L’amico del “miracolo”

Spesso, di fronte a situazioni particolari, si sente dire che il dolore e le prove avvicinano a Dio. Ma ci si crede davvero? Roberto Baldetti, insegnante di diritto ed economia politica presso un istituto superiore di Castiglion del Lago, non sembra aver dubbi in proposito. Lo testimonia la sua stessa esistenza, che avrebbe potuto rimanere compromessa dalla malattia, rattrappita su sé stessa, e invece… Ma ecco prima qualche sua nota personale. “Nel 1949, a otto anni, ho contratto la poliomielite. Ho rischiato la vita per un errore medico, ma poi ce l’ho fatta. Lunghe degenze in tanti ospedali fino al compimento dei sedici anni; quindi la vita in compagnia di una carrozzella ortopedica. Riprendo gli studi interrotti in terza elementare e, a tappe forzate, mi diplomo al liceo classico a ventun anni. Iscrizione a Giurisprudenza e laurea nel ’68. In quegli anni conosco Dina, che dal ’71 è diventata mia moglie. Abbiamo due figli, un ragazzo e una ragazza, ora a Pisa per gli studi universitari, mentre mia moglie ed io viviamo a Petrignano del Lago, un piccolo paese vicino al Trasimeno”. L’episodio che, fra tanti altri, Roberto desidera rievocare per me risale all’estate del 2001 e prende le mosse da una telefonata per un invito a cena. “Un mio carissimo amico, ex compagno di liceo, stava trascorrendo le sue vacanze – così avevo saputo – presso la madre novantenne, ad una ventina di chilometri da dove abitiamo noi. Da tempo non ci incontravamo in quanto lui era sempre in giro per il mondo a motivo della sua professione: quale migliore occasione, dunque, di un invito a cena per trascorrere una piacevole serata insieme, rievocando i vecchi tempi?”. Ma al telefono, dalla madre del suo amico Roberto viene a sapere che da venti giorni lui, Pasquale, è ricoverato in un ospedale di Firenze con una gamba rotta. E tutto per una banale caduta. Roberto tenta di mettersi in contatto con la moglie dell’amico, di cui si è fatto dare il numero di cellulare. Invano. Finché gli viene in mente di chiamare al telefono un altro ex compagno di liceo, medico giustappunto a Firenze. “Ciò che venni a sapere mi lasciò impietrito. Pasquale, mi spiegò l’amico, si trovava in rianimazione: quella “banale caduta” in una buca profonda appena 70 centimetri aveva provocato infatti la rottura della seconda vertebra della spina dorsale e la fuoruscita del midollo spinale. La situazione era critica: Pasquale non poteva muovere alcun arto né parlare, respirava con l’ausilio di apparecchiature e di una tracheteotomia, e per di più aveva problemi di cuore. Insomma i medici erano pessimisti. Meglio non farne parola con la madre, data la sua età. “Ecco perché non riuscivo a parlare con Annalicia, la moglie: in rianimazione i cellulari vanno tenuti spenti. Impossibile poi andarlo a trovare: non erano ammesse visite di estranei”. Nei giorni successivi la situazione precipita; come ultimo tentativo si decide di trasferire in aereo il paziente in una clinica svizzera. “Intanto la moglie sfogava al te- lefono con me il suo dolore e la sua angoscia. Del resto, si può immaginare cosa significasse per una famiglia serena e unita come la loro una prova del genere, con la prospettiva di una immobilità perenne. “Che potevo fare io? Ben poco, o forse niente, visto che la carrozzina che mi accompagna da decenni non mi può certo aiutare negli spostamenti, nell’azione. “Andare a trovare l’amico in Svizzera, nelle mie condizioni, sarebbe stata una pazzia. E poi la distanza, la vecchia auto, il costo del viaggio… Insomma, a passarli in rassegna, mi sembravano motivi più che validi per giustificare la mia inerzia, del resto involontaria. “D’altra parte il Vangelo richiede talvolta, a chi vuol prenderlo sul serio, delle vere e proprie “pazzie d’amore” a favore dei fratelli. E alla fine la decisione: partiranno, Roberto e sua moglie, ma in treno. E precisamente da Arezzo, visto che in quella stazione esiste un servizio per il trasporto invalidi”. Novembre, verso le sei del mattino. “L’addetto della stazione – riprende Roberto – mi annunciò con aria compiaciuta che ero il primo invalido con carrozzina a usufruire di quel servizio speciale. Come a dire: “Ecco la cavia che ci occorreva!”. “Già dal tempo in cui insegnavo a Montevarchi e a San Giovanni Valdarno il treno non godeva delle mie simpatie (ricordo i disagi di quei tre anni passati viaggiando in bagagliai aperti, con il sole, la pioggia, la neve, la nebbia, perché la carrozzina non passava dagli sportelli delle carrozze viaggiatori). “L’itinerario prevedeva ben tre cambi di treno: troppi, considerando la carrozzina e il bagaglio. E nell’ultima tappa, che tipo di strade avremmo dovuto affrontare? C’era di che esitare. Ma poi un pensiero: io mi sono reso disponibile a fare la volontà del Padre… e allora sarà lui a sbrogliare la matassa!”. Tutto però fila abbastanza liscio fino a Zurigo, dove con grande sollievo dei due li aspetta un medico contattato telefonicamente il giorno prima di partire: sarà lui ad accompagnarli a destinazione. “Poco prima di arrivare a Nottwill (a circa 70 chilometri da Zurigo), ci venne spontaneo ricordare il motivo del nostro viaggio: offrire a Pasquale il nostro sostegno spirituale. “Per quanto preparati, vedere in che stato s’era ridotto fu un grande dolore: semi-sdraiato su una carrozzzina, senza l’uso della parola, con uno sguardo spento, esprimeva soltanto sofferenza e stanchezza. Mi aveva riconosciuto, era contento del mio arrivo, potevo comunicare con lui? Queste ed altre domande affollavano la mia mente quando, dopo aver ascoltato da Annalicia di quegli ultimi mesi, Dina ed io ci ritirammo in albergo”. La mattina successiva nuovo incontro con Pasquale, che con “un suono gutturale ed un cenno di assenso ” aderisce alla proposta dell’amico di “chiacchierare da soli”, mentre le rispettive mogli staranno per conto loro. La “chiacchierata” si risolve, in effetti, nel monologo di Roberto, che si protrae con pochi intervalli fino a sera: tra commenti divertenti, considerazioni, ricordi, episodi di vita vissuta che evidenziano, anche in situazioni difficili o dolorose, la forza rigenerante del vangelo. “Quando salutai l’amico, lo vidi più sereno, quasi sorridente. Ed anch’io provavo un certo sollievo. La mattina successiva, avvisati da Annalicia che Pasquale voleva vederci, ci affrettammo a recarci in ospedale. Nei pressi della sua stanza, però, un insolito affollamento di medici, infermieri ed altre persone mi fece balzare il cuore in gola. Temendo il peggio, entrai. Fu allora che sentii una voce chiara e forte: “Ecco, è lui il mio amico che mi ha fatto il miracolo!”. Era proprio Pasquale, e parlava, parlava… del tutto sbloccato. La mia vicinanza affettuosa, mi venne detto, era stata determinante. Istintivamente dissi “grazie”, dentro di me, a chi di dovere. “Ma un’altra sorpresa mi aspettava. Una volta da solo a solo con me, dopo avermi chiesto alcune delucidazioni relative all’uso di una carrozzina che ormai sembrava accettare, Pasquale si fece serio in volto, pur restando sereno: “Grazie, Roberto – confidò a questo punto -, mi hai ridato la vita. Stavo già per chiedere ad un amico medico di mettere la parola fine ai miei giorni, quando tu mi hai fatto capire che la vita vale sempre la pena di essere vissuta. Non importa se in una carrozzina””. Pasquale è ritornato a casa. I suoi problemi continuano ad essere enormi. Ma ogni volta che vede arrivare l’amico – e questo avviene con una certa frequenza – lo presenta a chi gli sta accanto con una frase semplice ma colma di gratitudine: “Questo è Roberto”.

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