La violenza sulle donne è solo un’ideologia?

Diversi Paesi hanno deciso di ritirarsi dalla "Convenzione di Istanbul. Il problema sarebbe la teoria del "gender"

 

Violenza sulle donne. Era prevedibile, e sta succedendo. A due settimane esatte dalla riconferma di misura (51%) di Andrzej Duda nelle elezioni presidenziali polacche, a fine luglio il ministro della Giustizia, Zbigniew Ziobro, ha avviato a nome del governo la procedura per l’uscita della Polonia dalla Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, nota anche come Convenzione di Istanbul.

Duda era stato esplicito già in campagna elettorale, affermando in molti modi e circostanze che riteneva la Convenzione di Istanbul un’ispirazione ideologica della cosiddetta lobby Lgbtq, contraria alla famiglia e più distruttiva dell’ideologia comunista. Suscitando peraltro non poche proteste.

Per quanto riguarda gli altri Paesi del gruppo di Visegrad (oltre alla Polonia: Ungheria, Cekia, e Slovacchia), l’Ungheria aveva annunciato già a maggio scorso l’intenzione di uscire dalla Convenzione, Cechia e Slovacchia che pure avevano aderito si limitano per ora a non ratificare. Così anche la Lituania, mentre la Bulgaria ha addirittura definito la Convenzione anticostituzionale. La Croazia, pur avendo ratificato la Convenzione, è attraversata da un consistente movimento contrario che ne chiede l’abrogazione nel Paese.

Alla presa di posizione del governo polacco è seguita a ruota quella turca, che era nell’aria. Già a luglio, infatti, Numan Kurtulmus, vicepresidente dell’Akp (il partito di governo fondato dal presidente turco Erdogan), aveva dichiarato che la firma della Convenzione era stata una scelta sbagliata e aveva suggerito il ritiro della Turchia, che era stato il primo Paese del Consiglio d’Europa a ratificare la Convenzione nel 2012 (da cui il nome di Convenzione di Istanbul). La situazione in Turchia è molto complessa, con una forte reazione popolare contro il progetto di uscire dalla Convenzione. Tanto più che violenze contro le donne sono da tempo in crescita, per non parlare degli omicidi: secondo fonti credibili anche se non governative, nel 2019 ci sarebbero stati nel Paese 474 “femminicidi”, quasi 5 volte quelli avvenuti in Italia nello stesso periodo, e quest’anno i numeri sembrano purtroppo destinati a crescere. La tensione sulla questione se uscire o meno dalla Convenzione sembra coinvolgere anche la famiglia del presidente Erdogan: mentre uno dei figli, Bilal, si è detto favorevole all’uscita, la sorella Sumeyye è decisamente contraria.

Il nodo del problema, trasversale non solo a questi Paesi, è legato al rifiuto di una certa visione ideologica ritenuta contraria alla religione (sia cristiana che islamica), oltre a rilevanti obiezioni politiche di fondo in senso anti-migranti. Operando un’estrema semplificazione, ciò che viene rifiutato è il “famigerato” concetto di gender, con la visione antropologica e ideologica che lo sostiene. Nella Convenzione di Istanbul, il genere è definito come “ruoli, comportamenti, attività e attributi socialmente costruiti che una determinata società considera appropriati per donne e uomini” (3, c). È una definizione da molti ritenuta pericolosa e nemica del concetto tradizionale di famiglia. Ed è considerata una deriva favorevole alla visione propugnata dal movimento per i diritti Lgbtq+ o Lgbtqia (lesbiche, gay, bisessuali, trans, queer, intersex e asessuali).

È una situazione comprensibile, ma il rischio di ideologizzazione è molto elevato, con il risultato che si rischia di gettare il bambino con l’acqua sporca, secondo il noto detto di origine tedesca. Perché la violenza sulle donne è reale e non può essere ridotta solo ad una questione ideologica, per quanto fondata. La Convenzione di Istanbul è stato il primo grande tentativo di mettere a fuoco e punire legalmente crimini come la violenza di genere, lo stalking e le molestie, ma anche matrimonio, aborto, sterilizzazione e mutilazione forzati, e togliendo di mezzo anche il concetto di onore come attenuante. Che poi il movimento in difesa dei diritti delle donne rappresenti un innegabile fenomeno trans-culturale e trans-religioso deve se non altro far riflettere e spingere a cercare un dialogo sul tema della violenza di genere. Dialogo difficile, ma necessario, anche tra concezioni antropologiche e religiose realmente molto differenti. L’alternativa, in questo come in altri ambiti, è la sconfitta e la repressione del nemico. Ma in questo modo si arriva da qualche parte?

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