanto, forse, potresti sforzarti di confrontarti un po’ di più coi tuoi genitori, spiegando i tuoi bisogni, e facendo valere le tue scelte. Il vero atteggiamento autonomo, infatti, per usare le parole di uno psicologo che scrive spesso anche su queste pagine, “consiste nell’assumere la libertà e la responsabilità delle proprie azioni, anche se possono talvolta non essere condivise dai genitori”. La tua lettera mi ha fatto ricordare la mia esperienza personale, che tuttavia è diversa, in quanto io ho lasciato i genitori perché mi sono sposata. Quando ho lasciato la casa dei miei, per andare a vivere in una città distante da loro, pur nella gioia di correre a vivere una nuova avventura sognata da tempo, c’era il dispiacere del distacco. Così adesso, quando abbiamo la fortuna di poter trascorrere di nuovo un periodo insieme, ogni volta che ci dobbiamo salutare, si rinnova quel primo addio. Per me, però, questo “lasciare padre e madre” ha un senso e un valore molto più profondo del semplice voler dimostrare a me stessa di sapermela cavare da sola. Quel taglio mi ricorda che ho detto di sì ad un nuovo progetto d’amore coinvolgente, che ha dato vita ad una nuova famiglia, che mi consente soprattutto di aprirmi e donarmi di più agli altri, al marito, ai figli, e ad ogni prossimo. Penso che diventare adulti, forse, significhi proprio questo: imparare a dimenticare sé stessi per amore degli altri, cominciare ad essere a nostra volta sorgenti gratuite d’amore, come lo sono stati per noi i nostri genitori. Ora non abbiamo spazio per continuare il nostro dialogo, ma le lettere di altri, giovani e adulti, potranno darci occasione per sviluppare come merita un tema così vasto.

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