L’Africa al centro

Un apposito Sinodo dei vescovi. Il continente può finalmente prendere la parola e parlare di sé. Ben più che un grande avvenimento ecclesiale.
L'Africa al centro
Sei stufo dell’Africa? Comprensibile. Se ne parla e se ne scrive solo per mettere in luce gli aspetti negativi e catastrofici in un’ottica esclusivamente occidentale, condizionata da interessi politici ed economici. Cosa infatti può avere da insegnare l’Africa alla parte ricca del pianeta? A noi che possediamo cultura e progresso!

E infatti raramente, assai raramente, succede che sia l’Africa a poter parlare, che venga invitata a prendere la parola e la si ascolti con l’attenzione di chi vuole davvero comprendere e farsi vicino, imparare e provare ad entrare nei suoi universi. Nessuno infatti ricorda l’Africa in testa all’agenda dell’Onu o della Banca mondiale, del Fondo monetario o dell’Organizzazione mondiale del commercio o della sanità.

Appare perciò in netta controtendenza e suona come una vigorosa sveglia lo svolgimento di un’assise che mette l’Africa al centro, dà la parola ai suoi figli, affronta il presente e scruta il futuro di quel continente. E lo fa non per un fine settimana, bensì per un tempo spropositato per i canoni della fretta occidentale: tre settimane.

Ecco perché il Sinodo (244 partecipanti), in corso in Vaticano (4-25 ottobre), è degno della massima attenzione. Anche se poca gliene verrà riservata dai principali mass media.

Il Sinodo è una faccenda soprattutto di vescovi, d’accordo. Ma guai a considerarlo solo un fatto ecclesiale. Costituisce piuttosto un avvenimento culturale e civile, un evento di grande rilevanza politica (nel senso alto del termine), che riguarda non solo i credenti dell’Africa, ma i pensanti di qualsiasi latitudine. Significativamente Benedetto XVI, in apertura, ha sottolineato, di quel continente, «il patrimonio spirituale e culturale di cui l’umanità ha bisogno».

 

Sguardo rigoroso

 

Ne è prova il rigore con cui l’Africa parla di sé. Lo si coglie dal testo (il cosiddetto Instrumentum laboris) che ha guidato la riflessione delle comunità cattoliche del continente. Di tanti uomini di governo, fa presente che «l’egoismo alimenta l’attrazione del guadagno, la corruzione e l’avarizia, mentre spinge alla sottrazione indebita di beni e ricchezze destinati ad intere popolazioni». Ma l’analisi va oltre: «La sete di potere provoca disprezzo di tutte le regole elementari di buon governo, utilizza l’ignoranza dei popoli, manipola le differenze politiche, etniche, tribali e religiose». L’Occidente non ne è estraneo. E nemmeno la Cina. «In connivenza con uomini e donne del continente africano, forze multinazionali fomentano le guerre per la vendita delle armi», «sostengono poteri politici irrispettosi dei diritti umani e dei princìpi democratici per assicurarsi, come contropartita, dei vantaggi economici», «minacciano di destabilizzare le nazioni e di eliminare coloro che vogliono affrancarsi dalla loro tutela». Anche «i programmi di ristrutturazione delle economie africane proposti dalle grandi istituzioni finanziarie internazionali si sono rivelati funesti». In definitiva, «le società africane sono in parte responsabili e in parte vittime».

 

Severa analisi della Chiesa

 

Analoga severità ha guidato l’analisi della vita della Chiesa africana. «Anche in alcune comunità ecclesiali si costatano divisioni etniche e tribali, regionali o nazionali, ed atteggiamenti e intenzioni xenofobi da parte di alcuni pastori». Non vengono taciute «situazioni di discordia tra alcuni vescovi e i loro presbiteri», mentre «la gestione dei beni della Chiesa da parte dei pastori manca, a volte, di trasparenza». Né è passato sotto silenzio il fatto che «all’interno di una stessa conferenza episcopale s’infiltrano prese di posizione di alcuni vescovi in favore di un determinato partito politico».

Nella Chiesa le donne «sono ridotte ad un rango inferiore» e nella società civile ella resta «vittima delle disposizioni in materia di eredità e dei riti tradizionali di vedovanza, della mutilazione sessuale, del matrimonio forzato e della poligamia».

Davanti a sfide di tale portata, l’impegno delle Chiese locali africane va concentrato – come indica il testo redatto da esponenti della Chiesa africana e rivisto da Benedetto XVI – a «ricostruire la comunione, l’unità e la fraternità episcopale e sacerdotale» e a «promuovere la formazione di sacerdoti, religiosi e religiose desiderosi di essere segni e testimoni del Regno». Una considerazione particolare viene riservata ai «laici dalla fede salda», chiamati «ad agire in politica per adoperarsi a far vivere insieme le differenze nella società».

Altro capitolo è quello del dialogo. Quello ecumenico deve essere «maggiormente stimolato», anche perché è in corso «una violenta aggressione da parte delle sette cristiane, strumentalizzate dai politici». Con l’Islam «la convivenza è sana e buona in certi luoghi; in altri invece la diffidenza da entrambi i lati impedisce un dialogo sereno». Altrove «l’intolleranza di certi gruppi islamici genera ostilità».

 

La sfida dell’inculturazione

 

Un posto a sé ha il rapporto con la religione tradizionale. Viene suggerito uno «studio benevolo di questa religione e della cultura che ne costituisce la matrice, al fine di identificare quegli elementi buoni e nobili che il cristianesimo può adottare, purificando quelli che ritiene incompatibili con il Vangelo».

È evidente la necessità del radicamento culturale e la grande sfida resta quella dell’inculturazione. Da un lato, a motivo della globalizzazione «le società africane costatano, impotenti, la disgregazione delle loro culture», con la progressiva perdita di quegli «autentici valori africani di rispetto degli anziani, della donna come madre, della cultura della solidarietà, dell’aiuto reciproco e dell’ospitalità, dell’unità, della vita, dell’onestà, della parola data». Dall’altro, la Chiesa può «formare cristiani autentici solo prendendo seriamente in mano l’inculturazione del messaggio evangelico».

Sinora la Chiesa cattolica ha mantenuto in Africa un profilo in gran parte missionario, ovvero sostanzialmente clericale, in cui il sacerdote è la persona che tutto governa. Un’impostazione, questa, perfettamente in linea con le espressioni delle culture locali.

Ma la sfida dell’inculturazione smaschera un equivoco di fondo, che condiziona anche l’annuncio missionario: si continua, cioè, a ritenere che esista una sola vera cultura, quella europea, che assicura la trasmissione del Vangelo e garantisce la strada della salvezza. E invece non ci sono culture nobili e culture primitive, ma tutte hanno pari dignità e diritto di cittadinanza. Allora, diventa un imperativo far tesoro e valorizzare le tante caratteristiche della cultura africana già in sintonia con il Vangelo.

Perché il rischio di fondo per il futuro della Chiesa in Africa è che la scelta di fede risulti per tante persone un’adesione ad una proposta religiosa e culturale che resta estranea all’universo di riferimento del proprio mondo.

Ecco perché sono grandi le attese nei confronti di questo Sinodo e delle indicazioni che emergeranno.

 

158 milioni di cattolici

 

I lavori del Sinodo si svolgono nell’assemblea plenaria – in cui sono previsti anche interventi liberi – e nei gruppi ristretti, chiamati a elaborare le proposte concrete dell’assise, che verranno votate sabato 24 ottobre. Una volta approvate, le proposte (che restano segrete) saranno affidate al papa, che da esse elaborerà l’esortazione post-sinodale.

La prima assemblea speciale per l’Africa del Sinodo dei vescovi si svolse nel 1994. I risultati furono raccolti da Giovanni Paolo II nell’esortazione Ecclesia in Africa, pubblicata nel 1995. Nel corso degli ultimi 15 anni il contesto politico africano si è modificato in maniera sostanziale, tanto da richiedere da parte dei pastori africani una seconda assemblea. Che verte, significativamente, sul tema “La Chiesa in Africa a servizio della riconciliazione, della giustizia e della pace”, diversamente dalla prima assemblea, incentrata sull’evangelizzazione.

I cattolici nel continente sono oltre 158 milioni, il 17 per cento della popolazione. Se la tendenza permarrà, tra 25 anni l’Africa supererà l’Europa per numero di cattolici. I vescovi sono 638, oltre 33 mila i sacerdoti (25 mila nel 1997), 24 mila i seminaristi maggiori, 48 mila i seminaristi minori, quasi 61 mila le religiose.

 Paolo Lòriga

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Dal nunzio in Kenya

 

Grandi speranze per il futuro

 

«Il Sinodo favorirà la conversione alla vita del Vangelo nel continente africano», ci sottolinea l’arcivescovo Paul Alain Lebeaupin, nunzio apostolico in Kenya. Egli prevede «che alimenterà grandi speranze per il futuro», dopo che il documento preparatorio dei lavori, consegnato ai vescovi africani da Benedetto XVI in Camerun nel marzo scorso, è stato al centro di una vasta riflessione.

Le nuove generazioni hanno trasformato università e college, centri diocesani e parrocchiali in “laboratori” di confronto sui temi cruciali del Sinodo. Ad aprile Nairobi (Kenya) ha ospitato un convegno di studenti dei dieci Paesi dell’Africa orientale. Ad inizio agosto, circa seimila giovani dal Rwanda, Repubblica democratica del Congo e Burundi hanno raggiunto Bujumbura, capitale burundese, per condividere le loro vicende di cittadini di Paesi ancora attraversati da tensioni e conflitti.

«Nel corso della storia – commenta il nunzio – si è spesso visto che i conflitti sono sorti a motivo delle differenze culturali. Le riflessioni del Sinodo promuoveranno sicuramente uno studio approfondito della realtà africana in rapporto al Vangelo, mentre ogni cristiano sarà invitato a confrontare il proprio modo di considerare anche le diversità culturali alla luce della Parola».

Ma non solo. Il Sinodo potrà maturare «una profonda presa di coscienza da parte di tutti i cristiani – e dei laici in particolare – della propria responsabilità nella comprensione e nell’attuazione di una vita più pienamente cristiana».

Un approccio che richiede – e il nunzio non lo nasconde – formazione e purificazione continua in rapporto al Vangelo nella vita quotidiana. «La vera riconciliazione nascerà dalla profonda coscienza di ogni cristiano circa le reali conseguenze delle proprie scelte e azioni in tutti gli ambiti, dalla politica all’economia, alla cultura».

Al riguardo l’arcivescovo Lebeaupin è convinto che «questo Sinodo inviterà i cristiani in Africa a riflettere maggiormente su un rinnovato impegno per la pace e su una lotta più decisa contro la corruzione. E la Chiesa potrà meglio porsi a servizio dello sviluppo integrale dei diversi popoli nella varietà delle situazioni locali».

Liliane Mugombozi

Corrispondente dal Kenya

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Tante attese,

altrettante convinzioni

 

Anche le aspettative di osservatori e studiosi africani nei riguardi del Sinodo sono numerose. E non difetta un po’ d’orgoglio. «La Chiesa in Africa cresce a un tasso molto rapido – sottolinea Gunther Simmermacher, direttore di Southern Cross, settimanale dei vescovi sudafricani –. Spero, perciò, che il Sinodo dia alla Chiesa in Africa più fiducia in sé stessa e non venga più considerata solo come terra di missione. Ora, infatti, è l’Africa che invia missionari in Europa».

A Simmermacher piacerebbe «che i padri sinodali avviassero un confronto aperto sull’Aids in Africa». Trenta milioni sono le persone colpite. «Quando il papa, durante il volo verso il Camerun, parlò di Aids e preservativi, insistette sull’opportunità di tendere all’astinenza al di fuori del matrimonio e alla fedeltà al suo interno. È un’indicazione facile da capire per i cattolici occidentali mentre risulta molto meno comprensibile nel contesto africano, dove il sistema patriarcale e la concezione culturale del sesso priva molte donne della propria autonomia e impedisce qualsiasi possibilità di scelta. È un tema su cui riflettere».

Per Sylvestre Ndoumou, caporedattore di Effort Camerunais, giornale della conferenza episcopale camerunese, «il tema dei lavori riassume i desideri dell’Africa intera. Si tratta di una profonda riflessione sui problemi che sono all’origine del sottosviluppo dell’Africa. Riconciliazione, giustizia e pace sono tre elementi essenziali nella gestione dei Paesi africani. C’è da sperare che i lavori sinodali possano offrire indicazioni chiare riguardo all’azione dei politici africani».

I contesti bellici costituiscono una sfida permanente. Martin Nkafu, camerunese, docente di cultura, religione e pensiero africani alle università Lateranense e Gregoriana di Roma, parte proprio da lì. «Sono ancora in corso molte guerre in Africa. Come portare il Vangelo in quei Paesi? Ora più che mai evangelizzare coincide con la promozione umana e con il perseguimento della pace e dello sviluppo dei popoli. Tuttavia, nell’odierna situazione africana, l’evangelizzazione non può essere portata avanti solo dal missionario o dal sacerdote, ma c’è bisogno di tutti i cristiani. Io ritengo che non serva un nuovo annuncio, piuttosto una nuova testimonianza della Parola, della Parola vissuta. Occorre essere testimoni. Allora ogni cristiano diventa missionario nel proprio ambiente».

Un grande ruolo possono svolgere i laici. Lo conferma pure Marcellus Ugbo, professore di Diritto africano negli Stati dell’Africa e Diritto musulmano alle università Lateranense e Urbaniana di Roma: «Nel mio Paese, la Nigeria, negli ultimi tempi si sono verificati episodi di violenza tra cristiani e musulmani, con tanti morti. È perciò importante favorire la formazione, perché un vero cristiano, così come un vero musulmano, non può essere fanatico». Infine, «la corruzione è una piaga in Africa ed è importante che la Chiesa abbia una posizione chiara e senza compromessi. Ci sono Paesi come Nigeria o Angola che sono ricchissimi, ma le popolazioni sono prive di tutto».

Riccardo Barlaam

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