I migranti e la croce issata sulle nostre coscienze

«I naufraghi morti, i dispersi ma anche i sopravvissuti del naufragio. Tutti vittime delle nostre chiusure, dei poteri e delle legislazioni, della cecità e dell'egoismo, ma soprattutto del nostro cuore indurito dall'indifferenza. Una malattia di cui anche noi cristiani soffriamo». Si legge così in una delle meditazioni lette nel corso della Via Crucis, organizzata ieri dall’Arcidiocesi di Crotone – Santa Severina, conclusasi con l’ultima stazione sulla spiaggia di Steccato di Cutro. Quella stessa spiaggia dove, poco prima dell’alba del 26 febbraio, le vite di quasi cento persone venivano spezzate, sprofondate in un mare attraverso il quale essi cercavano libertà, dignità, una vita nuova.
Cutro
Una veduta dall'alto del relitto del caicco con a bordo migranti naufragato e portato a riva su una spiaggia vicino a Cutro lo scorso 27 febbraio (Foto AP/Luigi Navarra, Fascicolo)

A Cutro sono giunti fedeli da tante comunità parrocchiali del litorale crotonese, da quelle stesse spiagge dove il mare ha fatto approdare, ancora nelle ultime ore, i corpi di alcune vittime. Presenti i sindaci di diversi comuni, che si sono mobilitati nei giorni scorsi per accogliere le salme e dare assistenza ai superstiti. Si unisce tutta la Calabria, nella presenza di tre vescovi: l’arcivescovo di Crotone – S. Severina Angelo Raffaele Panzetta, l’arcivescovo di Cosenza – Bisignano Giovanni Cecchinato, il vescovo di Lamezia Terme Serafino Parisi.

Una preghiera, un grido orante di dolore, di desiderio di verità e giustizia a cui si unisce anche la comunità musulmana, rappresentata dall’imam Mustafa Achik. Ad aprire il corteo, la croce costruita dall’artista locale Maurizio Giglio, realizzata su incarico del parroco don Francesco Loprete con i resti del barcone naufragato domenica scorsa. Si uniscono tanti cittadini che, da una settimana, stanno lavorando senza tregua per salvare vite umane, per accogliere, per dare assistenza. Si uniscono le famiglie della comunità locale e delle comunità vicine, bambini e giovani che da una settimana respirano dolore e morte nell’aria, che sentono sulla coscienza quei grandi “perché” che non trovano risposte: perché quei giocattoli sulla spiaggia, perché quelle scarpette, perché la morte dei bambini… Da una settimana, la spiaggia del comune crotonese è disseminata di croci. Ad ogni croce ci si ferma, si compiono quei semplici gesti di devozione così comuni tra la popolazione calabrese, si riflette, si fa silenzio.

La croce di Cristo apre uno squarcio di luce sul buio della sofferenza umana, del dolore più atroce. E interpella la coscienza di ciascuno. Come aveva ricordato poche ore prima papa Francesco all’Angelus: «I trafficanti di esseri umani siano fermati, non continuino a disporre della vita di tanti innocenti! I viaggi della speranza non si trasformino mai più in viaggi della morte! Le limpide acque del Mediterraneo non siano più insanguinate da tali drammatici incidenti! Che il Signore ci dia la forza di capire e di piangere».

Donne, uomini e bambini che hanno perso la vita in quello stesso mare che, sin dai tempi antichi, ha fatto approdare sulle nostre coste donne e uomini da ogni luogo, di tutte le culture, di tutte le fedi. «Sono la carne di Gesù – ha detto a conclusione del rito monsignor Panzetta – Gesù è il cuore accogliente e ospitale di Dio nei confronti dell’umanità. Se siamo cristiani non possiamo non essere accoglienti, dobbiamo avere il cuore aperto come il Signore e sappiamo che Dio, oceano di pace, ha accolto questi fratelli con cuore di Padre». Per il presule crotonese «abbiamo la necessità di generare intorno a noi un clima di accoglienza, di fraternità, di amicizia, non permettiamo alla paura di farci diventare comunità dal cuore gelido, atterrito di fronte alle diversità, perché noi vogliamo una convivialità delle differenze».

«Non vogliamo – ha concluso Panzetta – un’Europa con il filo spinato e laddove è difficile trovare accoglienza».

La croce, realizzata con i resti del barcone, viene riportata in chiesa. Ma, come sul Calvario, resta issata sulle coscienze di tutti noi. Di fronte al Crocifisso, ci sono, in ogni epoca, tutte le sfaccettature della storia, tutte le declinazioni della responsabilità umana. Possiamo essere “Pilato”, che guarda da lontano perché “non era di sua competenza”. Possiamo essere “Maria” e farci carico del dolore di un pezzo di umanità.

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