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Persona e famiglia > Famiglia

La trumpizzazione degli spiriti e il dialogo necessario

di Matteo Girardi

- Fonte: Città Nuova


Termine coniato da Christian Salmon per definire  la teorizzazione della politica del nuovo presidente statunitense Donald Trump. Dobbiamo cercare capire perchè il legame sociale si interrompe e il rancore, il pregiudizio  prevalgono sull’empatia. Intervista a Paolo Di Paolo, uno dei più noti tra i giovani narratori italiani

La trumpizzazione degli spiriti e il dialogo necessario

L’ultimo libro di Paolo Di Paolo s’intitola Tempo senza scelte (Einaudi 2016). Racconta di scelte che “incendiano l’immaginazione”, come quelle di Piero Gobetti o Federico García Lorca, scelte eroiche ma che, in effetti, sembrano poco adatte a funzionare come modello.

 

Forse perché una vita eroica non si sceglie. O forse perché il nostro tempo, «senza fedi radicali, senza certezze incrollabili, senza scrupoli di coerenza», ce ne richiede altre, di scelte, magari più simili a quella di Bartleby, lo scrivano protagonista di un racconto di Herman Melville, il quale, rispondendo ostinatamente a ogni richiesta: «Avrei preferenza di no», sembra porre un argine «al nostro essere troppo leggeri, troppo rapidi, troppo visibili». Nell’ultimo capitolo del libro, Paolo Di Paolo si sofferma, per alcune pagine, sull’aggressività che percorre il nostro tempo e cita, tra gli altri, Christian Salmon, che ha coniato l’espressione “trumpizzazione degli spiriti”.

 

A cosa si riferisce Salmon quando parla di “trumpizzazione degli spiriti”?

 

«Salmon individua nei tratti dominanti della campagna elettorale di Donald Trump, adesso dovremmo parlare di Trump presidente ed è diverso, ma nella fase della campagna elettorale c’erano degli elementi che rendevano iperaggressivi, violenti, brutali direi, il suo lessico e la sua teorizzazione della politica, e che fanno pensare a una sorta di corrente di rancore (è lo stesso rancore che leggiamo sui social network, di cui siamo ostaggio un po’ tutti) e che è stata l’effetto vincente della sua presenza sulla scena della politica americana. È stato proprio questo rancore, post-ideologico, forse addirittura anti-ideologico, questo rancore profondo, motivato da un disagio sociale, a tradursi in una mossa politica vincente. La “trumpizzazione degli spiriti” è una situazione per cui scelgo un radicalismo che fa saltare le tradizionali mediazioni, considerandole trascurabili, quasi negative in partenza».

 

E questo radicalismo può essere interpretato come il «sintomo di un declino complessivo a cui la latitanza della letteratura dal terreno politico ha contribuito»?

 

«Molti intellettuali americani non avevano minimamente colto la portata della “trumpizzazione degli spiriti”, l’hanno rubricata a problema, tutto sommato trascurabile, legato alla provincia profonda, a quelli che non contano. Hanno trascurato di interrogare la realtà, abdicando al loro ruolo, non di ideologi, ma di chi cerca di capire, di dialogare senza mettere paletti e muri, quegli stessi paletti e muri che loro, più volte, hanno stigmatizzato. Tutto questo entra in un disegno di fallimento complessivo del rapporto tra intellettuali e società civile».

 

C’è stato qualche esempio positivo di avvicinamento tra intellettuali e società civile?

 

«Mi viene in mente Dave Eggers, uno scrittore spesso identificato con l’intellettuale à la page, anche se poi lui ha dimostrato, con la sua vita e le sue scelte, di fare moltissimo, come con la scuola che ha fondato per ragazzi in difficoltà con la lettura. È andato, per un suo reportage, a un comizio di Trump; c’è andato con tanti pregiudizi, e manifestandoli tutti quei pregiudizi. Poi si è fermato e ha detto: «Io ho il dovere di capire». Questo occorre fare, e non far saltare completamente la possibilità di un dialogo».

 

C’entra qualcosa, in questo discorso su Trump, il concetto di “isolamento” di cui parli nel libro citando Destini personali di Bodei?

 

«Ken Loach, nel suo ultimo film, Io, Daniel Blake, racconta la solitudine di un cittadino britannico fiaccato dalla crisi e da un problema personale che lo espelle dal mondo del lavoro. Daniel Blake non combatte soltanto il silenzio delle caste, il silenzio della burocrazia, ma anche e soprattutto una sorta di diffidenza, di pregiudizio tra simili, una catena sociale che s’interrompe dove il rancore, il pregiudizio, la diffidenza, l’indifferenza prevalgono sull’empatia. Loach sembra quasi voglia dire: «Guardate che siamo profondamente soli, e per di più senza la possibilità di un’alleanza».

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