La tv fa bene o male?

Partendo dal “sensazionalismo mediatico” portato agli eccessi, il commento della psicologa Angela Ganci di Palermo, specialista in psicoterapia cognitivo-comportamentale ed esperta in scienze criminologiche
minori e tv

E’ sotto gli occhi di tutti che i mezzi d’informazione diano sempre più spazio al “sensazionalismo dell’informazione”. La maggior parte dei media hanno cioé la tendenza a pubblicare e diffondere certe notizie conferendo loro un eccessivo risalto e presentandole come sensazionali, quando magari non lo sono. Molti si chiedono: perché ciò avviene? Perché soprattutto la televisione non fa altro che propinare, in maniera quasi totalizzante, immagini catastrofiche, delitti, femminicidi; si accanisce con dettagli macabri, pensando che il pubblico abbia un’alta soglia di tollerabilità per gli stessi e un basso livello culturale? Considerato però che non viviamo solo in un terrificante e terribile mondo, non facciamo forse meglio ad eliminare la tv?

 

Ne abbiamo discusso con Angela Ganci, 36 anni, psicologa specialista in psicoterapia cognitivo-comportamentale, consulente tecnico e perito presso il Tribunale di Palermo, esperta in Scienze Criminologiche, e da poco anche giornalista pubblicista.

 

Dott.ssa Ganci, sappiamo che la tv odierna trasmette immagini molto forti: tale impatto
visivo nei bambini piccoli, che non hanno ancora sviluppato un adeguato senso critico, che effetto può avere?

L’esposizione massiccia e duratura a immagini a carattere violento, proprio per la passività che la caratterizza (non è infatti possibile interagire con il mezzo televisivo) provoca un abbassamento della capacità di critica. Questo accade perché, anche se da sottofondo, le immagini e i dialoghi che provengono dalla tv vengono immagazzinati, riuscendo a coinvolgerci più di quanto noi stessi crediamo. Ciò è tanto più vero nei bambini che, in una fase evolutiva di costruzione della propria identità, difficilmente mettono in discussione quanto detto loro dai grandi (genitori, insegnanti) e, mancando di esperienza diretta, facilmente considerano vere e giustificabili le storie raccontate e le immagini viste, sebbene ingigantite a fini spettacolari. Ecco che un bambino può davvero convincersi di possedere i poteri del suo Supereroe preferito, e credere di rimanere illeso volando dal balcone di casa, come tristamente la cronaca ci racconta.

 

La tv, dalle immagini sadiche e violenze gratuite, non suggestiona forse anche gli adolescenti?

L’adolescente si trova in una fase evolutiva di per sé traballante e incerta, dove la capacità di suggestione da parte di modelli rassicuranti, osannati e vincenti è molto alta. L’identità precaria, per così dire, si nutre delle esperienze esterne per consolidarsi, non si spiegherebbe altrimenti la forza del gruppo che agisce sul singolo con una forza di volontà tale da spingerlo a compiere azioni che difficilmente compirebbe da solo (per esempio le violenze di gruppo). Consideriamo peraltro il ruolo altamente diseducativo di certi videogiochi, come Resident Evil e Street Fighter, più volte incriminati per il loro carattere violento: essi fanno “presa” per la capacità di immedesimazione nel “vincente” che utilizza calci, pugni e ogni arma sanguinaria per giustificare la vittoria. Ciò tristemente rispecchia un ideale trasmesso dalla nostra società, dove l’importanza attribuita al successo, alla visibilità, a tutti i costi, se assolutizzata, rischia davvero di elevarlo a ideale di vita. Ecco che un adolescente che cerca conferme potrà “scegliere” di vestire i panni del bullo, del bugiardo, del cinico. Credo personalmente che ci troviamo di fronte a un’insufficiente risposta formativa della società (famiglia e scuola in prima linea) e che l’adolescente ricerchi naturalmente affetto, considerazione e rispetto; non trovandoli, finisce allora con il “deviare” verso modelli più a portata di mano, pericolosamente lontani dal concetto di lealtà, sacrificio e pazienza.

 

I forti input mediatici non possono, quindi, provocare il pericoloso effetto emulazione, proiettando per esempio rabbia nei rapporti amorosi che invece necessitano di comprensione e capacità di ascolto?

Come prima accennato, la necessità di coprire dei vuoti affettivi e di rafforzare la propria identità, che include l’insopportabilità del rifiuto, è forte in molti adolescenti (ma direi anche negli adulti, nell’era dell’adolescenza prolungata), e ciò porta a respingere l’idea che il bisogno di essere amati, “visibili”, possa venire frustrato, riassumibile nella frase: “O mia o di nessun altro”. Per comprendere e ascoltare l’altro è necessario invece un graduale allontanamento dalla posizione egoistica, tipica delle primissime fasi di vita, una fiducia nella possibilità che l’altro ci possa ricambiare (nel rispetto dei suoi tempi) e un forte concetto di sé che superi un rifiuto, dato che è impossibile piacere a tutti. Far passare il messaggio che la rabbia del rifiuto possa “giustificare” atti violenti, direzione in cui sembra procedere un certo sensazionalismo mediatico, è un gravissimo errore educativo da attenzionare, considerato il potere del mezzo televisivo.


Perché, secondo lei, la tv odierna dà peraltro un'attenzione ampia e costante alla cronaca nera, dandoci a tutte le ore in pasto un costante spettacolo del dolore?

Tutto ciò che stimola i nostri istinti primordiali, tra cui l’aggressività e la violenza, tocca profondamente e affascina. La spettacolarizzazione del dolore attiva tali componenti sadiche, un piacere nel veder soffrire, così come un certo sollievo poiché le sofferenze inferte interessano altri, non familiari o persone care. Finché la legge regina del mezzo televisivo sarà lo share la vedo dura sulla possibilità di anteporre notizie e immagini più sobrie e al contempo educative a un uso strategico del dolore, strumentale all’audience.

 

Come proteggere i nostri ragazzi? Non fanno bene quei genitori che eliminano il problema alla fonte e tolgono la tv da casa?

Credo che il problema più serio non sia la presenza della tv o di Internet, poiché tali strumenti di per sé non sono nocivi. È il loro uso spropositato e senza controllo da parte degli adulti che ne fa strumenti potenti, in grado di sostituirsi alle figure educative, determinare le scelte di vita, e facilitando risposte inadeguate, perché non regolate e non ragionate, alle inevitabili frustrazioni quotidiane. Se il mezzo televisivo è davvero il Quarto Potere, sarebbe forse più strategico “allearsi” con esso, accompagnando personalmente i minori alla visione dei programmi, prediligendo quelli a carattere storico-culturale. Un controllo da parte dei genitori e della scuola che, lungi dall’essere una sanzione o un autoritarismo fine a se stesso, aiuti a sviluppare capacità critica, autonomia, assicurando vicinanza affettiva. Un accompagnamento e un ascolto delle perplessità e delle richieste del giovane che non faccia sentire soli e abbandonati di fronte al mezzo, affinché questi preferisca il modello di ascolto e cura proposto dal genitore a quello propinato gratuitamente, e in maniera altamente accessibile, dai mass-media.

 
E parliamo di noi giornalisti. Lei che ora lo è anche diventata, cosa ci consiglia da, doppiamente, esperta: possiamo leggere solo la carta stampata e il web, ed evitare anche noi d'intristirci con ciò che ci vogliono far credere sia la vita?

Non credo che eliminare il mezzo televisivo sia la soluzione definitiva, sia perché, se usato opportunamente, può favorire l’arricchimento culturale, sia perché i suoi effetti, in particolare l’impossibilità di interagire con il mezzo, la velocità e la forza delle immagini, sono condivisi dal web, forse ancora più incisivamente. Come in ogni scelta equilibrata si dovrebbe tendere a un utilizzo consapevole. A mio parere comunque l’utilizzo della carta stampata e dei libri dovrebbe essere incentivato rispetto a ogni altro mezzo: sono infatti noti gli stretti rapporti tra utilizzo del multitasking e lo sviluppo di disturbi a carico dell’attenzione, fenomeno ridotto nel caso dell’utilizzo del cartaceo. C’è poi da aggiungere il ruolo di oggetto transizionale che un libro può ricoprire, intendendo un oggetto caro al bambino, che riveste di significati personali, un po’ come avviene per il classico orsacchiotto di pezza, esperienza rara nel mondo anonimo e conformista della rete.

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