L’America Latina e il fattore indigeno

I movimenti politici ispirati alla cultura dei popoli originari si stanno emancipando e cominciano a entrare nelle gestioni di governo. Ecuador e Bolivia ne sono un esempio. Si arrichisce la biodiversità dei progetti politici.
Il candidato presidente Yaku Perez (AP Photo/Dolores Ochoa)

In Ecuador si contano affannosamente i voti. A una settimana dalle elezioni, ancora non si sa chi dovrà affrontare al secondo turno Andrés Arauz, che nella prima tornata ha ottenuto il 32,7%. Al secondo ed al terzo posto ci sono Guillermo Lasso, banchiere di stampo conservatore, leader di Creo, col 19,74% dei voti e Yaku Pérez, leader di Pachakutik, che riunisce buona parte del voto indigeno, appoggiato dal 19,38%.

Le differenze sono minime, stiamo parlando di mille o poche migliaia di voti, e la tensione è cresciuta quando Pérez ha denunciato brogli dopo che il suo vantaggio su Lasso si è trasformato in svantaggio. Si conteranno di nuovo la metà delle schede di 17 delle 24 provincie e la totalità di una di esse. Il denunciante ha poi mitigato le sue affermazioni, dicendosi disposto ad ammettere di essersi sbagliato, se venisse dimostrato.

Nel frattempo, però, Pérez e Lasso hanno annunciato la loro intesa in vista del ballottaggio, il che mette una ipoteca alle possibilità di vittoria dell’avversario diretto.

Andrés Arauz rappresenta l’eredità ideologica della proposta che ha mantenuto al potere per 10 anni l’ex presidente Rafael Correa, successivamente coinvolto in vari scandali politici che motivarono il suo successore, l’uscente presidente Lenin Moreno, a prendere le distanze dalle sue posizioni.

Di Arauz hanno parlato bene in molti. Sebbene si tema che possa essere influenzato da Correa, al momento all’estero, Arauz è un filosofo rispettato e competente in materia di politiche sociali. Oggi, sia lui che, soprattutto, Yaku Pérez, raccolgono il voto di chi si identifica con i movimenti indigenisti.

Al netto di errori e di questioni giudiziarie, la gestione di Correa ha rappresentato lo sforzo di emancipare il Paese dalla dipendenza da un modello economico tutto rivolto all’estrazione ed al commercio di materie prime, per privilegiare la promozione dei settori sociali più poveri, primi tra tutti i popoli indigeni. La nuova Costituzione, in un Paese che usa il dollaro come divisa di riferimento, ha promosso l’opzione per una economia sociale e anche una riforma tributaria per modificare l’ingiusta distribuzione della ricchezza. Inoltre, sono state riconosciute le radici culturali indigene (le lingue kichwa e shuar sono ufficiali, insieme allo spagnolo) e promossa la loro emancipazione.

Ecuador al voto (AP Photo/Dolores Ochoa)

Ma perché emanciparsi? Possiamo parlare quanto vogliamo dell’incontro in America Latina di due mondi – che pure c’è stato –, ma resta il fatto che i discendenti degli europei, che fossero o no la maggioranza della popolazione, sono stati e sono le élite di potere che hanno impostato tutto: dalla politica all’economia e alla cultura, spesso relegando la realtà indigena a musica d’ambiente, una nota di colore da offrire al massimo per uso e consumo del turismo. Si tratta di un mondo di difficile decodificazione per la cultura «bianca», convinta della propria superiorità culturale ed estetica. «Dovete votare noi, che siamo anche più belli» spiegava tempo fa agli elettori una bionda e avvenente candidata boliviana di origine europea.

In modo molto più chiaro e netto, in Ecuador e Bolivia, l’avvio di questa emancipazione ha avvicinato al governo settori e popoli da sempre esclusi. Si tratta di un vero e proprio “fattore indigeno”. Frettolosamente si è sempre catalogato il boliviano Evo Morales e il suo partito tra i fautori del socialismo, ignorando che il suo discorso è ben più ispirato alla Pachamama che a Lenin. E che in Bolivia, oggi governata da un successore di Morales, il 60% della popolazione si dichiara di origine indigena. Percentuale che in Ecuador il meticciato eleva al 70%.

Stiamo parlando dell’emergere e affermarsi di una matrice culturale che si affaccia alla politica? Pare proprio di sì, dopo tanti anni di ostracismo. E ciò non potrà che tradursi in una maggiore biodiversità di progetti, soprattutto lì dove esiste una maggiore incidenza di queste comunità, come in Colombia, Messico, Brasile, Perù, seguiti anche da altri Paesi centro e sud americani. Una visione che spesso inizia da una diversa concezione della natura e delle sue risorse, ma che abbraccia ormai anche il modo di gestire la giustizia, la socialità, la stessa democrazia.

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