L’agguato dei Nebrodi

Un anno fa, la notte del 18 maggio, Giuseppe Antoci, presidente dell’Ente parco dei Nebrodi, subisce un attentato perché ha denunciato i lucrosi affari delle cosche
Roma - Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella consegna l'onorificenza al Merito della Repubblica Italiana a Giuseppe Antoci, oggi 2 febbraio 2017. ANSA / (Foto di Paolo Giandotti - Ufficio per la Stampa e la Comunicazione della Presidenza della Repubblica) +++ ANSA PROVIDES ACCESS TO THIS HANDOUT PHOTO TO BE USED SOLELY TO ILLUSTRATE NEWS REPORTING OR COMMENTARY ON THE FACTS OR EVENTS DEPICTED IN THIS IMAGE; NO ARCHIVING; NO LICENSING +++

Il 18 maggio 2016 avviene un conflitto a fuoco nella notte, tra i tornanti delle strade del Parco dei Nebrodi, sulla strada tra Cesarò e San Fratello, in provincia di Messina. Un commando armato blocca con dei sassi la strada e apre il fuoco contro la vettura del presidente dell’Ente parco dei Nebrodi, Giuseppe Antoci, che si salva, insieme alla sua scorta, solo grazie alle auto blindate. Fu il segnale, il punto di non ritorno. Qualcosa di grave era accaduto. L’attenzione dell’opinione pubblica nazionale venne improvvisamente catapultata su quella piccola landa della provincia messinese, dove un uomo stava combattendo la sua battaglia per cercare di sconfiggere la “mafia dei pascoli”, che si aggiudicava le concessioni e riusciva a ottenere lucrosi finanziamenti europei. Per sconfiggere la mafia aveva ideato il Protocollo di legalità. E questo, alla mafia, non stava bene. Il 2 febbraio, Antoci, sfuggito miracolosamente all’attentato, è stato insignito dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, dell’Ordine al merito della Repubblica italiana. La cerimonia si è svolta in Quirinale. «Si tratta di un grande onore – ha commentato Giuseppe Antociche mi incoraggia nell’impegno quotidiano: recuperare la normalità di fare il proprio dovere». Non era affatto “normale” la situazione che Antoci ha trovato il 17 ottobre 2013, quando si insediò ai vertici dell’Ente parco. Appena due mesi dopo, riceve una visita. Davanti a lui si siedono il sindaco di Troina, Fabio Venezia, e il dirigente del commissariato di Nicosia, Daniele Manganaro, appena trasferito a Sant’Agata di Militello, dove si trova la sede del Parco dei Nebrodi. I due raccontano cosa avveniva nel parco, quale sistema le cosche avevano adottato per impadronirsi dei finanziamenti dell’Unione europea, aggirando la legge. Ma anche con pesanti intimidazioni agli agricoltori. Si costituivano delle società di comodo, al cui interno c’erano anche gli esponenti dei clan. Se il valore delle concessioni non superava i 150 mila euro, non era necessario presentare la certificazione antimafia. Gli agricoltori della zona, intimiditi, non partecipavano alle gare. Con questo metodo, almeno l’80% delle concessioni demaniali finiva in mano ai mafiosi. «Mi raccontarono cosa accadeva – spiega Antoci –, quali erano i metodi utilizzati. Le loro parole mi hanno permesso di capire subito cosa avevo davanti». Il gioco era facile. Il prezzo dei fitti e delle concessioni era basso. I profitti ingenti. Era una delle principali fonti di sostentamento economico dei clan, accanto a quelli tradizionali della droga e delle estorsioni. «Bisognava porre rimedio – continua Antoci –, abbiamo studiato il problema e cercato le soluzioni. Il 18 marzo del 2015, in Prefettura a Messina, è stato sottoscritto il Protocollo di legalità. Oggi il certificato antimafia è obbligatorio, per tutti. Hanno aderito la Regione siciliana, l’Ente parco dei Nebrodi, l’Ente di Sviluppo agricolo (Esa), i comuni del comprensorio del Parco. Questi enti sono in contatto costante, lo scambio di informazioni, l’applicazione delle norme permettono di evitare che i terreni finiscano alla mafia. Inoltre, abbiamo previsto che chi ottiene le concessioni non può, trovate anche tre bombe molotov. Il Protocollo funziona e la mafia reagisce. Ma subisce il colpo. Nel gennaio 2016 erano state revocate assegnazioni per 4.200 ettari di terreno. I concessionari erano sostenibile degli agricoltori e allevatori onesti che, grazie al Protocollo, possono oggi accedere ai fondi europei senza paure e preoccupazioni. Dobbiamo liberare la Sicilia dalle connivenze a sua volta, cedere ad altri. In questo modo si evitano minacce che gli agricoltori potrebbero subire». La reazione non si fa attendere. Arriva una lettera, scritta con ritagli di giornale. C’è scritto: «Finirai scannato, tu e Crocetta». Poi l’attentato. Nella zona vennero riusciti ad ottenere contributi su fondi Agea e fondi Ue per 2,5 milioni di euro all’anno. Su 25 certificazioni antimafia richieste, 23 sono state negate. Solo due concessionari non avevano legami con la mafia. «Tali fondi – continua Antoci – devono servire allo sviluppo e dalle infiltrazioni mafiose». Il 26 settembre 2016, il Protocollo di legalità del Parco dei Nebrodi è stato esteso a tutta la Regione siciliana. Il 26 dicembre viene dato alle fiamme l’Infopoint del parco dei Nebrodi. Il pericolo è sempre dietro l’angolo. Anche perché i clan  cercano, ancora una volta, di aggirare l’ostacolo. Se non può ottenere i terreni demaniali, la mafia si rivolge direttamente agli agricoltori e agli allevatori. Vuole i loro terreni, quelli su cui, da decenni, svolgono il loro lavoro. A metà febbraio, un’altra operazione dei carabinieri porta agli arresti di esponenti del clan Santapaola. Alcuni imprenditori agricoli erano costretti a cedere a esponenti i diritti su centinaia di ettari di terreno. Anche stavolta lo Stato è arrivato prima. «La battaglia è difficile – continua Antoci –, queste operazioni hanno dimostrato quanto la mafia e i loro metodi siano radicati in queste zone. Ma hanno dimostrato anche che i clan possono essere sconfitti». La storia continua. L’Ordine al merito della Repubblica è l’ultimo atto: un riconoscimento dovuto, il grazie dello Stato. Ma la battaglia è appena iniziata. La strada è in salita. Antoci paga un prezzo, in prima persona. Da anni vive sotto scorta. «La mia vita è cambiata – spiega – e così quella della mia famiglia. Non ho più i miei spazi di libertà. Ma la posta in gioco è troppo alta!».

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