L’angelo di Buzzati

Nella vita di Dino Buzzati c’è un angelo. Ed è logico, se si conosce la sua opera. Gli appare alla fine della vita, nella clinica Madonnina di Milano, dove fu ricoverato e lo accompagna fino al giorno in cui lo scrittore morirà di cancro, il 28 gennaio 1972. In realtà, continua ad accompagnarlo ancora oggi: ogni 28 gennaio, alle quattro e venti di pomeriggio (l’ora in cui morì) prega per lui. Suor Beniamina era una giovane infermiera. Occhi azzurri, veniva dalla montagna, un bel sorriso, poche parole, trovò subito un rapporto confidenziale e rispettoso con lo scrittore. Parlavano di Dolomiti, la passione di Buzzati, ma non solo. Col tempo lui volle conoscere la vita della suora, le regole, le preghiere, le difficoltà della convivenza. Aspettava la sua visita quotidiana, voleva carpire la sua serenità bellissima, ne invidiava la fede, vorrei essere come lei… vorrei avere la fede che ha lei, confessava apertamente. Si congedò con un gesto che non ha bisogno di commenti si avvicini, venga pure, suor Beniamina, tanto so perché è venuta.Ma l’unica cosa che io possa fare è baciare il suo Gesù. Quel bacio al crocifisso al collo della suora fu l’ultimo bacio di Buzzati. Io queste cose le ho scoperte leggendo un bel libro: Dio che non esisti, ti prego di Lucia Bellaspiga, edito da Ancora. Per gli amanti di Buzzati questo libro è un omaggio doveroso ed un’onesta rilettura della sua opera nella chiave del mistero dell’Aldilà che ha accompagnato sempre Buzzati. Dietro questo libro c’è un lavoro appassionato, metodico, onesto, si direbbe esaustivo (se non fosse per l’esclusione dei romanzi a favore dei racconti, scelta, del resto, condivisibilissima), ed una lunga amicizia con la moglie di Buzzati, Almerina, che ha aperto la casa all’autrice, permettendole di sfogliare manoscritti, diari, pagine di vita vissuta, affidandole preziosi inediti. Partendo dal presupposto che Buzzati non va interpretato, ma solo letto, Lucia Bellaspiga ci accompagna con coerenza nella rilettura degli scritti di Buzzati, lasciando che sia lui a parlare della sua drammatica, infaticabile, ricerca di un accesso a quel mondo altro dal quale ci arrivano messaggi che spesso non sappiamo decifrare, inviti ad appuntamenti che manchiamo. Il titolo del libro è l’incipit di una bellissima poesia-preghiera di non credente di Buzzati intitolata L’addio (scritta nel 1957 ed inserita nel 1962 nel finale della commedia L’uomo che andrà in America): Dio che non esisti ti prego/ che almeno su questa grande nave che mi porta via/ le cabine siano… siano ben aereate […]./ – Ma se non esiste perché lo preghi?/ Non esiste fintantoché io non ci credo/ finché continuo a vivere come viviamo tutti/ desiderando desiderando/ ma se io lo chiamo…/ – Troppo tardi./ – Per la forza terribile dell’anima mia / forse vile, trascurabile in sé/ però anima nella piena portata del termine,/ se io lo chiamo verrà. Al di là della competenza e conoscenza profonda dell’opera buzzatiana, si apprezza, nel libro della Bellaspiga, un rispetto delicato e intelligente per i non credenti, che va oltre la stima profonda per il non credente in questione. È un rispetto auspicabile tanto per i credenti quanto per i non credenti nei confronti dei credenti. Con un atteggiamento simile cadono interpretazioni e critiche ideologiche, si riesce a dialogare con l’opera di un autore, senza convertirlo malgrado la sua volontà (Buzzati non volle ricevere l’estrema unzione), e senza trascurare un tema fondamentale della sua poetica, ritenendolo marginale o di minor valore. Sono numerosi i racconti di Buzzati sui messaggi e messaggeri di un Aldilà. Solo per citarne alcuni: l’Ombra del Sud, Il Colombre, I sette messaggeri, Una goccia, Eppure battono alla porta, Le gobbe nel giardino, In quel preciso momento. I primi due sono probabilmente i più belli e rivelatori. Nell’Ombra del Sud, il protagonista narrante, durante un suo viaggio in Africa costeggiando il deserto, scorge a Porto Said un uomo vestito di un larga palandrana bianca, in testa una specie di cappuccio ugualmente bianco. L’uomo che cammina lentamente in mezzo alla strada, come dondolando, quasi stesse cercando qualcosa o titubasse scompare ogni volta che il protagonista lo indica al compagno, per poi riapparire e scomparire in diverse località. Chi sarà mai? Non so chi tu sia, se uomo, fantasma, o miraggio, ma temo che ti sia sbagliato. Non sono, ho paura, colui che tu cerchi. La faccenda non è molto chiara ma mi pare di aver capito che tu vorresti condurmi più in là, ogni volta più in là, sempre più al centro, fino alle frontiere del tuo incognito regno. Lo capisco e sarebbe anche bello. Tu sei paziente, tu mi aspetti ai bivi solitari per insegnarmi la strada, tu sei veramente discreto, tu fai perfino mostra di fuggirmi, con diplomazia tutta orientale, e non osi neppure rivelare il tuo volto. Tu vuoi soltanto farmi capire – mi sembra – che il tuo monarca mi aspetta in mezzo al deserto, nel palazzo bianco e meraviglioso, vigilato da leoni dove cantano fontane incantate […] dove probabilmente sarei felice. Il Colombre (uno dei racconti migliori di Buzzati, come lui stesso riteneva) è uno squalo tremendo e misterioso che una volta apparso in mare alla sfortunata vittima, la inseguirà per anni e anni, finché riuscirà a divorarla. Per questo Stefano Roi, protagonista del racconto, avendo visto il Colombre da bambino, passerà la vita a fuggirlo, si congederà dal mare, suo grande amore, ma alla fine cederà all’attrazione dell’abisso, per sfidarlo nel duello finale, ormai prossimo alla morte, su una barchetta, con un arpione in mano (chi non è rimasto suggestionato per sempre da Il vecchio e il mare di Hemingway?). E scoprirà che il Colombre lo ha inseguito tutta la vita per dargli un regalo: la Perla del Mare, che dà a chi la possiede fortuna, potenza, amore e pace dell’animo . Ma ormai è troppo tardi. Di Stefano Roi i pescatori ritroveranno uno scheletro bianco, ancora seduto sulla barchetta, con un piccolo sasso rotondo tra le ossicine delle dita. Rileggendo questo racconto mi è tornato in mente quel bel verso di Rilke: Ogni angelo è tremendo . Ho ripensato prima ai messaggeri dei racconti di Buzzati, alle loro manifestazioni intermittenti e misteriose, ai loro inviti disattesi, e poi all’angelo suora nel suo abito bianco (una sorta di palandrana come quella dell’Ombra del Sud) che accompagna lo scrittore fino alla fine dei suoi giorni, messaggero silenzioso di fede e serenità per lui così difficili da raggiungere. E mi è sembrato un angelo logico. Forse, se c’è una logica nell’opera di uno scrittore, non va cercata solo nei suoi libri, ma anche nella sua morte.

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