L’abitudine alla guerra

Karol Wojtyla si indignò contro la mostruosità della violenza che si fa via via omertà, delinquenza, bellicosità, sopruso.
Guerra
Nelle grandi manifestazioni arriva sempre il momento dell’emozione. Nel lungo fine settimana della beatificazione di Karol Wojtyla, il nodo alla gola m’è venuto quando, nella veglia al Circo Massimo, il card. Dziwisz, già “don Stanislao”, ha ricordato le due volte in cui Giovanni Paolo II s’era arrabbiato sul serio: nel 1993, nella Valle dei Templi ad Agrigento, quando tuonò contro la mafia; e quando disse no alla guerra d’Iraq del 2003. In quelle occasioni si indignò contro la mostruosità della violenza che si fa via via omertà, delinquenza, bellicosità, sopruso.

 

Abbiamo perso la capacità di indignarci contro la guerra. Che si banalizza. È inutile che lo neghiamo, ci stiamo facendo l’abitudine ad essa, anche noi europei che dal 1945 in poi non avevamo più conosciuto conflitti sul nostro continente. Poi i Balcani si sono infiammati, dalla Bosnia al Kosovo; l’Iraq ci ha visti coinvolti due volte, l’Afghanistan ci impegna ancora dopo l’11 settembre, e persino in Africa l’Europa s’è trovata coinvolta.

Perché siamo arrivati a questo punto? Perché ricorriamo tanto spesso alla guerra? In fondo essa ha un lato rassicurante: dà l’illusione che la forza militare risolva i problemi e sia una scorciatoia verso la pacificazione. Ma, soprattutto, tacita le nostre coscienze, al punto che, anche noi cristiani, spesso ci dimentichiamo di essere «artigiani, facitori di pace».

 

È accaduto così anche per l’ultimo conflitto libico. Non riuscendo a risolvere i problemi per via diplomatica, non avendo capito che una presenza forte e duratura (sia politica che economica) nell’accompagnare “rispettosamente” le rivoluzioni di primavera nel mondo arabo e nordafricano sarebbe stata la soluzione più adeguata seppur impegnativa e costosa, si è data la parola alle armi. E ciò è accaduto senza che quasi ce ne rendessimo conto! Per noi la guerra è ridiventata normalità.

 

Beninteso, Gheddafi è un dittatore, come lo era Saddam e, a modo suo, lo stesso Milosevic: la comunità internazionale doveva far qualcosa, ma in tempi e modi diversi. Beninteso, Osama era un pericolosissimo spargitore di terrore (ma bisogna rileggere la sua storia, per capire il perché sia diventato Mister al Qaeda, e quanto sia costata la cosiddetta “guerra al terrorismo”!), ed era doveroso reagire all’11 settembre. E, beninteso, non si possono condividere completamente le ragioni di quelle comunità religiose, cristiane in particolare, che vivono da minoranze nei Paesi dei dittatori e che sembrano talvolta difenderli: è per loro una questione di sopravvivenza, anche se avanzano sempre delle ragioni che vanno ascoltate, perché tali comunità conoscono il territorio e la popolazione quasi sempre molto meglio dei diplomatici.

 

Ma la guerra, da che mondo è mondo, non ha (quasi) mai migliorato le cose. Le sue ferite sono difficili e lunghe da curare. Essa è infatti un cortocircuito del tempo – perché illude che si possano accorciare i tempi della storia e della convivenza umana – e dello spazio – si irrompe in casa altrui per non pensare alle proprie colpe e debolezze. Facciamo tutte le distinzioni che vogliamo tra la guerra al terrorismo, quella di ingerenza umanitaria e quella di aggressione. Ma Wojtyla si sarebbe indignato comunque contro la violenza delle armi. E noi, sappiamo ancora indignarci? Sappiamo capire che la guerra è sempre e in ogni caso una sconfitta?

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