Lampedusa celebra la giornata dell’accoglienza

Sull'isola i sopravvissuti e i soccorritori hanno ricordato il naufragio del 2013 nel quale persero la vita 368 persone. Un'occasione per riflettere insieme sul fenomeno delle migrazioni e su quanto avvenuto negli ultimi 5 anni.
Foto di Enza Billeci

Ci sono un prima e un dopo nella storia dei migranti che attraversano il Mediterraneo verso le coste siciliane. Il 3 ottobre del 2013 ha segnato per sempre il corso degli eventi ed ha contribuito a narrare una storia che i posteri leggeranno sui libri di storia. Oggi, quella storia è ancora vita, presente, di stretta attualità e il 3 ottobre 2018, cinque anni dopo, narra una storia diversa.

Cinque anni fa la tragedia: un barcone affondò e 368 persone persero la vita nel tratto di mare antistante Lampedusa. Subito dopo la tragedia, papa Francesco si recò sull’isola. Fu il “primo viaggio” del nuovo pontefice, accolto dal sindaco del tempo, Giusi Nicolini, al molo Favaloro. In questi cinque anni, numerose iniziative si sono succedute per ricordare quell’evento e per riflettere sul fenomeno delle migrazioni e su ciò che sta accadendo in questi anni.

Ieri, invece, quell’anniversario aveva un sapore diverso. C’erano i superstiti, tornati, come ogni anno, a dare la loro testimonianze. C’erano le scolaresche, giunte da tutta Italia e dall’Europa. Mancavano le istituzioni. Nessun rappresentante del governo nazionale, nessuno del governo isolano.

È cambiato qualcosa anche per ciò che riguarda il mondo della scuola. Il ministero per l’Istruzione non ha dato il proprio sostegno al progetto del “Comitato 3 ottobre” intitolato “Porte d’Europa” per ricordare la tragedia. Il 3 ottobre, era stata riconosciuta, due anni fa, dal Parlamento, come “Giornata della memoria e dell’accoglienza”. In passato, il ministero sosteneva la partecipazione delle scolaresche ai laboratori sui temi della migrazione avviati a Lampedusa. Oggi, tutto è cambiato. Il Miur non affianca più il Comitato 3 ottobre e le scuole che hanno voluto essere presenti a Lampedusa lo hanno fatto a loro spese o con il sostegno di organizzazioni di volontariato. Il silenzio delle istituzioni ha avvolto questa giornata a Lampedusa. Non è cambiato, però, il sentire degli abitanti. Lampedusa, ancora una volta, c’è.

C’era ieri mattina, con il corteo commemorativo, fino alla Porta d’Europa, poi con la cerimonia in mare, culminata nel momento in cui il sindaco, Salvatore Martello, ha gettato in acqua la corona di fiori. Quei fiori che si sono dispersi tra le onde che, cinque anni fa, avvolgevano e restituivano corpi inanimati. Lampedusa c’era nel pomeriggio, quando un momento di preghiera, organizzato dalla comunità parrocchiale di San Gerlando si è svolto al Santuario di Maria SS.di Porto Salvo.

Hanno partecipato vari gruppi, delle chiese evangeliche, della chiesa valdese, della comunità di Sant’Egidio. C’era anche il sindaco Salvatore Martello. Attorno a 9 simboliche “icone”, che ricordano i temi del mare, della migrazione e dell’accoglienza, si sono snodati brevi commenti e testimonianze, tra cui quella di un sopravvissuto e di un soccorritore, Vito Fiorino. Hanno concluso suor Paula Agheorghiesei, delle Suore Povere di don Morinello, che da alcuni anni operano a Lampedusa ed il parroco, don Carmelo La Magra.

Alla fine è stato letto il “Manifesto per l’Accoglienza”. L’accensione dei lumini, all’ora del tramonto, ha reso più suggestivo questo momento, scandito dal canto irlandese “Che la strada venga incontro a te”  Oggi, Lampedusa è questo. È la storia di un popolo che venti anni fa “inventò” quasi per caso, i primi modelli di accoglienza, fatta di spontaneità e di aiuto concreto. Di una comunità che ha saputo accogliere, soffrire, sperare, lottare. Di un’isola che ha visto, per anni, la presenza del campo di accoglienza di contrada Imbriacola, strapieno di migranti e poi distrutto da un incendio. Un’isola dove i turisti arrivano volentieri e hanno convissuto, per anni, con militari e forze dell’ordine che presidiavano l’isola. Lampedusa è un crocevia di popoli, di storie, di esperienze. Un crocevia di umanità. E di interculturalità.

(Ha collaborato Enza Billeci)

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