La terra in pericolo?

Con l’attuale tasso di crescita demografica in poco meno di un secolo non ci sarà più da mangiare e soprattutto da bere per tutti. La causa primaria dei disastri ecologici già in corso e pronti a venire è proprio l’eccessivo aumento della popolazione mondiale. Questa è la provocatoria, ma non sempre convincente, tesi sostenuta da Giovanni Sartori nei suoi articoli per il Corriere della Sera, ora raccolti nel suo La Terra scoppia (1): “il nostro habitat è danneggiato dai troppi abitanti. Si può discutere su quanti troppi diventino troppi. Si può anche notare che il problema non è quanti siano, ma quanto consumino” ma a un certo punto esiste un punto di non ritorno ambientale oltre il quale l’eccesso di popolazione distrugge le proprie condizioni di vita”. In effetti, nel XX secolo la popolazione del mondo si è più che triplicata: secondo le denunce dell’Unicef, ogni giorno 30 mila bambini muoiono di malattie curabili. Sartori propone l’esempio della torta: ad ogni commensale ne tocca una fetta, ma se i commensali non fanno che crescere e la torta cresce poco o affatto, ogni fetta si riduce ad una briciola. Certo, molti danni ambientali sono dovuti anche all’inquinamento, e secondo Sartori bisogna combatterlo; lo sviluppo non tecnologico, che è a buon mercato, inquina di più, e saranno proprio i paesi attualmente più poveri, industrializzandosi, a creare la maggior quota di inquinamento; per questo a suo avviso è necessario che anch’essi siano coinvolti nella sensibilizzazione di una cultura che cerchi uno sviluppo compatibile con l’ambiente. Ma i danni all’ambiente, la modificazione del clima, e tutti quei fenomeni che si traducono in disastri permanenti quali la desertificazione e la diminuzione della disponibilità di acqua, sono legati al modello di sviluppo: è su questo, a nostro avviso, che si deve intervenire per bloccare e invertire la tendenza negativa oggi in atto; ed è ciò che Sartori non prende in considerazione. Si ha l’impressione che egli mostri una certa sufficienza per coloro che propongono soluzioni diverse dalle sue: qualunque riflessione infatti metta in discussione i comportamenti diffusi che sono all’origine di tanti dei fenomeni evidenziati, viene rifiutata sostanzialmente perché richiederebbe troppo tempo per essere attivata. Si teme quello che accadrebbe se tutti i cinesi o gli indiani iniziassero a possedere e ad usare le automobili come fanno le persone dei paesi occidentali. Ma non ci si chiede se anche i modelli di vita occidentali presentino aspetti modificabili in grado di variare il corso degli eventi. Sotto questo profilo si avverte un sostanziale pessimismo che, per così dire, dà già per persa la partita. Si preferisce quindi spostare l’attenzione e gli interventi sui paesi più poveri quasi fossero meno irrigiditi in certi stili e quindi predisposti ad accettare interventi dall’alto. Un aspetto rilevante ed efficace del metodo di analisi di Sartori è quello di cercare di presentare una visione di insieme, correlando i dati a disposizione. Isolare le variabili risulta in questi ambiti estremamente pericoloso: se il cibo si riuscisse a trovare ma l’acqua no, il disastro sussisterebbe in ogni modo. Ad esempio, se si considera che già ora una ottantina di paesi con circa 2 miliardi e mezzo di abitanti vivono in scarsità idrica, con la prosecuzione del tasso attuale di crescita in quegli stessi paesi nel giro di 25 anni una buona metà della popolazione mondiale rischierebbe di restare a secco. Altrettanto miope sarebbe limitarsi a occuparsi delle condizioni della propria nazione o realtà locale sia per l’impossibilità di bloccare i fenomeni migratori, sia perché i problemi non rimangono localizzati nel luogo dove si sviluppano. Come dimostrano vari eventi, fra cui quello recente della Sars, sono tutti fenomeni a diffusione planetaria: problemi di dimensione globale cui può corrispondere, perché sia vincente, solo una risposta globale. Infatti, e a questo punto intervengono le proposte condivisibili dell’autore, solo una soluzione politica coordinata a livello internazionale può garantire un’inversione di tendenza quale quella ottenuta grazie al ridimensionamento dell’emissione dei gas clorofluorocarburi che aumentavano in modo pericoloso il buco dell’ozono. Quel tipo di intervento ha infatti dimostrato che alcuni processi sono controllabili dalla volontà umana se questa è presente ed è coordinata. Certamente, nessuno ha una bacchetta magica e attualmente non esiste un’autorità internazionale, un governo mondiale capace di regolare l’attività di stati e multinazionali, cercando l’interesse comune, anche perché i governi più influenti (ad esempio quello statunitense) attualmente sembrano muoversi in direzioni opposte. Al di là del tono vagamente apocalittico usato in diverse pagine, indubbiamente l’analisi di Sartori crea attenzione e solleva una positiva tensione rispetto questioni essenziali per tutti: in altre parole fondamentale risulta, specialmente da parte di chiunque abbia responsabilità politiche, accettare di occuparsi dei problemi e soprattutto dell’urgenza degli stessi senza ipocrisie e comportamenti che l’autore definisce da struzzi. Nello stesso tempo però convince maggiormente la parte critica che quella propositiva. Infatti le soluzioni da lui con forza prospettate (l’uso dei vari mezzi contraccettivi, il superamento culturale e politico delle relative resistenze della Chiesa cattolica e dei paesi islamici) nella loro rapidità appaiono nello stesso tempo come attraenti e riduttive. Il giornalista Paolo Mieli, intervenendo nel dibattito, afferma che “sono l’educazione, la democrazia e la modernità che sconfiggono la natalità selvaggia” Non altro”. E il missionario Pietro Gheddo sostiene che la crescita demografica approderà a un naturale punto di equilibrio ed arresto con l’educazione e lo sviluppo. Questi sì, a noi sembra, sono soluzioni vere, per le quali vale la pena di lavorare.

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