La Turchia guarda lontano

C’è stato un tempo in cui la politica estera della Turchia era guidata da due riferimenti: il processo di avvicinamento all’Unione europea e la dottrina del “zero problemi” con i vicini.
Erdogan
C’è stato un tempo, non troppo lontano, in cui la politica estera della Turchia era guidata da due riferimenti: da una parte il processo di avvicinamento all’Unione europea; dall’altra la dottrina del “zero problemi” con i vicini. In pochi mesi, lo scenario che ha fatto da sfondo alla politica estera turca è radicalmente cambiato. Sul fronte europeo sono ormai pochi gli analisti internazionali pronti a scommettere in un esito positivo. Troppo radicata l’opposizione francese, troppo profonda la diffidenza tedesca, troppo marcata l’irriducibilità cipriota. La porta europea rimane per ora chiusa ad Ankara; è dunque comprensibile che la Turchia cominci a immaginare un futuro fuori dall’Unione, con un proprio ruolo autonomo in Medio Oriente, in Nord Africa, nel Caucaso, in Asia Centrale.

 

Il secondo obiettivo, quello di ridurre a zero le questioni aperte con i vicini, si è complicato dopo i sommovimenti della “primavera araba”. Con la Siria, con la quale la Turchia aveva ricucito i rapporti anche in nome del comune “problema” curdo, le relazioni si sono fatte tese dopo la dura repressione di Assad. Non parliamo poi di Israele; dopo la questione della Freedom Flottilla e le mancate scuse da parte di Tel Aviv, la freddezza si è trasformata in tensione. Inoltre, lo stallo del processo di pace israelo-palestinese e il ridimensionamento del ruolo egiziano alimenta l’ambizione di Erdogan di divenire il nuovo paladino della causa palestinese. Il grande attivismo della Turchia in relazione all’iniziativa di Abu Mazen di portare alle Nazioni Unite la questione del riconoscimento dello Stato palestinese ne è una riprova.

 

Inoltre il viaggio compiuto da Erdogan, dai risvolti quasi trionfali, in Egitto, Tunisia e Libia sembra confermare l’intenzione turca di proporsi come punto di riferimento anche per le nuove generazioni della primavera araba, magari prospettando, in positivo, i meriti di un islam politico moderato. Tuttavia la complessità delle questioni mediorientali e nordafricane rendono queste iniziative isolate alquanto improbabili; mai come ora ci sarebbe davvero bisogno di una “comunità internazionale” degna di questo nome.

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