Laici e protagonisti

Anno, 1956. Mese, agosto. Giorno, 12. Rivoluzione copernicana. Almeno per il parlamentare Tommaso Sorgi, cristiano formato e maturo, fino a pochi anni prima dirigente diocesano dell’Azione Cattolica. Quel giorno giunse a Fiera di Primiero, località dolomitica dove si stava svolgendo l’appuntamento estivo di gente poco conosciuta ma che riempiva quella valle, i focolarini. Salito dalla sua Teramo, s’imbatté, lui conoscitore di gruppi laicali, in un fatto che squinternò le sue assodate convinzioni. “La Mariapoli mi consentì di scoprire un popolo – racconta Sorgi, oggi responsabile del Centro Igino Giordani -, un popolo che viveva il Vangelo. Ero invece abituato a gruppi di gioventù maschile o femminile, agli adulti separati dai giovani. Lì, un popolo unico”. Egli intravide subito nell’azione del carisma di Chiara Lubich sui laici alcuni elementi che anticiparono le aperture del Concilio. “Rimasi colpito – ricorda Sorgi con entusiasmo – dal pieno essere chiesa di quei laici, dall’insegnante al macellaio. Erano testimoni del Vangelo, un popolo di evangelizzatori, apostoli in permanenza e non qualche ora alla settimana. Mi balzò in evidenza la loro vocazione piena alla santità”. L’onorevole teramano aveva trovato tradotto in vita in quella folla, composta pure da religiosi e religiose, sacerdoti e consacrati, quel sacerdozio regale che viene dal battesimo. “Ascoltandoli e vedendoli in azione – rammenta – scorsi i tre doni: sacerdotale, perché consacravano tutte le realtà che toccavano; regale, ordinando e orientando le realtà umane verso Dio (santificare, mi dicevano, non solo i politici ma anche la politica stessa); profetico, nell’annunziare la possibilità di santità anche per il laico in famiglia e negli impegni nel mondo”. Quel che la Mariapoli mostrava allo stupefatto visitatore si era andato sviluppando con la semplicità e l’immediatezza che la novità di un carisma porta con sé. Dal 1943, Chiara era l’anima di un’avventura di solo Vangelo, senza alcuna pretesa di rivendicazioni laicali. Di laici, allora, non si parlava granché. Erano quasi una categoria di risulta, definiti per negazione: i nonchierici. Nei decenni successivi il ruolo e la consapevolezza del laicato è andata crescendo. Con la pubblicazione nel 1953 del celebre volume del teologo francese Congar, Jalons pour une théologie du laïcat, la riflessione apre le prospettive che portano alle innovazioni del- Concilio Vaticano II. L’approfondimento successivo sfocia in un apposito Sinodo dei vescovi (che si interroga sulla vocazione e missione dei laici nella chiesa e nel mondo) e nell’esortazione apostolica di Giovanni Paolo II Christifideles laici del 1988, il documento più maturo. Con il tempo sono andati precisandosi ruolo e identità dei laici. Il fiorire di movimenti e comunità laicali ne hanno esaltato compiti e partecipazione. Ne deriva una domanda: qual è il contributo ancora originale dei Focolari offerto alla laicità? “La caratteristica è quella scaturita da una spiritualità che è comunitaria – afferma Lucia Fronza Crepaz, presidente del Centro internazionale del Movimento politico per l’unità -. L’esperienza di ogni persona in seno al movimento si fonda sul “lavorare” per l’unità della famiglia umana, vivendo in un contesto di vita trinitaria per suscitare dovunque reciprocità. Chiara dice: ama fino a che ti riamano. Questo è il laico in ogni ambiente. Lo metti ovunque, anche in carcere, e cambia i rapporti e le situazioni “. Laici da una parte e clero dall’altra? “No, non ci sono divisioni. C’è un unico popolo, che è un vivaio di vocazioni, dal sacerdozio al matrimonio, comprese quelle ad essere medico e insegnante, imprenditore e politico, perché è un popolo che è dentro il disegno di Dio nella storia. Ognuno si chiede, e io lo vedo con i giovani e con i miei figli – precisa la Fronza Crepaz -, quale sia il proprio apporto al progetto di Dio sull’umanità. Non è la scelta di una professione, ma la ricerca della propria vocazione. È immensa, comunque, la gioia quando uno di noi diventa sacerdote”. Altro grande ambito è la famiglia. “Alla chiamata di Dio al matrimonio per me e mio marito Paolo – spiega ancora Lucia Fronza Crepaz – si è aggiunta la consapevolezza, donataci da Chiara, di essere una piccola chiesa”. Un’identità precisa e una missione conseguente. “Ci siamo aperti verso i figli (ne abbiamo avuti sei) ma anche verso l’umanità, che va dalla decisione di avere una stanza in più per accogliere chiunque alla vocazione politica di uno dei due coniugi”. Maria, prima discepola di Gesù, è nel movimento il modello di laicità. “L’impegno è rivivere Maria – interviene Sorgi -, che significa generare rapporti tali tra le persone da pervenire alla reciprocità di quell’amore evangelico cui Gesù ha legato la promessa della sua presenza. Vivere Maria significa dare Gesù a quest’epoca”. Aggiunge la Fronza Crepaz: “Maria ci richiama alla responsabilità verso l’umanità come dimensione del nostro amore evangelico senza dimenticare il fronte della laicità quotidiana, coniugando pannolini e santità”. Ecco il tipo di laico che discende da Maria: “Colui che ha sempre una visione alta, una prospettiva universale della sua vocazione, ma che non perde di vista l’azione presente, il fratello presente”. Insomma, “quel pensare globale e agire locale che oggi urge dentro a tanta gente. Due polarità ricondotte ad unità in Maria che vive la volontà di Dio nell’attimo presente”. L’orizzonte finalmente possibile anche per i laici è la santità. L’impegno nel mondo e la famiglia non sono più ostacoli ma luoghi d’elezione per vivere in pienezza il Vangelo. Un dubbio: non è che così si è abbassata la soglia minima di accesso alla santità? “Non si è abbassato il livello della santità – replica Sorgi -, ma si è andati alla base della santità, che è l’amore verso Dio e i fratelli. Chiara ci indica di andare a Dio attraverso il fratello”. Si affida ad un’immagine: “Siamo chiamati ad essere eucaristia per il fratello, a farci mangiare da lui, rinunciando al nostro modo di vedere, al nostro spazio, al nostro tempo. Al lavoro, poi, la scrivania è l’altare. Compito dei fedeli laici è trasformare i rapporti con le persone e con le realtà umane per cooperare come con-creatori alla continua azione creatrice di Dio”. La rivoluzione copernicana prosegue. Da laici per laici Belga, sociologo delle religioni, Bennie Callebaut è uno studioso della chiesa degli anni Quaranta- Sessanta. Qual era il contesto del laicato italiano negli anni Quaranta? “Il contesto di quel periodo è la guerra e il dopoguerra. In Italia, la chiesa è la grande forza morale rimasta intatta al finire della guerra. Dopo il fascismo, e a motivo della minaccia del comunismo, per il laicato cattolico c’è l’impegno in politica. Un apporto centrale fu fornito dall’Azione Cattolica. Una funzione diversa invece fu svolta dai terz’ordini. Questi davano la spiritualità ai laici, mentre l’Azione Cattolica si occupava più dell’azione e della formazione”. Quale la fisionomia percepita di chiesa e di laico? “Permaneva la concezione che per la chiesa fosse determinante la sola gerarchia. Non si pensava ancora al popolo di Dio, costituito anche dai laici. Questi erano ritenuti il braccio della gerarchia. Per stare insieme avevano bisogno di un sacerdote assistente”. In questo quadro quale novità porta la nascita dei Focolari? “Con Chiara si ha a che fare per la prima volta forse con una spiritualità sorta dai laici per laici. La Lubich dà vita ad una terza cosa, che non è né il terz’ordine, né l’AC. Per questo risultò difficile capirla, eravamo molto prima del Concilio. E concorsero altri fattori”. Quali? “Chiara era almeno tre volte – diciamo così – negativamente privilegiata. Da lei non doveva nascere nulla perché era giovane (nella chiesa e nella società contavano gli adulti), era donna (nella chiesa prevaleva l’uomo), e laica (nella chiesa aveva voce in capitolo il clero)”. Torniamo alla novità. “La novità di Chiara è la scoperta di Gesù abbandonato, con il conseguente spostamento dell’approccio al Vangelo dall’Incarnazione, (su cui si fondava tanta teologia cattolica degli ultimi dieci secoli), o se si vuole dal Natale al Venerdì Santo e alla Pasqua. Mette in luce che Gesù abbandonato è il Dio della relazione: unisce Cielo e Terra e gli uomini tra loro, crea la comunione, ristabilisce il dialogo. L’originalità di Chiara sta nell’approfondire quest’aspetto del mistero di un Dio-relazione, di un Dio-comunione: il che porta a una forte riscoperta dell’importanza decisiva per un cristiano del rapporto con il fratello. Aspetto totalmente laicale. Non è poi un caso se si può sintetizzare il Concilio Vaticano II con due termini: comunione (nella chiesa) e dialogo (con il mondo). Quale contributo offre allora all’identità del laico? “Chiara è profondamente cattolica, quindi legata alla gerarchia e ai sacramenti, però avvia un’esperienza in cui rivaluta il lato soggettivo, la decisione personale di fare la propria parte nel rapporto con Gesù e i fratelli. Il legame molto vivo con la Scrittura, poi, mediato attraverso la chiesa, non è mai disgiunto dalla vita quotidiana. In Chiara c’è questa concezione del laico: contemplativo e attivo. Concilia anche le esigenze moderne di libertà e solidarietà. Non è un caso che spingerà alla comunione in economia e la fraternità in politica”. Carisma laicale, eppure fanno parte del Movimento religiosi, sacerdoti, vescovi. “Il suo carisma è legata alla realtà della famiglia di Nazareth, che è un dato di fatto laico, non siamo a Nazareth in un tempio, ma in una famiglia, in una casa qualsiasi. Chiara invita gli ordinati a vivere il sacerdozio regale, quello di tutti i battezzati, e non chiede loro di fare l’assistente. Poi, dentro quella realtà condivisa, può emergere anche il dono del sacerdozio ministeriale. È la concezione della chiesa come popolo di Dio, emersa al Concilio. Non mette in ombra la gerarchia, ma pone accanto ad essa, in un rapporto di reciprocità – dove ciascuno ha da dare e da ricevere – il laico”. Sottolinea questo anche la presidenza laica e femminile? “Mette in luce l’aspetto mariano. Maria ci dice che l’amore è la categoria fondamentale nella chiesa. In un certo senso, si potrebbe affermare che tutta l’avventura del Movimento è riqualificare la concezione dell’amore, che si spiega sulla croce e nella risurrezione. L’amore è più che i ruoli, li nutre, dal di dentro, dal di sotto. Chiara riporta nella chiesa con originalità questa tensione alla fraternità, che deve investire il rapporto personale ma non si ferma lì. La sequenza che indica il Vangelo è questa, c’è una condizione necessaria e poi l’effetto: che siano uno affinché il mondo creda. Mette l’accento sulla qualità dei rapporti. E questa è una cosa universale. Perché Dio è relazione”.

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