La vita fra un tavolo e un muro

Una donna. Un fascio di luce obliquo taglia la scena spoglia. Su di un tavolo una pila di piatti metallici. Spira una sensazione di freddo – come quel materiale – accentuato dal colore grigio della scena e dei costumi. Nei movimenti della ballerina attorno al tavolo – quasi un dialogo con esso – si respira solitudine, frustrazione, vuoto. Nell’atto di scaraventare i piatti per terra inizia la musica di John Adams con un cupo vibrato di archi. Entra un uomo. Entra un gruppo, una sorta di coro. Poi, velocemente, vengono trascinati altri tavoli in diagonale e fatti cozzare l’uno con l’altro. Segno di lotta e di rifugio. Vi danzano sopra, vi si abbarbicano, vengono sollevati, ribaltati. Si prova la resistenza che essi offrono, ma anche quella dei rapporti tra un uomo e una donna, ripresi da un’altra coppia speculare. L’aggiunta di due abatjour crea l’atmosfera di un interno domestico. Realistica e astratta allo stesso tempo, potente e sospesa per contrasto, intima e fortemente corale, Aluminium, la coreografia di Mats Ek per il Cullberg Ballet, creatura della madre Birgit, segna un nuovo corso della prestigiosa compagnia svedese che ha marchiato la storia del balletto moderno europeo. Autore dagli anni Settanta di composizioni inossidabili per capacità di racconto e di linguaggio tecnico/espressivo del corpo danzante, Ek, evitando la cristallizzazione di uno stile pur innovativo, ha ceduto tre anni fa la direzione al talentuoso Johan Inger (classe 1967, cresciuto nel segno iperfluido e musicale del grande olandese Jiri Kyliàn) che vi ha immesso nuovi stimoli di ricerca. Sua è la seconda coreografia As If presentata nella tournée i t a l i a n a . Energico e pulsante, il balletto ha nel grande muro in scena e rotante su sé stesso, il fulcro di attrazione. Accelera o frena la danza a seconda della velocità che assume o della sosta che impone ai ballerini, segnando lo scorrere del tempo. Quel nero monolite – luogo o oggetto dove ci si nasconde, si gioca, sopra cui si sale e che si scavalca per passare oltre, sul quale ci si appoggia, si sbatte contro – diventa metafora della vita e termometro della qualità delle relazioni che si instaurano fra le persone. E anche se, nelle traiettorie circolari e nella danza scompaginata o compatta, si insinuano schegge di parole, esse non arrestano l’inesorabile, affascinante, fluire del tempo. Giuseppe Distefano Al Valli di Reggio Emilia, e al Comunale di Ferrara. INOSSIDABILE GISELLE Che Giselle sia il balletto che più ama, lo si capisce subito dal pathos che il suo Albrecht emana. Giuseppe Picone è ormai di casa al Teatro dell’Opera di Roma, e vi è tornato con questa bella edizione del celebre balletto su musica di Adam, riletto da Carla Fracci, e qui sfoltito di particolari non indispensabili e leziosi. Albrecht è il nobile fur- fantello che gioca col cuore di una contadina, sedotta e abbandonata. Non reggendo all’inganno, Giselle morirà di pazzia d’amore. Trasportata nel mondo immateriale delle Villi vendicatrici – fidanzate morte prima delle nozze – danzerà coll’amato ormai pentito fino a salvarlo dalla morte decretata dalla regina delle Villi, e redimerlo. Ennesima variazione dell’amore più forte della morte. Laura Comi vive il personaggio con intelligenza anche se rimane un po’ distante col cuore, perché mancante della dolce violenza necessaria. Picone regala l’armonia, l’espressività e la potenza anche virtuosistica che il ruolo esige.

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