La via alla “interiorità dilatata”

L’unità e Gesù Abbandonato sono i due vertici della spiritualità cristiana che racchiudono l’intero progetto di Dio e la via per realizzarlo sulla terra nell’oggi della storia. 
Crocifisso
Uno dei segni dei tempi nell’ambito della spiritualità, ma anche della teologia, e che segna una svolta nell’esperienza spirituale dei credenti, è l’esigenza di partire dall’esperienza mistica come partecipazione della vita trinitaria. Già parecchi anni or sono K. Rahner aveva scritto che il cristiano di domani “o sarà un mistico o non sarà” . E l’esperienza mistica secondo lui non sarà più quella vissuta dal singolo credente e neppure quella di un gruppo di mistici individualisti ma quella fatta da una comunità di credenti che, perché vivono la spiritualità di comunione, godono della presenza del Risorto tra loro .

 

 

A confermare questa linea ci sono pure teologi di altre Chiese. L’evangelico Jungle, ad esempio, sottolinea che le Chiese devono essere capaci di dare una risposta adeguata a questa esigenza di spiritualità comunitaria mediante la mistica: “Non una mistica degli occhi chiusi, quanto una mistica che vede e sa vedere a occhi aperti. Non solo una mistica dell’interiorità, ma una mistica dove al movimento verso l’interno di sé stessi, corrisponde l’andare fuori da sé” .

 

La mistica di cui Chiara Lubich è testimone va decisamente in questa direzione: una mistica che non è altro che l’esperienza di vita in Gesù e con Gesù, crocifisso e risorto, condivisa però con i fratelli e le sorelle della comunità cristiana con i quali per la reciprocità dell’amore che circola tra tutti si attua la premessa capace di meritare la presenza di Gesù (cf. Mt 18,20). Questa mistica trinitaria può essere veramente la risposta dello Spirito all’esigenza di mistica comunitaria nell’oggi della Chiesa e dell’umanità.

 

La mistica trinitaria che nasce dal carisma dell’unità poggia su due pilastri che caratterizzano la spiritualità: l’unità e Gesù Abbandonato. Già nel 1948 Chiara scriveva: “Il libro di luce, che il Signore va scrivendo nella mia anima, ha due aspetti: una pagina lucente di misterioso amore: Unità. Una pagina luminosa di misterioso dolore: Gesù abbandonato. Sono due aspetti di un’unica medaglia” .

 

Nel partire da questi due vertici per definire la spiritualità dell’unità Chiara non sapeva di compiere “una scoperta inedita, (di portare) un’assoluta novità nella spiritualità cristiana”, come pure nell’evidenziare l’inscindibile legame di reciprocità, come causa ed effetto, tra l’unità chiesta da Gesù al Padre e il mistero di Gesù Abbandonato . Questo fatto ha fatto scrivere a J. Castellano, esperto di teologia spirituale: “L’unità e Gesù abbandonato contengono tutte le grandi linee della spiritualità evangelica, le illuminano e sono capaci di ricollocarle nell’armonia del disegno di Dio” . Il teologo P. Coda non esita a riconoscere nel carisma dell’unità il testimone di “un cambio di paradigma nella storia della spiritualità cristiana – dal primato del singolo all’equilibrio tra persona e comunione, conforme alle attese del Concilio e alle istanze avanzate dai segni dei tempi” .

 

L’intuizione carismatica di Chiara viene in seguito confermata dalle parole di Giovanni Paolo II, rivolte ad un gruppo di vescovi aderenti al Movimento dei Focolari, radunati per approfondire il tema: “Il crocifisso e abbandonato radice della Chiesa comunione”. “Vi incoraggio – dice il Papa – a lasciarvi guidare dalle indicazioni che ho stilato nella Lettera apostolica Novo millennio ineunte. In essa, infatti, invito l’intero popolo cristiano a fissare lo sguardo sul volto di Cristo crocifisso e risorto e ad approfondire il mistero di dolore e di amore da cui nasce e si rinnova costantemente la Chiesa-comunione come icona vivente della santissima Trinità” .

 

Gesù Abbandonato via all’unità con Dio

 

Quando lo Spirito manda un suo dono carismatico come risposta alle sfide dell’epoca, nel cuore del dono è racchiuso il segreto per viverlo. Quando lo Spirito dice a Francesco d’Assisi: “Va e ripara la mia Chiesa che, come vedi è tutta in rovina!”(FF 1038) col vivere il Vangelo nella “forma di vita e il modo di santa unità e di altissima povertà”(FF 2749), di certo ha ispirato Francesco a trovare la strada per incarnare il carisma e a trovare il segreto per viverlo e donarlo alla Chiesa.

 

Per Chiara Lubich nel mistero di Gesù crocifisso e abbandonato è racchiuso non solo il segreto per realizzare l’unità chiesta da Gesù al Padre ma anche per sperimentare l’unione con Dio; e contemporaneamente il modello di come amare i fratelli fino a sperimentare la presenza di Gesù, dunque la via per arrivare a vivere la mistica trinitaria, di costruire il “castello esteriore” vivendo i rapporti con le altre cellule del Corpo mistico così da farsi santi insieme nell’unità come richiede il carisma dell’unità.

 

Vertice dell’Amore

 

Tra i molteplici aspetti del mistero di Gesù crocifisso, Chiara non si sofferma tanto sulle piaghe esteriori, sul sudore di sangue, sui dolori fisici, psicologici o morali vissuti da Gesù sulla croce quanto piuttosto sul dolore dell’anima dell’uomo-Dio quando grida: “Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?” (Mc 15, 34). Quale realtà abissale di amore nasconde quel grido di dolore nella relazione col Padre e con lo Spirito Santo?

 

Al di là di quella piaga interiore tutta spirituale Chiara non trova più il dolore ma “Dio in modo nuovo, più faccia a faccia, più aperto, in un’unità più piena” ; “Chi entra infatti, nel tuo infinito dolore trova, come per incanto, tramutato tutto in Amore” ; “Egli aveva insegnato che nessuno ha maggior carità di colui che pone la vita per gli amici suoi, Egli, la Vita, poneva tutto di sé. Era il punto culmine, la più bella espressione dell’amore. Amava da Dio! Con un amore grande come Dio” .

 

Proprio perché tutto e solo amore, Gesù nell’abbandono appare nella massima espressione di sé, nel momento culmine del suo essere Figlio di Dio incarnato, perciò, come la Parola definitiva del Padre, la “Parola pienamente dispiegata” , il vertice della rivelazione, la sintesi del Vangelo. Anche se è possibile approfondirla intuiamo che la scoperta della dinamica amore-dolore nell’abbandono di Gesù apre ad un nuovo approccio spirituale e teologico della realtà di Dio, al suo essere Amore uni-trinitario.

 

Gesù Abbandonato come unico Sposo

 

L’aver trovato in Gesù Abbandonato l’Amore-Dio è stato come percepire un’elezione, una chiamata a sceglierlo come unico tutto della vita. Tanto che la scelta di Dio Amore che aveva caratterizzato l’inizio di questa esperienza ora si concretizzava: “scegliere Dio per noi significava scegliere Gesù Abbandonato” ; “Non si voleva conoscere che Lui. Lo Spirito ripeteva in noi: ‘Non conosco che Cristo e questi crocifisso’. L’amore per Lui era esclusivo: non permetteva compromessi” .

 

Il desiderio sempre più intenso di condividere il suo dolore ha portato gradualmente Chiara e le sue compagne a scoprire tutte le sfumature dell’amore soprannaturale che si stabilisce tra l’anima e Dio fino a giungere ad amare Gesù Abbandonato, per se stesso in tutte le sue manifestazioni nei dolori personali, negli altri, nelle circostanze, nella Chiesa, nell’umanità. Gesù Abbandonato diviene “l’Amato” col quale viene stabilito un vero rapporto di amore sempre più profondo e più intimo, esclusivo, fino a “fargli festa”, ad amarlo “sempre, subito, con gioia”, ogni volta che si presenta, perché “è lo Sposo” atteso.

 

Il culmine di questo cammino mistico è espresso nella nota meditazione scritta alla fine del ‘49, ove è contenuta la quinta essenza della spiritualità dell’unità: “Ho un solo sposo sulla terra: Gesù crocifisso e Abbandonato. Non ho altro Dio fuori di Lui. In Lui è tutto il Paradiso con la Trinità, e tutta la terra con l’umanità” .

 

Via all’unione trasformante

 

E poiché Dio non si lascia vincere in generosità porta a sperimentare il frutto dell’immedesimazione con Gesù Abbandonato, “un’alchimia divina” che permette di partecipare alla trasformazione del dolore in amore che Gesù ha fatto sulla croce e con la resurrezione. Infatti, – scrive Chiara – “l’amore puro, al contatto con il dolore, lo tramutava in amore; in un certo modo lo divinizzava, quasi proseguiva in noi, se lo possiamo dire, la divinizzazione che Gesù fece del dolore” .

 

Chiara sperimenta il frutto dell’essere passata al di là della piaga, ove si trova immersa nella luce e nell’Amore, ove si trova immedesimata con Colui che ama: “Gesù abbandonato abbracciato, serrato a sé, voluto come unico tutto esclusivo, consumato in uno con noi, consumati in uno con Lui, fatti dolore con Lui Dolore: ecco tutto. Ecco come si diventa (per partecipazione) Dio, l’Amore” .

 

Gesù crocifisso e abbandonato che si riabbandona al Padre donando il suo Spirito permette di sperimentare nell’abbracciarlo i doni dello Spirito e un nuovo rapporto con lo Spirito santo. È l’Amore trinitario che dal cuore di Gesù crocifisso si rovescia sulla Chiesa, perché in lei vi sia lo stesso amore che regna nella Trinità.

 

Gesù Abbandonato via all’unità con i fratelli

 

Che Gesù crocifisso potesse portare all’unione con Dio mediante il suo annientamento era già noto nella spiritualità, particolarmente sviluppato da san Giovanni della Croce. “Infatti, – commenta Chiara – egli con la sua notte oscura fu il polo negativo che unito a Dio – polo positivo – fece splendere o scaturire la Luce in sé” .

 

Ma la novità di Chiara è appunto aver trovato in Gesù Abbandonato la possibilità di vivere l’unità con i fratelli per avere la Trinità tra noi: “Noi invece siamo polo negativo e polo positivo tra fratelli… Il loro contatto dà la Luce di Gesù fra loro e quindi in ambedue. Noi portiamo davvero il Regno di Dio sulla terra. Infatti, Dio è fra noi e attraverso noi questa corrente d’amore (che è la corrente dell’Amore trinitario) passa per il mondo in tutte le membra del Corpo Mistico, tutto illuminando” .

Ora vorrei evidenziare alcuni passaggi del cammino che porta all’esperienza dell’interiorità dilatata segnati appunto dall’amore a Gesù Abbandonato.

 

Farsi uno

 

Per chi vive la spiritualità dell’unità incentrata sul passaggio dell’arco del fratello per trovare Dio, è di necessità vivere l’amore a Gesù Abbandonato. Infatti, Lui che era Dio, il Verbo del Padre ha saputo svuotarsi di Se stesso (Cf. Fil 2, 7) per farsi uomo tra gli uomini: “Si fa noi, vermi della terra, per fare noi Lui: Figli di Dio” .

 

Per questo diviene il modello del “farsi uno” col fratello, con ogni prossimo; del farsi povero di spirito per accogliere gli altri. Il vivere l’altro, richiede, infatti, una spogliazione interiore e un farsi “nulla”, il perdere tutto anche la propria anima, anche l’esperienza di Dio. Fino a perdere “Dio per Dio”, nella preghiera o nelle ispirazioni per essere vuoti, per farsi tutto a tutti come dice san Paolo.

 

Inoltre, Gesù Abbandonato è via all’unità perché permette di ricomporla qualora fosse incrinata. Per un atto di superbia o di orgoglio o di egoismo, per un giudizio, si può spegnere la luce di “Gesù in mezzo”. Ecco allora che il riconoscere nella disunità un volto di Gesù Abbandonato permette di ricominciare ad amare, magari di chiedere scusa e ristabilire l’unità.

 

Perfetti nell’unità

 

Nell’attuare alla lettera “Amatevi come io vi ho amato” (cf. Gv 13, 34) Chiara sperimenta il “di più” della carità, la perfezione dell’amore proprio nella reciprocità. Viene sperimentato quanto dichiarato da Giovanni: “Se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l’amore di Lui è perfetto in noi” (1 Gv 4, 12). Questo sperimentare Dio-Amore nella reciprocità è una delle novità offerte alla spiritualità nel cammino per trovare Dio. Il fratello e la sorella non sono più raggiunti come oggetto terminale della carità, ma cercati fin dall’inizio per poter andare insieme, nella reciprocità, verso Dio e fare insieme l’esperienza di Dio-Amore-Trinità. Se si è uniti nel suo amore è assicurata la presenza di Gesù: “… lì sono io presente”(cf. Mt 18, 20): “Nell’unità col Risorto in mezzo a noi siamo perfetti e quindi santi” .

 

Ora come è possibile arrivare a questa perfezione dell’amore per i credenti? Solo se è Gesù in me che ama e se c’è Gesù nel fratello è possibile essere perfetti nell’unità: “Ma… perché Gesù fosse in noi dovevamo amare Gesù Abbandonato in tutti i dolori, vuoti, fallimenti e tristezze della vita. Questa unione ci riempiva di Dio, così che, incontrandoci, ci riconoscevamo l’uno nell’altro, perché era Dio in me Dio nell’altro e Dio in tutti. E soltanto allora ci sentivamo fratelli” . Con Gesù Abbandonato la vita della Trinità non è più vissuta soltanto nell’interiorità della singola anima, ma scorre liberamente tra le membra del mistico corpo di Cristo .

 

Gesù Abbandonato e le notti

 

Con l’amore a Gesù Abbandonato come segreto dell’unità con i fratelli, e non senza una luce particolare della Spirito, il carisma di Chiara non solo getta una luce nuova sulle vie classiche della vita spirituale come pure sull’ascetica, le prove e le notti prima di arrivare all’unione trasformante, ma apre nuovi orizzonti nella mistica e di conseguenza nell’ascetica con l’esperienza di altre notti finora sconosciute come la notte di Dio, la notte collettiva: “San Giovanni della Croce parla di notte oscura dei sensi e dello spirito che precede l’illuminazione.

 

Noi – per realizzare il nostro Ideale dell’Unità (per comporci in corpo mistico prestandoci quali membra di esso a Lui in unità) – domandiamo di più: la notte oscura di Dio. È Gesù abbandonato, ove la Luce si fece tenebra e l’Amore disunità. Questo perché a noi non basta la santità dell’individuo, ma la santificazione di Gesù fra noi, di Gesù-noi. Per innestarci dunque l’uno nell’altro, come le persone nella Trinità, dobbiamo perdere anche Dio nel fratello. Proprio come Gesù abbandonato che perdette Dio nel fratello” .

 

Gesù Abbandonato via alla partecipazione della vita trinitaria

 

L’esperienza dell’amore trinitario vissuto nei rapporti interpersonali all’interno di una comunità, per la presenza di Gesù permette di parlare di “mistica comunitaria o trinitaria” E Chiara non esita a chiamarla “la nostra mistica”. “La nostra mistica – scrive – suppone almeno due anime fatte Dio, fra le quali circola veramente lo Spirito Santo…: cioè un terzo. Dio, che li consuma in Uno. In un solo Dio: ‘Come io e Te’ dice Gesù al Padre… E Gesù è dove sono due o più: quindi la mistica di coloro che si amano a vicenda come Egli ci ha amato; di un’unità di anime che rispecchia, stando in terra, la Trinità di lassù” .

 

È proprio nel vivere questa mistica trinitaria in una cellula di Chiesa, che viene superata la soglia dell’impossibilità di penetrare il mistero trinitario di fronte alla quale sant’Agostino stesso si era trovato a confessare: “Vorremmo elevarci alla contemplazione di quella suprema Trinità che è Dio, ma non ne siamo capaci” . Chiara Lubich, avendo trovato in Gesù Abbandonato il passaggio per partecipare alla vita trinitaria, può affermare: “Questo nostro essere uno era tale che ci faceva non solo immagine della Trinità, non solo unite ad Essa, ma ci faceva essere, per partecipazione, Trinità” .

 

Gesù Abbandonato aveva, infatti, rivelato a Chiara: “L’Essere della Trinità come Amore” . “E perchè è Amore, Dio è Uno e Trino: Padre Figlio e Spirito Santo” ; “Sono tre le Persone della santissima Trinità, eppure sono Uno perché l’Amore non è ed è nel medesimo tempo… Nella luce della Trinità, dispiegata da Gesù abbandonato, Dio che è l’essere, si rivela, per così dire, custodente nel suo intimo il non-essere come dono di Sé: non certo il non-essere che nega l’Essere, ma il non-essere che rivela l’Essere come Amore. È questo il dinamismo della vita intratrinitaria che si manifesta come incondizionato reciproco dono di sé, mutuo annullamento amoroso, totale ed eterna comunione” . Ma Gesù abbandonato non è solo colui che ci svela la dinamica trinitaria ma anche Colui che deificandoci per grazia ci rende partecipi della stessa vita divina della Trinità: “Sembrava che la Trinità si aprisse per accogliere i redenti nel suo grembo” .

 

Gesù Abbandonato, dunque, ci introduce nella comunione dell’amore trinitario, ci partecipa il suo amore che ci rende capaci di un’analoga relazione d’amore fra noi: “Come il Padre ha amato me, così io ho amato voi” (Gv 15, 9); “Come io vi ho amati, cosi anche voi amatevi gli uni gli altri” (Gv 13, 34). “C’è allora – commenta Chiara – un’affinità tra il Padre, il Figlio e noi… Per l’unico amore divino che possediamo” . È, infatti, l’unica agape divina che unisce nello Spirito il Padre e il Figlio, il Figlio e i figli, i figli nel Figlio col Padre e tra loro.

 

Si realizza così il “di più” del carisma dell’unità. Questo “di più” spiega J. Castellano, porta a dire “se la Trinità è in me ed in te, allora la Trinità è fra noi, siamo in una relazione trinitaria… allora il nostro rapporto è a modo della Trinità, anzi è la Trinità che vive in noi questo rapporto” .

 

Gesù Abbandonato via alla “interiorità dilatata”

 

È, dunque, amando Gesù Abbandonato che è possibile, come abbiamo visto, vivere la reciprocità dell’amore che permette di generare la presenza di “Gesù in mezzo” a noi e formare una cellula di Corpo mistico nella quale abita la Trinità. Ed è ancora Gesù Abbandonato che permette il donare e l’accogliere nella reciprocità dell’amore la propria interiorità aprendo uno spazio di incontro che non è né quello della stanza dell’io, né quello della stanza del fratello, ma lo spazio dell’interiorità stessa di Gesù reso presente dall’unità. Per cui si sperimenta veramente quanto affermato da Paolo: “Tutti voi siete una sola persona in Cristo Gesù” (Gal 3, 28).

 

Le due interiorità annullate nell’amore a Gesù Abbandonato sono assunte in quella di Cristo Gesù. Come scrive Zanghì: “Si ritrovano uno nell’interiorità stessa di Gesù. Sono condotte là dove la Parola incarnata e risorta è: in quella comunione trinitaria che è, se così si può dire, l’interiorità più interiore dell’Assoluto Uno” . Ciascuno in Gesù risorto ritrova la sua interiorità, ma dilatata su quella di Gesù, contenente in sé ogni uomo o donna. “Gesù in mezzo” è sperimentato come il luogo al di là del tempo e dello spazio, perché risorto, e nello stesso tempo nel cuore dell’umanità ove abita la Trinità ed è possibile sperimentare la “interiorità dilatata”.

 

È questo il “castello esteriore” edificato dalla reciprocità dell’amore che ha portato ciascuno ad uscire dalla propria interiorità per entrare in quella di Gesù, e ritrovarsi nella comunione trinitaria .

Nel vivere la spiritualità di comunione la Chiesa potrà veramente mostrare il suo vero volto, testimoniare la sua identità di koinonia come icona della Trinità e portare a compimento la sua missione di riportare l’umanità e il creato in seno alla Trinità. Scrive De Lubac: “Dio non ci ha creati perché dimorassimo ai confini della natura, né perché vivessimo una vicenda solitaria: ci ha creati per essere introdotti insieme in seno alla sua vita trinitaria. Gesù Cristo si è offerto in sacrificio perché noi fossimo una cosa sola in questa unità delle Persone divine.

 

C’è un luogo in cui, fin da questa terra, incomincia questa riunione di tutti nella Trinità. C’è una famiglia di Dio, misteriosa estensione della Trinità nel tempo, che non soltanto ci prepara a questa vita unitaria e ce ne dà la sicura garanzia, ma ce ne fa già partecipi. Unica società pienamente ‘aperta’, essa è la sola che è all’altezza della nostra intima aspirazione nella quale noi possiamo attingere finalmente tutte le nostre dimensioni. “Un popolo radunato dall’unità del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”: tale è la Chiesa. “Essa è piena della Trinità” .

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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