La testa del profeta

La testa del profeta
L’eterna lotta tra vero e falso, tra bene e male, trova, nella scrittura di Elena Bono il suo superamento nella dimensione del trascendente. Scrittrice e poetessa cristiana è considerata tra le maggiori autrici del Novecento. Nel corso degli anni ha trovato casa con alcune sue opere nella Festa del Teatro di San Miniato, messe in scena dall’Istituto del Dramma popolare. Quest’anno, per la 63a edizione della rassegna estiva, ecco un suo testo del 1965 mai rappresentato: La testa del profeta.

È quella di Giovanni Battista, attorno a cui si agitano torve figure. Motore delle discussioni e delle azioni, il protagonista non appare mai. Lo si intuisce imprigionato nella botola al centro della scena dove spesso convergono con lo sguardo e le parole i vari personaggi, che, per la Bono, esprimono il volto di una politica corrotta dall’interesse privato nel continuo passaggio dalle vendette familiari ai tentativi di colpo di Stato. Dalla sovrana Erodiade, costretta dalle circostanze a utilizzare ogni metodo illegale per mantenere il proprio ruolo di sovrana; al machiavellico Cusa, manipolatore di persone e tessitore di trame; al deposto sacerdote del sinedrio Anna, preoccupato dell’avanzare di un nuovo spirito religioso che possa capovolgere l’ordine vigente; al romano Scauro, figlio di una nuova politica mondana e ambiziosa; a Erode, mosso da un sentimento ambivalente di repulsione e attrazione verso il Battista. In questa schermaglia di intelligenze si muove Salomè, all’inizio infantile pedina utilizzata dalla madre e da Cusa per i loro obiettivi, e alla fine macabra vincitrice su tutti, volpe emergente e nuova regina scaltra e immorale.

Su questa furbizia del mondo fa capolino la figura di Daniele, il figlio di Cusa. Egli rappresenta lo smarrimento e la crisi di tutti coloro che avevano creduto nel profeta e nella sua capacità di rinnovare il mondo, confondendo gli empi e portando così sulla terra il regno di Dio. L’ultima scena è tra lui e il vecchio buffone Dima, anch’egli seguace, in segreto, del Battista, la cui morte segna anche la loro personale sconfitta. Pur col cuore lacerato, forse continueranno a cercare la giustizia e la verità. Nella messinscena li seguiremo attraverso una telecamera che li riprende in diretta dall’interno della chiesa della piazza, dove nel frattempo prima l’uno, poi l’altro, si sono spostati dal palcoscenico.

Suggestiva l’invenzione di Carmelo Rifici, regista di questo allestimento alquanto difficile da trasporre. Perché, va detto, il testo risente di una certa verbosità. Sicuramente avrebbe giovato operare dei tagli a favore di un maggior ritmo. Se rimane vera la nobile tensione delle pagine di Elena Bono, intense e profonde, che ci costringono alle domande fondamentali sulla libertà dell’uomo, sulle sue responsabilità, sulla sua salvezza, drammaturgicamente non trovano quel dinamismo che possa renderle fluide sulla scena. E non ha giovato neanche la scelta stilistica operata dal regista – costumi da divisa fascista (ma perché solo per alcuni?), l’architettura littorea, musichette anni Trenta in alcuni passaggi –, nel tentativo di rendere più vicino ai nostri tempi l’eterno gioco tra potere e corruzione. Da lodare l’impegnativa dedizione e la resa recitativa dell’Erode di Massimo Foschi e del Legato romano Scauro di Emiliano Masala.

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