La vittoria della poesia

Tre premi al francese muto “The Artist”. Premiati Meryl Streep e la coppia italiana Ferretti-Lo Schiavo.
Maryl Streep e Jean Dujardin

Si fa presto a dire che il risultato era scontato. Fino all'ultimo “i duellanti” si sono divisi il pronostico e l'unica certezza era data dall'autoreferenzialità: il cinema avrebbe premiato sé stesso e per giunta con grande fair-play. La Francia di The Artist celebrava Hollywood, la sua età d'oro del muto, il festoso passaggio al sonoro; gli Usa di Hugo Cabret esaltavano il genio di Georges Méliès, padre della finzione e del fantastico.
Due film apparentemente contrastanti: Hugo Cabret di Martin Scorsese è un omaggio al muto tributato con le ultime conquiste della tecnologia ed esaltato dal terzo Oscar per le scenografie dei nostri Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo; The Artist di Michel Azanavicious vede invece lo stesso periodo con occhio malinconico, ma usando il suo linguaggio e i suoi strumenti espressivi. In realtà sono due dichiarazioni d'amore per la settima arte.

Da chiedersi perché un premio corporativo qual è l'Oscar, dove il conflitto d'interesse è la moneta di scambio per gli oltre cinquemila membri dell'Academy Award («tu mi hai fatto lavorare e io ti voto») abbia varcato l'Atlantico e sia andato a un film francese. Lo spiega Roberto Faenza nel suo libro Un giorno quest'America (Aliberti editore) quando scrive: «In California la crisi occupazionale è devastante». Ha colpito anche l'industria cinematografica, liberando i giurati da un voto guidato da spirito di gruppo e dovere di appartenenza. Ecco spiegata la tripletta di The Artist (miglior film, miglior regia, miglior attore Jean Dujardin) e il premio per la miglior attrice a Meryl Streep per The Iron Lady. Americana sì, ma interprete di un film inglese. E il premio a Midnight in Paris di Woody Allen per la miglior sceneggiatura originale, a 25 anni da Hannah e le sue sorelle, non ha forse lo stesso significato?

Forse per tutto questo l'Oscar 2012 sarà ricordato come il più spontaneo e il meno condizionato. Che motiva anche la scelta del miglior film straniero, assegnato quest'anno a Una separazione di Ashgar Farhadi. Metafora sulle lacerazioni che dividono la società iraniana ed espressione di «una cultura nascosta sotto la polvere politica». Segno che altrove il cinema non ha tempo di rimirarsi nello specchio, ma deve confrontarsi con la realtà.

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