L’arte di comunicare

Il viaggio di Datemi tre caravelle continua. Salpato dal teatro romano di Taormina, il veliero ha fatto in questo anno molte tappe, salutato ovunque da successo. E a fine agosto farà sosta a Rimini come evento inaugurale del Meeting di Comunione e Liberazione. Alessandro Preziosi è molto soddisfatto dell’avventura del suo musical di cui è produttore (con la Khora. Teatro, società fondata con Tommaso Mattei) e direttore artistico. Investendo cuore, forze e denaro, ha intrapreso una coraggiosa rotta, come il Cristoforo Colombo di cui veste i panni, per realizzare un sogno. Un altro e più decisivo cambio di rotta lo aveva già compiuto nel 1996, quando, abbandonata la carriera di avvocato, scappa da Napoli a Milano, dove avrebbe voluto fare il giornalista televisivo, ma scopre il teatro. E si scrive all’Accademia dei Filodrammatici per il desiderio di alimentare la sua velleità. Trasformatasi poi in passione. Dal teatro alla fiction, al cinema con in mezzo la musica, sua vera ossessione. È tornato da poco dalla Bulgaria, impegnato coi fratelli Taviani sul set del film tratto dal romanzo di Antonia Arslan La masseria delle allodole, che racconta del genocidio degli armeni da parte dei turchi. Nei ruoli finora interpretati ti sei molto identificato con Colombo… Perché è stata una scelta. Ho trovato una identificazione tra quello che era scritto e quello che dico, tra la realtà e la rappresentabilità di essa. Poi è subentrata la praticità dell’attore, il mettere cioè a disposizione del personaggio certe convinzioni. Nel testo (scritto da Carmelo Pennisi e Massimiliano Durante, ndr) mi ha molto colpito il concetto di magnanimità, il rapporto dell’uomo con Dio: Colombo spiega al figlio Diego che spesso i disegni di Dio sono oscuri ai nostri occhi, ma dobbiamo sapere aspettare che lui ce li riveli. Viene fuori il discorso della fede? La fede continua ad essere all’interno dell’allestimento un elemento contenutistico, estetico e teatrale molto forte. Dal punto di vista personale è chiaro che, per quella identificazione di cui parlavamo, continua ad essere una molla, una ricerca molto importante, anche se non risolta. È frutto di un percorso? Sì, che può avvenire attraverso dei pretesti come lo spettacolo teadi trale, o attraverso un confronto con la gente, o pregando in scena come faccio con Colombo facendogli dire: Lo Spirito Santo agisce anche su musulmani ed ebrei, non solo su cristiani. Sono tutte deduzioni che mi insegnano a crescere. È uno spettacolo che ha un’identificazione civile e umana molto forte. Vorrei comunicare agli spettatori la certezza che il destino di ogni uomo è sorretto dalla fede. Parliamo dei tuoi esordi teatrali. Il tuo primo ruolo impegnativo è stato Oreste nell’Agamennone al teatro greco di Siracusa. Sì, insieme a Le Coefore. Già all’epoca, facevo contemporaneamente televisione e teatro, cercando sempre un grande equilibrio. Anche se faticosissimo, mi ha permesso di travasare il linguaggio dell’uno nell’altro, dando una consistenza all’effimero televisivo. Ed è, credo, il motivo per cui Elisa di Rivombrosa ha avuto tanto successo. Se mi fossi mosso solo nell’ambito teatrale, forse oggi sarei a livelli più alti. Quindi se potessi tornare indietro cambieresti? Non mi piace tornare indietro, ma essere responsabile delle scelte fatte, anche se le ho fatte costretto a fidarmi del mio istinto, magari sbagliando. Ma ho fatto quello che era nelle mie possibilità. Non mi piace avere più di quello che merito. Mi accontento anche di meno perché ho imparato ad essere umile, specialmente dopo l’esperienza di Re Lear (nel ruolo di Edmund, ndr). È stato per me il passaggio alla maturità teatrale, perché ho capito l’importanza dell’umiltà, che vuol dire pazienza. Com’è stata l’esperienza del conte Ristori di Elisa di Rivombrosa, che ti ha dato enorme popolarità dopo la soap Vivere? È stato il mio primo vero lavoro dove ho cercato di prepararmi, e i risultati si sono visti. Rinunciando al seguito, ho rinunciato a tanti soldi, e ne sono orgoglioso. Non sono uno a cui piace viziare le persone a rimanere a casa e a deglutire tutto quello che la televisione gli dà, anche se può essere qualcosa di bello. In un altro film tv, Il capitano, l’ufficiale di Finanza che interpretavi sembrava un intellettuale. Per una tua indole naturale? Ho pensato: Si può riuscire a fare il poliziotto senza sparare?. Allora abbiamo coniato l’aspetto dell’intellettuale, del poliziotto cioè che non ha bisogno di sparare per raggiungere il risultato. Mi sono impossessato dei valori di quest’uomo, dell’onestà, del lavoro, della giustizia. Ho capito anche cosa significa essere una squadra. L’essere considerato un divo televisivo ti pesa? Mi dispiace per chi ama le etichette. Non ci tengo e mi dà fastidio perché mi distrae dal mio obiettivo. Poi si passa pure per ipocrita. Forse lo sono stato e non me ne sono accorto, però adesso ne sono fuori. Il tuo lato negativo più evidente come attore? La mancanza di tecnica, alla quale sono insofferente. Sono però consapevole che essa ti permette la leggerezza. Essendo molto problematico, questo mi rende tutto meno fluido. È una maturità tecnica che deve arrivare. E l’aspetto positivo? Essere consapevole dei miei limiti, e di tutto quello che mi impedisce di andare in una direzione più chiara. Cosa vorresti che rimanesse a chi esce dal teatro? La riflessione: ripensare, svegliandosi al mattino dopo, a quello che hanno visto.Mi piace creare nella gente la sensazione che faccia dire: sembrava che ce l’avesse proprio con me, che sapesse quali erano i miei problemi. Il mio augurio è quello di contribuire a risolvere, con Datemi tre caravelle, il rapporto tra un padre e un figlio, o dell’uomo con la fede. Quindi può rappresentare un momento di crescita per l’uomo? Sì, è un po’ presuntuoso, però la tensione è quella lì, fosse solo per la coincidenza di avere fatto Shakespeare, Eschilo, Rostand, Pessoa, tutti autori nei quali ho trovato il modo di migliorarmi. Molti attori di teatro hanno ceduto alle lusinghe della televisione, for- se per un discorso di popolarità perché la tv ti dà successo, visibilità… C’è una smania di apparire. Ti obbligano a sentirti bello attraverso una lusinga continua, per cui la bellezza diventa l’unità di misura, il metro di giudizio di un attore. Ma attraverso le lusinghe e le etichette, tutto si appiattisce. La possibilità di arricchirsi più velocemente attraverso la tv che non il teatro, è, dal mio punto di vista, solo apparente perché prima o poi finirà. Nell’epoca in cui tutti vogliono apparire… Ci sarebbe bisogno di un maggior pudore. …da riversare poi sulla scena con la professionalità di chi ha da dire qualcosa… Assolutamente. Cioè comunicare attraverso l’arte, e non attraverso le parole; attraverso il silenzio e non l’urlo, attraverso il pudore e non la disinibizione. Diceva Orazio Costa: Amate il cinema, amate il teatro.Non amate voi stessi al cinema e al teatro. Che significato dai a questo insegnamento? La speranza di continuare a crescere con questa idea. Lo spettatore prima di tutto, che è il filtro per riuscire, in quella grande corsa che è l’arte, a non avere una interruzione per guardarsi in una stanza di specchi. Si assiste spesso nel cinema italiano alla facilità con cui si dà spazio alla spontaneità dell’attore, al dire cioè: sii te stesso, recita così come sai. Cosa ne pensi di questo modello? Non so quanto consapevolmente, ma si vorrebbe ripercorrere il neorealismo del nostro cinema senza capire che quelle orme erano necessarie, mentre quelle di oggi spesso sono dei pretesti. Al di là del giudizio personale sulla singola operazione, credo che il male generazionale di oggi, al quale il presunto neorealismo sembra appoggiarsi, è l’essersi inventati dei problemi per nasconderne degli altri. Sono problemi di una generazione che si è riversata nell’analisi, che è indecisa, che non può essere raccontata attraverso una documentazione dell’indecisione stessa, perché altrimenti il cinema non è più sogno. In Ladri di biciclette, la disperazione dell’uomo a cui viene rubata la bicicletta non può essere la stessa del motorino che ti viene rubato oggi, perché tanto c’è l’assicurazione. Cioè non è più realistico. Credo che se fai una carrellata di tanti film italiani è difficile trovarne che riescano a raccontare dei contenuti. Qual è il tuo obiettivo di attore? Mi attrae la regia, e mi rendo conto che il mio modo di lavorare va in quella direzione. Quando verranno il tempo e l’esperienza, e soprattutto un modo più ordinato di accentrare il lavoro su me stesso, forse lo farò. E nella vita? Attraverso la regia, quindi un diverso arricchimento culturale, un modo differente di vivere il rapporto con sé stessi. Che senso ha per te fare teatro? Rimane un’operazione culturale, dato che ho una grande dispersione di conoscenze e lo faccio per riempire queste lacune. Poi diventa anche umana, perché credo soprattutto nell’uomo. Sono un umanista. Credo nella condivisione, nella coralità

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