L’Aquila, dolore e rabbia

Viaggio tra le strade della città ancora martoriata dai segni del sisma del 2009. La ricostruzione non procede per mancanza di fondi e per i freni della burocrazia.  Ricorrenza amara, mentre le cartoline vendute nei negozi parlano di una comunità che non c'è più. Dal nostro inviato
Una via del centro di L'Aquila

Le cartoline dell’Aquila sono in bella mostra fuori dal negozio. Illustrano la città che fu e simboleggiano quella che i cittadini agognano di rivedere e di riabitare. Non si trovano invece, né qui, né in altri esercizi,  foto della città ferita dal terremoto del 2009. Ricavato in uno spazio ristretto, il negozietto dal nome pretenzioso ed evocativo (Luna Store) esprime la determinazione del titolare Giuseppe, che da due anni ha aperto su Corso Vittorio Emanuele, la via principale del capoluogo abruzzese che attraversa in linea retta il devastato centro storico più grande d’Europa, scrigno di un patrimonio artistico e storico sbriciolato dal sisma.

Pasqua è appena trascorsa, nelle chiese è stata celebrata, ma camminando per le vie del centro, costatando la ventina di cantieri in funzione (rispetto a qualche migliaio che dovrebbe essere all’opera), facendo il raffronto con quanto osservato nelle precedenti visite, si viene schiacciati da un senso di sgomento e di tribolata amarezza, che portano ad una sanguinante conclusione: qui la resurrezione è stata ancora rimandata.

Il caffè del Corso è aperto da tempo, ma gli avventori sono pochi. I migliori clienti sono i turisti, che nelle buona stagione arrivano e, armati di macchine fotografiche, fissano con sguardi attoniti le devastanti ferite e camminano con passi lenti e il naso all’insù, cercando di immaginare cosa deve essere stato, recuperando nella mente le immagini televisive di quella tragedia che colpì vicini e lontani, pur in modi decisamente diversi.

Il centro dell’Aquila è tornato ad essere arioso ed ingentilito. I palazzi non sono più possentemente ingabbiati da pali in legno o in metallo, opera della prima ora. Solo la chiesa di San Bernardino fa mostra di un’elegante ragnatela di sottili tubi in alluminio, che, come uno scialle creato ad uncinetto, ne avvolge le voluminose dimensioni. Il resto dei palazzi del cuore storico mostra sottili longarine disposte in verticale sui quattro lati, da cui partono pochi cavi in acciaio che attraversano l’oscurità dell’interno sino a sbucare sulla parete perimetrale di fronte. Interventi eleganti, concepiti per una maggiore messa in sicurezza, tanto che non ci sono divieti di avvicinamento. La scena tuttavia risulta per certi versi più macabra, come si trattasse di una lunga sequenza di cadaveri tenuti su da raffinati busti. Edifici morti, dentro ai quali (vista la gravità delle lesioni) è davvero difficile immaginarli rianimati (in tempi accettabili) da ciò che qui più si brama: la vita quotidiana.

Alle 3.32 del 6 aprile di quattro anni fa la mortifera scossa uccise 309 persone, ne ferì 1.700 e procurò danni per dieci miliardi di euro tra L’Aquila e i comuni del cratere sismico (come dimenticare la totalmente annientata Onna?). 67 mila le persone costrette sfollare, ma ancora oggi sono oltre 22 mila quelle assistite dallo Stato. Nella solenne aula del Senato è stato osservato un minuto di silenzio in ricordo della tragedia. Troppo poco, stigmatizzano gli abruzzesi, rispetto agli impegni presi da Stato e governo, anche dopo la visita di Monti nel marzo 2012.

La ricostruzione non procede per mancanza di fondi. Le risorse assicurate qua non sono ancora arrivate. Tanti progetti di risistemazione potrebbe trasformarsi rapidamente in cantieri operativi, ma burocrazia, da un lato, e assenza di fondi, dall’altro, rendono ancora amaro questo anniversario. Se a tale situazione si aggiungono la mancanza di lavoro, la disgregazione sociale di comunità che vivono negli edifici provvisori costruiti nelle periferie degli abitati sinistrati, l’esodo di professionisti, dirigenti, lavoratori autonomi, con una grave perdita del capitale di conoscenza e relazioni sociali, il quadro complessivo invita alla rassegnazione.

Inevitabile, perciò, il diffuso clima di dolore e pure di rabbia in tutti i centri colpiti dal sisma. Il sindaco dell’Aquila, Massimo Cialente, riconfermato nel maggio scorso, dà voce al sentire collettivo: «Se non arriveranno subito i fondi necessari in modo tale da permetterci nel 2015 la ricostruzione di una parte del centro storico, l’Italia avrà condannato a morte la città». Se le risorse non dovessero affluire, il primo cittadino lancia, come riportato dall’agenzia Ansa, un duro avvertimento: «Chiederò che si tolga il tricolore e che vada via il prefetto, come dire: ci lasciassero morire in pace». Sembra proprio che sia l’anniversario più difficile. Cialente ne spiega la ragione: «Coincide con l’assoluto crollo della speranza».

Ad una ricostruzione completa del capoluogo da realizzarsi in nove anni servono circa sette miliardi e mezzo. Ma nessuno dà garanzie sui soldi e sui tempi. Impresa ostica allora alimentare una così impalpabile speranza. Chi è disposto ad aspettare il 2020 o il 2025? Nell’ultimo anno sono andati via 3.500 aquilani, tanto per intuire lo stato d’animo della popolazione. Tra le tante manifestazioni di oggi sui luoghi del sisma anche il convegno “Ricostruiamo la legalità… partendo dall’Aquila”, con la presenza, tra il resto, del neopresidente del Senato, Pietro Grasso, e il leader dell’associazione antimafia Libera, don Luigi Ciotti.

Le popolazioni terremotate si augurano che dal profluvio di parole dettate dalla ricorrenza possano scaturire impegni precisi e promesse certe per sbloccare finanziamenti e far partire la risurrezione. Altrimenti quelle cartoline in vendita dell’Aquila tutta bella suoneranno sempre di più come una sarcastica beffa.

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