L’Africa di Liliane

Articolo

Ciò che per prima si nota è la sua voce. Una voce dal timbro armonioso, che con spontanea padronanza sa usare tutti i tasti dell’alfabeto vocale. Il suo italiano è perfetto. Altrettanto correntemente parla e scrive il francese e l’inglese. Conosce inoltre il kiswahili e il lingala, due delle quattro lingue nazionali del suo Paese d’origine, la Repubblica democratica del Congo, l’ex Zaire. Un background importante per una giornalista, che collabora alla redazione di uno tra i pochi giornali internazionali africani. Un fatto rilevante in quel continente, esteso tre volte gli Stati Uniti, dai mille idiomi locali e dai cinquantatré Stati nazionali sorti sulle ceneri delle ex colonie, dove le lingue europee sono diffuso mezzo di comunicazione. La testata a cui collabora Liliane Mugombozi è New City Africa- Nouvelle Cité Afrique, l’edizione africana di Città nuova. Non a caso è bilingue. Il testo di ciascuna pagina è infatti composto su due colonne, in modo che il medesimo articolo si possa leggere sia in francese che in inglese. In tutto una quarantina di pagine. Altrettanto essenziali le foto, scelte però con cura. Anche se la sua tiratura non può competere con i numeri a cui siamo abituati, questo modesto, ma decoroso periodico varca tra mille difficoltà i confini più impenetrabili per raggiungere nei luoghi più impensati, nelle località più sperdute, i suoi lettori che l’attendono. Impresa non certo agevole, specie quando le frontiere sono interrotte dalla guerra. Eravamo ultimamente un po’ preoccupati – racconta – perché ci erano tornate indietro dalla Costa d’Avorio le spedizioni degli ultimi due numeri del giornale. Che fare? Era inutile insistere, data la situazione del conflitto in corso. Poi, ci si è presentata una possibilità: alcuni di noi dovevano venire in Italia da vari Paesi dell’Africa per un convegno. Abbiamo così messo in una valigia le duecento copie destinate alla Costa d’Avorio, rinunciando a portare altro bagaglio per il peso e… voilà, lo scambio era fatto. Abbiamo sperimentato che la via più sicura da Nairobi a Man passava per… Fiumicino. A parte le grosse spese di spedizione, non tutto fila liscio nemmeno in acque più tranquille. Quasi dappertutto – prosegue Liliane, durante la sua visita alla nostra redazione romana – per ritirare i giornali, occorre fare lunghe trafile in dogana. È successo che a Johannesburg, in Sudafrica, le persone incaricate si fossero recate di buon’ora per ritirare il loro pacco. Dopo una lunga attesa, messo finalmente l’ultimo timbro, il funzionario volle aprirlo per accertarsi del contenuto. Ma voi, chi siete? , chiese sorpreso, mentre con attenzione sfogliava una rivista. Da allora, sono quelli della dogana di Johannesburg ad avvertire che il pacco è arrivato. Dalla chimica al giornalismo La redazione del giornale ha sede vicino a Mutomo, trentacinque chilometri dalla capitale del Kenya, dove sorge la cittadella dei Focolari che ha preso il nome da Piero Pasolini, il focolarino scienziato che tanto si adoperò per l’Africa. È stata inaugurata nel ’92 da Chiara Lubich, alla presenza delle varie comunità provenienti da ogni dove, specialmente dalle tredici nazioni dell’Africa subsahariana in cui sono attualmente presenti centri stabili del movimento, oltre alle cittadelle di Fontem in Camerun e di Man in Costa d’Avorio, che sarebbe divenuta rifugio sicuro per i fuggitivi dalle due zone in lotta nel conflitto della regione. Quella keniana, che stava per essere inaugurata, nel breve giro di pochi anni, e con la collaborazione di tanti, sarebbe divenuta punto di raccordo per tutto il movimento africano. Tra di essi è la presenza di sacerdoti, religiosi e religiose, che nei loro Paesi di missione avevano comunicato la loro esperienza, trasmettendo la spiritualità dell’unità a quanti avvicinavano: famiglie, gruppi parrocchiali, giovani… Liliane era una di questi. Nel ’92 aveva vent’anni e frequentava con profitto la facoltà di chimica di Kinshasa, la capitale. Prima di otto tra fratelli e sorelle, in famiglia aveva ricevuto una formazione profondamente cristiana. Specialmente da mia madre – ricorda – che lavorava come assistente sociale presso un istituto per disabili. La sera, dopo cena, finiti i compiti, ci intratteneva col racconto di episodi della vita del santo del giorno. Una volta, tornata a casa, ci chiamò tutti. Oggi – ci disse – vi racconterò una storia del presente, non del passato. Era la storia di Chiara Lubich e delle sue prime compagne. Un religioso italiano, padre Silvio, dell’istituto in cui lavorava, le aveva a sua volta narrato questa esperienza vissuta da cristiani d’oggi. Fu così che, avendo saputo che Chiara sarebbe giunta in Africa, si mise in viaggio per Nairobi, luogo dell’appuntamento. Finalmente si sarebbe potuto realizzare il suo grande sogno di incontrarla. L’università era chiusa – ricorda Liliane -, poiché erano iniziati i primi disordini che avrebbero portato alla guerra civile. Quando però giunsi a destinazione, gli incontri erano ormai conclusi. Ma l’amore vince sempre e… qualcuno trovò il modo di farmi incontrare Chiara ugualmente. Fu un colloquio breve ma intenso. Le aprii il mio cuore: seguirla. Liliane rimase così in Kenya, per dare il suo contributo alla costruzione della cittadella. Due anni in Italia per completare la sua formazione. E, infine, ritorno in Africa. A Johannesburg poté completare gli studi universitari interrotti. Quando mi fu proposto di iscrivermi a Scienze della comunicazione, capii che deposte le reti della mia amata chimica, era giunto il momento di esercitare una nuova arte, quella di parlare, dialogare con la mia gente. SFOGLIANDO LA RIVISTA BILINGUE La XII Conferenza dell’Onu sui cambiamenti climatici e il World Social Forum 2007 si sono svolti proprio a Nairobi, a tre mesi di distanza l’uno dall’altro. Hanno tutti e due avuto un ampio spazio nel numero di marzo-maggio 2007 di New City-Nouvelle Cité con la firma di Liliane Mugombozi. Uno sguardo limpido e franco, per niente scontato, di un’africana su quegli eventi di risonanza internazionale, ben noti in tutto il mondo, ma con scarsa notorietà nei luoghi dove si sono svolti. Abbiamo avuto cura di trattare gli argomenti in modo che fossero compresi dai nostri lettori, e potessero farsene un’idea. Parlare dei problemi del clima è stato più semplice: ciò che sta accadendo è sotto gli occhi di tutti. Ma l’aver potuto riferire l’intervista a Wangari Maathai, premio Nobel per la pace del 2004, ci ha reso consapevoli che è proprio l’Africa la più esposta ai danni climatici. Scorro con attenzione le pagine della rivista. Molte, pur se semplici e sintetiche, le testimonianze che la caratterizzano, anche e specialmente nell’edizione africana. Vengo a conoscere così l’esperienza davvero eroica di pacificazione tra cristiani e musulmani provocata da un giovane nigeriano, Mohamed Murtala, che condivide gli ideali di fratellanza proposti dalla rivista. In copertina compare un volto che in Europa, forse, abbiamo dimenticato. È quello di Julius Nyerere, il primo presidente della Tanzania, morto nel 1999, così amato ed apprezzato per la sua integrità morale. Il giornale riporta la notizia della conclusione della fase diocesana della sua causa di beatificazione. Nyerere, dunque: il primo capo di Stato della nostra epoca ad essere proposto come modello per i politici d’oggi. Segno profetico, questo, di speranza e fiducia per il futuro d’Africa.

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