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Italia > Politica

La violenza e il diritto

di Redazioneweb

- Fonte: Città Nuova

Un lettore ci scrive a proposito dell’intervista a Stefano Biondi, sindacalista della Cisl . Chi tutela i rapporti di lavoro?

Manifestazione dei lavoratori

«Ho letto l’intervista a Stefano Biondi (FibaCisl) da parte di Giustino Di Domenico "Lo scontro non risolve il disagio sociale" e mi sono posto delle domande sulla violenza che sta attraversando il nostro bel paese, l’Italia. Non riesco ad immaginare la violenza di Action senza la violenza di una classe dirigente economica e politica che sta scaricando il peso della crisi sulle persone più deboli e sulle loro famiglie. Penso al discorso di Marchionne al meeting di Rimini e mi vengono i brividi a pensare agli applausi ricevuti. Non è violenza piegare alle necessità degli azionisti le vite e le famiglie degli operai? Noi cristiani dobbiamo essere attenti solo all’inizio e al fine vita oppure dobbiamo preoccuparci per l’essere umano nella sua integralità e nella sua intera esistenza? Di fronte alla crisi, la CISL e la UIL sembrano disposti, in nome della concertazione, a cinesizzare il rapporto di lavoro. Che fine ha fatto la speranza di promuovere i diritti sindacali in Cina, di sognare una nuova "Solidarnosc" cinese?». Domenico di Palermo.

 

Risponde Stefano Biondi

 

La questione che poni è importante e fondamentale e merita approfondimenti e un dialogo che non può esaurirsi in queste poche righe, la questione è inoltre secolare ed emerge con forza nei frangenti storici più controversi e non ho la capacità e la presunzione di darti una risposta esauriente, però ti posso rispondere per l’esperienza di quasi 40 anni di sofferto impegno civile e sindacale.

 

Sicuramente sono violente le modalità e le conseguenze con cui operano molte aziende in nome del profitto e di un mercato senza regole. Il mercato globale spinge verso il basso le condizioni di lavoro e di vita di milioni di lavoratori e di famiglie nel sud del mondo ma sempre più anche del nord. La crisi, le cui cause sono molteplici, profonde e non solo economiche o finanziarie ma politiche, sociali e antropologiche e hanno a che vedere con il modello sviluppo che la ricerca sempre, comunque e ad ogni costo del profitto (che molti, troppi scambiano come sinonimo di crescita e competitività.) ha imposto all’intero pianeta, la crisi, dicevo, che mentre per una parte della popolazione finisce per essere una dissertazione non dico accademica o intellettuale ma una dimensione che incide marginalmente nel proprio tenore di vita, per milioni di persone, e ogni giorno sempre di più, la crisi è una realtà tragica quotidiana senza prospettive e vie di uscita. E anche questo è grande violenza!

 

Ma credo che non si può indulgere con la tentazione di rispondere con violenza a violenza. Non solo per valore e convinzione umana o religiosa ma perché non ci aprirebbe nessuna soluzione al problema e non ci porterebbe da nessuna parte e poi anche perché, pragmaticamente, tatticamente e storicamente, la violenza dei deboli si è sempre rivelata un fallimento producendo un danno maggiore per gli stessi.

 

Ma allora cosa può fare il sindacato? In questo momento dove la politica mostra la sua inettitudine, incompetenza, l’assenza di autorevolezza morale e istituzionale, il ruolo del sindacato è fondamentale per evitare ogni deriva eversiva. In questa fase il sindacato si deve adoperare con ogni mezzo, iniziativa, mediazione per controbilanciare, mitigare e diminuire gli effetti sui lavoratori e dall’altra aprire con coraggio, competenza e creatività la strada ad un altro mondo possibile. Credo che il sindacato lo debba fare con creatività e anche un pizzico di profezia e sicuramente con molta più determinazione, e credo anche che i sindacalisti debbano smarcarsi per vita e coerenza personale dalla "casta", i sindacalisti devono essere testimoni più credibili del mondo di giustizia che vorrebbero.

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