La violenza contro gli indigeni dell’Amazzonia

Una alleanza dei “popoli originari” vuole opporsi all’arbitrarietà delle autorità di governo, che vogliono far mettere le mani sulle risorse naturali senza aver cura della selva

Nell’ultimo anno il moltiplicarsi di incendi e di deforestazione ha fatto sparire oltre 9.700 chilometri quadrati di selva dell’Amazzonia brasiliana. Una superficie di poco superiore a quella delle Marche. Non si finirà mai di descrivere la funzione di questa immensa regione in rapporto al clima del pianeta. Non è in gioco solo l’assorbimento del dannoso CO2, ma anche l’immissione nell’atmosfera di una indispensabile umidità. Veri e propri fiumi che evaporano per trasformarsi in nubi che poi si distribuiscono nei cieli.

Ogni giorno l’Amazzonia immette nell’atmosfera 20 mila miliardi di litri d’acqua, più di quanta ne immetta il Rio delle Amazzoni allo sfociare nell’Atlantico. Ogni albero ne invia mille litri e questa immagine ha impressionato i giovani attivisti di Friday for Future, Exctinction Rebellion, Engajamundo lungo la via Transamazzonica ogni volta che si sono incrociati con un camion carico di giganteschi tronchi sottratti alla selva. 3 mila litri in meno, 4 mila litri in meno constatavano i giovani diretti a Tierra Media dove hanno partecipato a uno dei due eventi dal titolo: Amazzonia centro del mondo, con la presenza di centinaia di rappresentanti dei popoli indigeni, i principali difensori di questa immensa biodiversità, insieme alle ong ambientaliste.

L’altro evento si è svolto, invece, ad Altamira, dove i popoli indigeni e le ong si uniscono per frenare la devastazione in nome dello sfruttamento delle risorse naturali. Uno dei momenti più emozionanti, lo descrive la giornalista e ambientalista Eliane Brum, lo si è vissuto quando un agricoltore di Vuelta Grande del Xingú, ecosistema minacciato dalla diga di Belo Monte e dalla miniera canadese Belo Sun, in lacrime ha chiesto perdono agli indigeni per aver occupato le loro terre. Un kayapó si è alzato ed ha posto la mano sulla sua. Via via tanti altri hanno fatto lo stesso: si era formata una alleanza.

Indigeni di un villaggio della tribù Tembé in Amazzonia
Indigeni di un villaggio della tribù Tembé in Amazzonia

Ma non sempre le cose sono andate in modo amichevole. Durante l’incontro di Altamira, coltivatori, allevatori e grileiros (usurpatori di terre) hanno occupato un settore dello spazio destinato al pubblico cercando di boicottare gli interventi dei difensori dell’Amazzonia, generando momenti di tensione. Ê la ragione per la quale è stata sconsigliata la presenza della principessa del Belgio, Maria Smeralda, attivista ed ambasciatrice del Wwf. Gli agitatori non sono riusciti nel loro intento. Sconfitti si stavano ritirando dalla riunione quando ha preso la parola Juma Xipaya, attivista e membro di un popolo considerato estinto. «Sembra che siamo vostri nemici – si è rivolta verso il più facinoroso tra i grileiros –. Ma voglio solo ricordarvi che in nessuno momento abbiamo detto che siete nostri nemici o che lo siamo noi. Noi difendiamo la vita, la selva. E se voi dite che l’Amazzonia è del Brasile, perché non lottate per difenderla? Tutta la vostra produzione e lo sviluppo nel quale state pensando è per i brasiliani o per gli stranieri?».

È importante fare il nome degli attivisti, perché è un modo per proteggere la loro vita, proprio per l’aria che tira tra la violenza di usurpatori e di agricoltori assetati di ricavi, che approfittano dell’acquiescenza delle forze di polizia e l’occhiolino dell’appoggio politico del governo del presidente Jair Bolsonaro, sempre più apertamente disponibile a sorvolare sui diritti fondamentali e sulle garanzie dello stato di diritto. Qualcuno direbbe sia stato un eccesso verbale il riferimento del ministro dell’Economia di ricorrere a un decreto della dittatura in caso di proteste che possano sfociare in disordini e violenza.

Il menzionato decreto (Ai5), sospese in effetti nel 1968 le garanzie legali e certi diritti fondamentali. Ma in realtà, nelle sperdute regioni amazzoniche lo spirito del decreto viene già applicato dalla polizia che ha capovolto la realtà trasformando le ong ed i popoli indigeni in sobillatori, facendo gli interessi degli invasori.

Il governo neutralizza gli enti che appoggiano gli indigeni e cerca di gettare ombre sulle ong con sequestri e ispezioni. E mentre nel governo la deriva autoritaria è sempre più evidente (Bolsonaro ha dovuto rimandare a casa il ministro della Cultura per aver citato un noto paragrafo di Goebbels nella sua concezione dell’arte nazionalista), ha preso corpo una alleanza tra gli 800 mila indigeni del Paese preoccupati dal fatto che le «minacce e il discorso di odio del governo attuale, sta promovendo la violenza contro i popoli indigeni». Non sono tempi facili per la democrazia, per questo è bene mantenere accesi i riflettori dei media.

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