Difficile scrivere di quel magma incandescente – costantemente incandescente – che è la politica internazionale, almeno quella che si volge nel cosiddetto Occidente, in cui la presenza di un paio di tenori poco prevedibili (è il men che si possa dire) mantiene la diplomazia e l’informazione in stato di perenne turbolenza. Anche quando il magma incandescente fuoriesce da una regione glaciale come la Groenlandia.
L’ennesima scena da teatro ha avuto luogo nel club dei superricchi, a Davos, in Svizzera, dove è venuto in luce il segretario generale della Nato, l’olandese Mark Rutte, che sembra aver ammansito il presidente statunitense, con un mix di promesse di cui però non si hanno notizie precise, ma che sicuramente prevede la creazioni di basi militari Usa e condizioni favorevoli per lo sfruttamento del sottosuolo groenlandese. Vedremo nelle prossime settimane: le forti reazioni europee – anche se al solito scomposte e poco coordinate –, oltre che l’imbarazzo provocato dal paradosso di un Paese Nato che attacca un partner Nato, sapendo che l’articolo 5 dell’accordo di adesione alla Nato prevede che, se un Paese Nato viene aggredito, gli altri debbano soccorrerlo, hanno forse indotto il tycoon a moderare i toni.
Che la regione artica stia crescendo di importanza lo dicono le semplici temperature in rialzo da tempo, che fanno prevedere una prossima apertura di nuovi canali commerciali navigabili prossimi alla regione polare. Ma c’è anche da dire che proprio da quelle parti si sfiorano gli imperi russo e statunitense, in una vicinanza sempre più stretta per i progressi tecnologici. Il sottosuolo ospita uno dei più grandi giacimenti al mondo di terre rare, minerali critici per la transizione energetica (batterie, motori elettrici) e la difesa, che paiono fondamentali per ridurre la dipendenza occidentale dalla Cina. Con lo scioglimento dei ghiacci, l’isola diventa così il “casello” delle nuove rotte commerciali transpolari, capaci di accorciare i tempi di navigazione tra Asia ed Europa del quaranta per cento rispetto al Canale di Suez.
La Groenlandia, inoltre, è situata a guardia del cruciale Giuk-Gap, cioè il varco tra la stessa Groenlandia, l’Islanda e il Regno Unito, indispensabile per monitorare i sottomarini russi. In quel varco è ospitata già ora la base statunitense di Pituffik, nodo del sistema radar di allerta missilistica statunitense. Mentre la Russia ha riaperto decine di basi artiche e la Cina si è autodefinita “Stato vicino all’Artico”, l’amministrazione Usa è entrata ovviamente in fibrillazione.
Groenlandia, dunque. C’è da notare, a questo proposito, come alcuni mari stiano diventando sempre più strategici rispetto al passato, quasi che la “tettonica a zolle” della politica globale abbia nuove faglie di frizione. Oltre ai mari artici, pensiamo al Mar Rosso: lo Yemen, la Somalia, i missili di Israele, le portaerei statunitensi, gli houti, la vicinanza con l’Iran… Non scordiamoci del Mar Cinese Meridionale, con lo scontro tra Cina e Usa per Taiwan, la questione nordcoreana, le tensioni regionali col Giappone, le Filippine che si fanno avanti… Pensiamo pure alla nuova centralità di un mare come il Mediterraneo, per la questione Africa-Europa, per le tensioni mediorientali, per il transito delle navi russe. E come non parlare del Baltico?
Il pianeta si sta ridefinendo nella sua geografia strategica, è un dato di fatto, anche se sempre più è l’atmosfera terrestre che interessa potenti di questo mondo: Elon Musk, al netto degli insulti con il Ceo di Ryanair, possiede 21 mila satelliti di comunicazione che girano sopra le nostre teste, e in due anni conta di arrivare a 40 mila – cosa possibilissima, perché forse SpaceX non arriverà su Marte, ma sulla nostra testa sta lavorando alacremente. Così coprirà tutto il pianeta, con un possibile monopolio nella connettività, anche se Cina e Bezos stanno lavorando per non lasciargli questo privilegio.
Siamo alle guerre stellari, mentre le continuano le… battaglie navali!