La tubercolosi è tornata in Europa

Sconfitta negli anni Settanta grazie alla terapia antibiotica e alle migliorate condizioni economico-sociali, questa malattia, che aveva mietuto milioni di vittime, sta ricomparendo nel nostro Occidente.
Sanità Tubercolosi
Sconfitta negli anni Settanta grazie alla terapia antibiotica e alle migliorate condizioni economico-sociali, questa malattia, che aveva mietuto milioni di vittime, sta ricomparendo nel nostro Occidente. La vera allerta è in Russia, Africa e Asia, dove il “mal sottile” stronca ancora tante vite. Le cause del suo ritorno in Europa sono: Aids, emigrazione mal gestita, inesperienza dei medici, abuso di antibiotici.

La globalizzazione in atto la rende ancora più pericolosa perché sottovalutata e dimenticata da politici e case farmaceutiche. Riportare la malattia sotto i riflettori della medicina e dell’opinione pubblica è dunque necessario perché – passata la “fiammata mediatica” dei pericoli incombenti su coloro che andranno in Africa per i Mondiali di calcio, dove la malattia è endemica – si corre il rischio che tutto torni come prima.

I problemi sono di carattere medico e sociale. La perdita di esperienza nella classe medica si traduce in ritardo diagnostico e scorretto monitoraggio del trattamento. Infatti, pur essendo la diagnosi semplice, viene a mancare il sospetto diagnostico che dà il “la” alle procedure per stanare la malattia, inaccettabile sempre, ma sopratutto per una malattia contagiosa. Sarebbe importante perciò che le autorità sanitarie rendessero obbligatori ai medici corsi di “educazione continua in medicina e formazione a distanza” su questa malattia.

Stando al rapporto dell’Organizzazione mondiale della sanità, si apprende che una morte di tubercolosi su quattro riguarda pazienti affetti da Hiv; ciò dimostra che il rapporto tra tubercolosi e Hiv è più mortale di quanto finora calcolato, almeno il doppio. In questo senso risulta importante l’azione preventiva, come ci testimonia, tra gli altri, la dottoressa Codazzi, dell’Ospedale “Maria Regina dell’Africa” che ha svolto un’efficace azione educativo-sanitaria in attesa che venissero erogati i costosi farmaci antivirali, sostenendo l’esigenza di un comportamento diverso del proprio corpo nelle relazioni familiari per contrastarla.

In Italia si registrano cinquemila casi all’anno di tubercolosi, la maggior parte dei quali fra le persone immigrate. Per loro, certo, non aiutano leggi che allontanano i clandestini dalle cure del servizio sanitario e dalla relativa sorveglianza epidemiologica.

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