La Turchia abbandona l’accordo contro la violenza sulle donne

Dura svolta alla tutela dei diritti delle donne in Turchia con l’abbandono della Convenzione di Istanbul. La motivazione del Governo è che l'accordo normalizza l’omosessualità e mette a rischio i valori tradizionali del Paese. Critiche da Ue e Stati Uniti

Sabato scorso, 20 marzo, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha deciso, con una manovra notturna, di ritirare il suo Paese dalla Convenzione di Istanbul, l‘accordo internazionale per la prevenzione e il contrasto della violenza contro le donne, lo stupro coniugale e le mutilazioni genitali femminili.

Paradossalmente, la Turchia era stata il primo Paese a firmare quello che è diventato il primo strumento internazionale giuridicamente vincolante in materia, adottato dal Consiglio d’Europa nel 2011 e ratificato da altri 13 Stati. Dal 2014, è entrato in vigore in 34 Paesi europei ed è stato firmato in altri 45 in tutto il mondo. Molto diversa è ora la posizione, rispetto a dieci anni fa, del presidente Erdogan. Le motivazioni per cui ha abbandonato l’accordo sarebbero che la Convenzione normalizza l’omosessualità e danneggia l’unità familiare, mettendo a rischio i valori tradizionali del Paese, come espresso in un comunicato del direttorato delle Comunicazioni presso la presidenza della Repubblica. Una mossa strategica del leader del Partito della Giustizia e dello Sviluppo (AKP) per rafforzare i legami con i gruppi islamisti e conservatori.

La notizia ha colpito come un secchio d’acqua fredda l’opposizione, i leader europei e i movimenti femministi. In un Paese dove ogni giorno vengono uccise tre donne, il ritiro della Turchia dalla Convenzione segna un’enorme battuta di arresto per la tutela di donne e ragazze dalla violenza, come lamenta il segretario generale del Consiglio d’Europa, Marija Pejcinovic Buric. Intanto, dall’opposizione Kemal Kilicdaroglu, il leader del Partito Popolare Repubblicano (CHP), ha annunciato che ricorrerà al Consiglio di stato di Ankara contro un decreto che metterebbe a rischio i diritti umani, in particolare i diritti delle donne.

Anche l’alto rappresentante per la politica estera dell’Unione europea Josep Borrell si è mostrato preoccupato per la decisione, che ha considerato come “un passo in dietro” che «potrebbe mettere in rischio la protezione dei diritti fondamentali delle donne e delle ragazze in Turchia». Tuttavia, il ministro per la famiglia Zehra Zumrut Selcuk ha sostenuto che i diritti delle donne sono già garantiti nella legislazione nazionale e che «la carta contro la violenza di genere non ci serve».

In risposta alla decisione del governo si sono tenute manifestazioni a Istanbul e in altre città turche, come Esmirna, Eskisehir, Adana, Hatay e Mersin, organizzate dal movimento femminista e dal Partito Democratico dei Popoli (HDP), che hanno denunciato come «la coalizione maschilista del Partito della Giustizia e dello Sviluppo e il Partito del Movimento Nazionalista (MHP) riconfermino la loro ostilità verso le donne». Secondo la piattaforma contro il femminicidio “We Will Stop Femicide”, oltre 300 donne sono state uccise durante il 2020, mentre si sono verificati 171 decessi sospetti. Quest’anno, sono già 74 le donne  in Turchia vittime di femminicidio. Inoltre, un rapporto dell’agenzia Bianet afferma che il 38% delle donne turche ha subito violenza almeno una volta nella propria vita.

Oltre all’Ue e al Consiglio d’Europa, gli Stati Uniti e le Nazioni Unite hanno deplorato l’abbandono dell’accordo da parte della Turchia, mentre un movimento di supporto alla Convenzione promosso sui social con l’hashtag #istanbulconventionsaveslives (la Convenzione di Istanbul salva vite) assicura che porterà la causa davanti alla Corte costituzionale.

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