Lasciami andare madre

Sentiamo crescere una sensazione di raccapriccio man mano che si sviluppa il colloquio tra madre e figlia. Apprendiamo infatti che la prima, fanatica del nazismo, non ha esitato ad abbandonare i suoi due figli – Helga, all’età di quattro anni, e il fratellino – per servire la causa di Hitler in un lager. A distanza di 50 anni la figlia decide di rivederla per capire le ragioni di quell’abbandono. La ritrova in una clinica-ospizio, in apparenza demente, ma in realtà lucidissima. lucidissima. E fra le due donne esplode un macht di domande che si scontrano con bugie, ricatti senili e soprassalti di orgoglio, per rivelare risposte agghiaccianti. Scorrono ricordi e incubi, descrizioni di orrori; affiorano interrogativi morali, bisogno di amore, di comprensione, e di immediata repulsione. Nell’incalzare dell’incontro ci si aspetterebbe che la madre rinnegasse il suo passato. Invece, questa mostruosa creatura addestrata alla disumanizzazione perseguìta con convinzione, argomenta senza attenuanti né rimorsi quella che è stata la sua entusiasmante missione. Protagonisti di Lasciami andare madre, romanzo autobiografico di Helga Schneider portato in scena come musikdrama da Lina Wert- müller, sono due attori di razza: Milena Vukotic, regredita con straordinario effetto ad uno stadio infantile per mancanza d’affetto materno, ma capace di invettive e di tormento; e Roberto Herlitzka in una delle sue più intense prove d’attore. Veste, infatti, i panni femminili dell’ultranovantenne kapò, prestando la sua faccia rugosa, gli occhi scavati, i gesti nervosi, ad una maschera grottesca che incarna la sostanza del Male. E lo fa andando oltre realismo della recitazione. Con sinistro cinismo troneggia su di una sedia nella pedana circolare – zattera dell’esistenza – dove un orologio senza lancette sembra aver fermato per sempre il corso della storia, pietrificatasi pur’essa in quei corpi accatastati attorno alla parete semicircolare della scena di Enrico Job: le vittime di ieri, come di oggi, lì dove si annida, senza pietà, l’odio insensato.

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