L’amore della luna

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Che cosa è un poeta? A cosa serve la poesia? Era vero che dopo il ben agire viene il bello scrivere? Oppure la poesia era ormai un delirio da folli, utile solo a gratificare l’egocentrismo di chi scrive? . Sono domande che Elido Fazi, creatore dell’omonima casa editrice romana, attribuisce a John Keats nel suo L’amore della luna. Il romanzo rivisita in modo appassionato e struggente l’ultimo periodo di un poeta visionario incompreso dai contemporanei, totalmente dedito alla sua arte, vista come possibilità di decifrare e reggere il mistero dell’esistenza, e al tempo stesso assillato dai problemi economici. Che, dopo aver composto quell’Ode all’autunno considerata un capolavoro della letteratura inglese, ha dettato per la sua tomba lo sconsolato epitaffio Qui giace uno il cui nome è stato scritto sull’acqua. Di lui, in particolare, Giuseppe Tomasi di Lampedusa ha affermato: Talvolta appaiono sulla terra degli esseri che riflettono nella loro esistenza una luce più che umana . Tale è stato infatti questo poeta morto non ancora ventiseienne. Ne parlo con Fazi, cultore della sua opera oltre che autore del romanzo che lo riguarda. Il titolo L’amore della luna richiama la visione giovanile nella quale Keats ebbe la rivelazione della propria vocazione poetica… Sì, Keats aveva sperimentato l’estasi di una comunione con la natura tale da dargli l’intuizione di un amore immortale. Poi però consumò la sua breve esistenza diviso tra l’eccezionalità del canto poetico, le sue ambizioni di gloria e gli affanni terreni. Basta considerare che, orfano di padre e di madre, il fratello George lo lascia solo a badare al più giovane fratello Tom che sta per morire di tisi, per andare a cercare fortuna in America. Davanti a questi colpi Keats cerca di reagire lottando per amare la vita nel suo complesso, senza escludere la sofferenza. Ammalatosi anche lui di tisi e interrotta La caduta di Iperione, sente riaccendersi una passione così totalizzante per l’amata Fanny da perdere ogni residua velleità di scrivere. Finché ad un certo punto viene posseduto da un violento desiderio di morte. Quanto c’è di invenzione nel suo romanzo, la cui struttura peraltro mi sembra particolare? Ho cercato di essere assolutamente fedele alle fonti, avvalendomi di brani poetici e di lettere. Però, quando cerco di ricostruire i pensieri di Keats, la genesi dei suoi versi, evidentemente faccio un lavoro di immaginazione. Consta di tre parti. La prima inizia il 23 agosto 1819 con una lettera assurda e piena di orgoglio che Keats scrive all’amico editore Taylor: e ciò per entrare subito nel vivo del personaggio. Segue un lungo flashback in cui lui ricorda le umiliazioni ricevute. La seconda parte procede dall’estate 1816 al 22 agosto 1819, riallacciandosi così al capitolo iniziale: vi è espresso tutto il suo amore per la poesia, e quanta importanza attribuisse a Endimione. La terza parte, fino al 22 settembre 1819, si sviluppa come un diario giornaliero del suo progressivo spogliarsi di tutto: l’amore della luna, quello di Fanny, i sogni di gloria…. Dopo Endimione, lei scrive che Keats vagheggiava una poesia che andasse oltre. Un’altra dimensione dell’esperienza che poteva essere colta solo arrendendosi all’inaspettata e inesauribile ricchezza del presente. Prendere parte alla vita, e capire in un lampo d’immediata intuizione, attraverso l’immaginazione, il carattere e l’essenza delle persone, in modo da riuscire ad immedesimarsi in loro. È questa l’ambizione de La caduta di Iperione, poema anch’esso incompiuto per il quale si avverte in lei una predilezione… È vero. Non a caso ho tradotto Iperione dall’inglese come secondo libro della mia casa editrice. Intuivo in esso qualcosa di inquietante e di profondo, pur non avendo del tutto chiaro il suo significato (non dimentichiamo che è stato ricostruito da frammenti). Avendo Keats letto Dante in italiano, ritengo che pensasse ad un viaggio oltremondano in cui viene accompagnato da Mnemosine, la madre delle Muse che lui chiamava Moneta…. Il colloquio del poeta con Moneta mi sembra fondamentale per capire quel che pensa Keats sul poetare… Sì, attraverso le domande poste a Moneta si dà due risposte: da una parte il poeta è uno che soffre più di tutti e per tutti, e in cambio viene gratificato della scintilla creatrice e del prolungamento del suo nome nel tempo; dall’altra, invece, appare un salvatore, uno che versa balsamo sui mali del mondo. Quanto a lui, si rende conto di esser nato troppo tardi, quasi intuisse che il poeta non ha più voce nella modernità, lui che l’aveva definito depositario di visioni e verità da dover a tutti i costi porgere agli uomini e alle donne della sua generazione. Nell’estremo quanto inutile tentativo di recuperare la salute in Italia, tramonta anche il suo sogno di poeta. Non solo: si era ripromesso, negli anni della maturità, il ben agire, a suo parere ancora più importante del bello scrivere, ma ormai rinuncia anche a questo… Quindi la sua parabola si conclude nel disincanto e nel fallimento di ogni illusione . Cosa ha determinato la sua frequentazione di questo poeta? Intanto la sensibilità tutta moderna con cui Keats af- fronta una serie di temi a me congeniali. Soprattutto nella Caduta di Iperione, è assorbito, lui ateo e anticlericale, da una serie di riflessioni sull’immortalità e sull’anima che sarebbero diventate centrali in altri poeti dopo di lui. Mi attira anche il suo essere un isolato, un emarginato. Dopo aver cercato infatti di inserirsi nel mondo letterario inglese, ben presto si rende conto della falsità ed ipocrisia di questo stesso mondo da cui si sente rifiutato, essenzialmente per motivi sociali. E ancora, mi affascina come la genialità illumini anche certi personaggi minori come gli amici Charles Brown, John Hamilton Reynolds, John Taylor… che altrimenti finirebbero nel dimenticatoio . L’epistolario di Keats è considerato da alcuni critici addirittura pari alla sua opera poetica. E ciò per l’acutezza delle osservazioni sull’arte e sull’esistenza umana, espresse al tempo stesso con incantevole spontaneità, delicatezza, autoironia… Esatto. Lo stesso T.S. Eliot, che pure non nutriva molta simpatia per Keats, ha definito le sue lettere le più straordinarie e importanti che siano mai state scritte da un poeta inglese. In realtà Keats non pensava affatto che un giorno esse sarebbero state pubblicate. Lui scriveva di getto, senza farsi problemi di grammatica o di punteggiatura. Molto spesso quando si stancava di scrivere in prosa continuava in versi; gli veniva quasi più facile. Keats è anche il simbolo del poeta ribelle ad ogni futilità ed ipocrisia… Questa ribellione la ritengo la parte più attuale di lui. La si ritrova nelle sue lettere, considerate sconvenienti, soprattutto quelle a Fanny, almeno secondo le convenzioni vittoriane che censuravano l’eccessiva libertà nell’esprimere i propri sentimenti; come pure nelle opere poetiche. In Endimione ad esempio attacca la classe dirigente inglese, che mirava a costruire un impero senza tener conto della povertà dilagante nel paese. E in Isabella rappresenta i due fratelli che uccidono l’eroina come degli imperialisti che si arricchiscono a spese degli indigeni. Keats era accusato spesso di essere incomprensibile, di prediligere storie strampalate. Cosa rappresentava il mito per lui? Suo intento era raccontare non tanto quello che vedeva (come Byron) quanto quello che immaginava, le sue visioni, il che era molto più faticoso; e non sapeva farlo se non ricorrendo al mito. Era talmente innamorato dell’antica Grecia che il mito gli sembrava l’unico modo per esprimersi. Altri poeti qualche decennio prima di lui si erano rifatti alla mitologia, ma in modo molto manieristico. Quando invece Keats cerca di dare un taglio realistico al racconto, come in Ottone il grande, diventa poco credibile. Non a caso, mentre scrive questa tragedia, lavora anche a Lamia, la favola della donna serpente, a lui molto più congeniale. JOHN KEATS Primo di quattro fratelli nasce il 31 ottobre 1795 a Finsbury vicino a Londra. Orfano di padre e poi di madre, comincia l’apprendistato in uno studio medico a Edmonton. Dopo un primo volume di poesie, lavora ad un progetto più ambizioso: Endimione. Pubblicato nel 1818, il poema viene fatto bersaglio di feroci stroncature. Dopo la partenza per gli Stati Uniti del fratello George, intraprende un viaggio attraverso il Lake District e la Scozia in compagnia dell’amico Brown. Al rientro trova aggravate le condizioni di salute dell’altro fratello Tom, che muore nel dicembre di quell’anno a soli 19 anni. Poco dopo conosce Fanny Brawne, il grande amore della sua breve vita. Nel 1819 compone tutte le grandi Odi, vari poemetti e attende alla stesura della Caduta di Iperione. 1820: primi sintomi della tubercolosi e pubblicazione del secondo volume di poesie. Peggiorando la sua salute, il medico gli consiglia di trasferirsi nel clima più favorevole dell’Italia. Accompagnato dal pittore e amico Joseph Severn, prende alloggio a Roma, dove muore il 23 febbraio 1821. È sepolto nel cimitero acattolico accanto alla Piramide Cestia.

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