La Tunisia senza governo (e le barche che partono)

Mentre l’instabilità politica diventa cancrena, tanti giovani tentano l’avventura dell’emigrazione su barche da pesca, senza intermediari e scafisti. Perché nel loro Paese il futuro è bloccato
Migranti tunisini arrivati a Lampedusa (AP Photo/Annalisa Camilli)

Il primo ministro tunisino Elyes Fakhfakh ha dato le dimissioni il 15 luglio, meno di 5 mesi dopo l’insediamento. C’erano voluti 4 mesi per mettersi d’accordo sulla sua nomina. Probabilmente Fakhfakh si è dimesso prima che si formalizzasse una sfiducia nei suoi confronti che era ormai imminente e che avrebbe di fatto consegnato al partito islamista Ennahda (che ha in Parlamento una maggioranza relativa di 55 seggi su 217), l’incarico di trovare altre alleanze per formare un nuovo governo.

Dimettendosi, Fakhfakh ha invece passato la palla al presidente della repubblica Kais Saied, che il 25 luglio ha infatti dato l’incarico a Hichem Mechichi, un 46 enne funzionario non allineato che pare raccogliere consensi tra la gente, forse meno tra i politici di mestiere. I giochi della politica in Tunisia non sono diversi da quelli di molti altri Paesi, forse anche un po’ più complicati per le connessioni internazionali con la fratellanza musulmana e il vicino caos libico.

Ma il problema si fa serio quando la gente comincia a non poterne più. Il calo di votanti alle ultime elezioni parlamentari dell’ottobre 2019 è un segnale: nel Paese è andato a votare uno striminzito 41% (e all’estero il 16,4%), e questo dopo un appello accorato della commissione elettorale, preoccupata a poche ore dalla chiusura dei seggi di un’affluenza che a stento arrivava al 15% degli aventi diritto. È dalla Rivoluzione dei Gelsomini (2011) che i tunisini vanno sempre meno a votare, dopo 9 anni di coalizioni politiche che non hanno praticamente mai iniziato ad affrontare i problemi veri, con governi che in media non durano più di un anno e mezzo, senza contare i numerosi rimpasti ministeriali intermedi.

Quest’anno si è aggiunta a questa situazione cronica l’epidemia di Covid-19, che pur essendo molto contenuta (1.300 contagi, 50 decessi) ha fatto crollare la principale risorsa del Paese, il turismo (rappresentava il 14 % del Pil), aumentando la già pesante disoccupazione, che è salita ufficialmente al 15,3%, ma per quanto riguarda i giovani potrebbe superare il 30%. Questo senza contare naturalmente le migliaia di giovani tunisini che da decenni emigrano più o meno clandestinamente. Più che meno, dato che non possono fare diversamente.

Così da un paio di mesi gli sbarchi clandestini di tunisini a Lampedusa, nel trapanese e nell’agrigentino, sono in aumento. Per buona parte di questi arrivi, a quanto pare, non si tratta dell’attività di organizzazioni scafiste (come molti italiani sarebbero indotti a pensare), ma di barche da pesca che cercano di “arrotondare” i loro guadagni, di fughe autonome organizzate in proprio e di barchini all’avventura. Cosa possibile se si considera che da Mahdia a Lampedusa ci sono soltanto 140 Km di mare, e tra Biserta, Sfax o Sousse e la costa meridionale siciliana ce ne sono fra 250 e 350 circa. Il problema è che tra il 1° gennaio e il 31 luglio di quest’anno sono arrivati in questo modo circa 5.400 tunisini, quasi il 40% dei migranti giunti in Italia (13.700 circa secondo dati rilevati da Unhcr, Omi e ministero dell’Interno italiano, situazione comunque ben diversa dagli oltre 181 mila arrivi del 2016).

Per limitarci a questa situazione dei migranti dalla Tunisia, certo è necessario fare qualcosa, ma è inconcludente limitarsi a “bloccare” l’afflusso e rispedire al mittente i migranti senza capire le cause e individuare possibili interventi non solo per ridurre i numeri, ma soprattutto per aiutare la soluzione dei problemi che stanno a monte. Pena l’inefficacia di qualsiasi provvedimento anche nel breve termine. E questa non è solo una questione di lungimiranza politica, ma anche un’opportunità, per l’Italia e ancora di più per l’Ue verso la quale sono diretti i migranti tunisini. Difficile a dirsi e ancora di più a farsi, di questi tempi.

Il problema più serio è al momento quello di trattare con un Paese privo di governo, dove qualsiasi eventuale accordo risulta instabile e incerto. Karima Moual, dinamica giornalista italo-marocchina, così commentava tempo fa (su formiche.net) l’importanza della collaborazione fra Italia e Tunisia: «L’Italia è un Paese fondamentale per i tunisini e la presenza delle imprese italiane in Tunisia non è di piccoli numeri, con più di 800 imprenditori… la Tunisia necessita davvero di un rinnovamento. Penso al tema della formazione, fondamentale anche per altre realtà nordafricane… Si tratta di Paesi giovani, con grandi potenzialità in diversi settori, a cui manca la formazione. Lì si dovrebbe investire maggiormente, anche per favorire la realizzazione di molti progetti comuni».

 

Leggi anche

I più letti della settimana

Altri articoli

Simple Share Buttons