L’appello dei vescovi: Il Paese resti unito e aperto a tutte le religioni

L’Assemblea generale della Conferenza episcopale indiana riunitasi a Bengaluru (già Bangalore) ha inviato un chiaro messaggio al governo, incoraggiando i cattolici a scegliere il dialogo: culturale, sociale, religioso e con la natura

La problematica situazione generale dell’India sotto il governo Modi 2 – ne abbiamo parlato in varie occasione nei mesi scorsi – è stata al centro della plenaria dei vescovi cattolici indiani, svoltasi la scorsa settimana a Bangalore, la cyber-city capitale dello Stato del Karnataka. La riunione, che si svolge ogni due anni per dar modo alle conferenze episcopali dei tre riti della Chiesa cattolica presenti in India (quello latino e quelli orientali: siro-malabaro e siro-malankaro) di incontrarsi anch’esse negli anni alternati, ha visto la partecipazione di 192 vescovi.

Si tratta di una delle conferenze episcopali più numerose della Chiesa cattolica, sebbene si trovi a rappresentare una comunità che costituisce solo il 2% della popolazione indiana. La Chiesa cattolica nel Paese asiatico è molto presente sia in campo educativo – con istituzioni di eccellenza come pure con presenza educativa a livello rurale per assicurare una crescita del tasso di alfabetizzazione del Paese – che nel settore assistenziale attraverso ospedali, dispensari e lebbrosari che operano sia negli slum come pure nelle zone metropolitane e nelle aree rurali, spesso le più remote.

La voce dei vescovi indiani è, dunque, autorevole anche se espressione di una minoranza che, insieme ai musulmani, si trova spesso ad essere discriminata e oggetto di violenza da parte del fondamentalismo indù. I recenti sviluppi della politica dell’Hindutva – che vorrebbe l’India come Paese degli indù –, predicata e spesso imposta negli ultimi mesi dal governo Modi e dalle scelte compiute grazie alla militanza del ministro degli Interni Amit Shah, sono stati al centro dell’analisi dei leader delle diocesi cattoliche che al termine dei loro lavori hanno pubblicato un documento dal titolo significativo: Dialogo, via all’unità e alla carità. Il messaggio è, prima di tutto, indirizzato ai cattolici del sub-continente, invitati a vivere uno spirito di vero dialogo integrale e capace di includere tutti a diversi livelli.

In effetti, la Chiesa in India, nel corso degli anni, si è sempre più impegnata ad essere testimonianza del dialogo considerato come la vera essenza della fede cristiana. Si è cercato di lavorare affinché i cristiani fossero veri seguaci di Cristo e, allo stesso tempo, cittadini esemplari a fronte di un sospetto strisciante che da decenni vorrebbe vedere nel cristianesimo una religione di importazione e nei cristiani una comunità non perfettamente integrata nella vita del Paese. Quest’ultimo atteggiamento, per altro, limitato a frange fondamentaliste indù, è andato crescendo creando non poche tensioni a livello sociale, sia locale che nazionale.

Di fronte a questa situazione e all’atteggiamento discriminatorio del governo Modi, particolarmente visibile nei confronti dei musulmani – l’India è il secondo Paese musulmano al mondo sebbene i seguaci dell’Islam siano solo il 14% della popolazione –, i leader della Chiesa cattolica hanno richiamato il carattere pluralista come un tratto saliente della civiltà della valle dell’Indo e questo da tempo immemorabile. L’unità nella diversità rappresenta una formula che ha espresso, nelle diverse fasi storiche di questo angolo di mondo, l’atteggiamento culturale e religioso delle sue popolazioni, sebbene non siano mancati problemi e periodi critici. Con la certezza che ciò che unisce il popolo indiano è molto più forte e profondo di quanto potrebbe dividerlo, i vescovi si sono dichiarati fieri di una Costituzione che si proclama laica e secolare, in una accezione tipica della sensibilità indiana.

Il compito dello Stato, infatti, è quello di assicurare che ciascuna delle comunità religiose e i rispettivi componenti possano essere trattati nello stesso modo senza preferenze e discriminazioni. I vescovi ricordano che giustizia, libertà, uguaglianza e fraternità sono i valori universali contenuti nel “preambolo” della Carta costituzionale ed invitano i cittadini a restare vigili affinché qualsiasi tentativo di minare l’unità del Paese venga sventato. L’India deve restare unita, affermano i quasi duecento vescovi.

Il testo fa vari riferimenti alla Carta di Abu Dhabi firmata lo scorso anno da papa Francesco e dall’imam al-Tayyeb del Cairo, ricordando che l’India, da parte sua, ha una identità culturale specifica che deve essere difesa a ogni costo. Il richiamo dei vescovi è, dunque, quello di un impegno al dialogo per evitare che una cultura dominante possa soffocare le altre, distruggendo in tal modo la pace e l’armonia che hanno sempre caratterizzato il Paese. Il tema del dialogo rappresenta il filo conduttore delle quattro pagine del documento e insiste che i cattolici possano continuare ad avere un atteggiamento aperto e dialogico con tutti.

Oltre che con le autorità civili e i seguaci di altre religioni, i vescovi invitano i fedeli a non demordere dall’impegno verso i poveri, i dalit (fuori casta) e le popolazioni tribali che abitano il centro e il nord-est del grande Paese. Oltre a sottolineare l’impegno verso la natura, i leader della comunità cattolica rivolgono un accorato appello al fine di sventare la possibilità che venga varata una legge che permetta di abortire fino al sesto mese di gravidanza.

Il dialogo interreligioso come via alla pace è sottolineato nella chiusura di questo documento che rappresenta, senza dubbio, uno degli interventi più chiari e coraggiosi che l’episcopato indiano abbia fatto negli ultimi decenni. I vescovi non hanno avuto timore di definire lo spirito di patria come un valore che permette di restare uniti sia pure con divergenze, ma che si distingue nettamente da un nazionalismo – qui il riferimento all’ideologia dell’Hindutva è chiaro e non fa sconto alcuno – che può istigare all’odio di culture minoritarie all’interno dello stesso Paese.

«Facciamo appello alle autorità dello Stato – affermano i 192 vescovi – affinché facciano sì che uno pseudo-nazionalismo non continui a dar vita a nuove forme di totalitarismo. Noi vescovi indiani affermiamo ancora una volta che la religione non può e non deve essere un criterio per determinare la concessione della cittadinanza indiana. Le autorità devono impegnarsi con metodi sinceri ed efficaci a eliminare il senso di paura, ansia e incertezza che si sta diffondendo nel Paese, specialmente fra le minoranze religiose».

 

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