La triade del rock italiano

Sarà un caso, ma a pochi giorni di distanza l’uno dall’altro sono usciti tre album che certificano senz’ombra di dubbio il buon stato di salute del rock nostrano. I firmatari dell’impresa sono tre band che calcano le scene da anni, continuando a maturare lontano dai clamori e dalle isterie di un ambiente in realtà sempre più depresso. Di codesta triade, i torinesi Subsonica sono certamente il gruppo che gode di maggior popolarità, anche grazie al loro passaggio sulla vetrina sanremese di qualche anno fa. Reduci dal fortunato Amoreamatico e dal successivo live, Samuel e soci sono riapparsi sui mercati con Terrestre, il loro quarto album, il primo inciso per una major (la Virgin): un disco caratterizzato da una più spiccata attitudine energetica, dietro la quale s’intuisce l’ambizione d’installarsi definitivamente sul trono del rock italiano, tradizionalmente negato alle band dai tempi dei Litfiba. A contrastarne l’ascesa (pur senza rivalità di sorta) ci pensano i milanesi Afterhours e i cuneesi Marlene Kunz, altre istituzioni di quest’ambito, recentemente approdate al sesto album. Guidato da Manuel Agnelli l’ensemble lombardo ha appena sfornato il notevole Ballate per piccole iene (per la Mescal, la più blasonata fra le etichette indipendenti): più scure e scorbutiche rispetto a quelle dei Subsonica, le nuove canzoni degli Afterhours mostrano il lato più intellettualistico del nuovo rock tricolore, una vocazione confermata anche dalla presenza in studio di Greg Dulli già membro dei carismatici Afghan Whigs. Un disco colto nel suo minimalismo, rifinito con una maniacale attenzione al dettaglio, che ben poco concede agli appelli del mercantilismo contemporaneo, e che tuttavia, quasi al pari di Terrestre, è riuscito a sfiorare i vertici delle classifiche di vendita. A mezza via tra questi due estremi sono collocabili i Marlene Kunz, che con Bianco Sporco (Virgin) hanno confermato l’affinità elettiva con altri campioni del chiaroscurismo espressivo come Nick Cave (evocato nell’intensa La lira di Narciso) e P.J.Harvey, laddove il furore elettrico incrocia spesso un lirismo introspettivo e quasi crepuscolare. Con Gianni Moroccolo ospite di riguardo, il trio cuneese ha così festeggiato il decennale con un disco che ne suggella la definitiva maturità espressiva. Al di là delle ovvie divergenze stilistiche e dei rispetti background culturali, i tre gruppi confermano che oggi riesce a galleggiare dignitosamente solo chi ha la forza e il talento per tenere la rotta senza lasciarsi condizionare dai marosi di un mercato sempre più marginale e ondivago. Oggi più che mai occorrono rigore, e il coraggio di uscire dai cliché: come hanno fatto i Subsonica chiudendo l’album con una ninnananna spiazzante come la deliziosa Dormi, o addirittura citando il Gadda de La cognizione del dolore, come hanno osato i Marlene. In altre parole, valori come la coerenza, la costanza, il diniego del successo alla mordi e fuggi, e la ricerca continua di nuovi approdi espressivi, sembrano tornati a giocare un ruolo decisivo. La triade succitata non ha ancora l’appeal quasi plebiscitario dei grandi solisti (dal Vasco a Ligabue), né l’impatto cosmopolita delle gloriose bande anglostatunitensi, ma continua a crescere. Gli aspiranti rocker del terzo millennio faran bene ad impararne le lezioni, a meno che non vogliano accontentarsi del ruolo di meteore o di comparse più o meno colonizzate.

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