La tempesta di un’attrice

Se le creature di Prospero della Tempesta di Shakespeare, non sono altro che fantocci tratti dalla propria fantasia, si può allora essere autorizzati a sbrigliare la sua (del regista) e la nostra (di spettatori). E, come dice ancora Prospero rivolgendosi al pubblico, lasciarsi andare all’immaginazione. Lo stesso invito vale per accostarsi alla messinscena di Antonio Latella. Eliminate alcune parti e personaggi del testo, la storia di Prospero, il duca di Milano detronizzato dal fratello Antonio in combutta con Alonzo re di Napoli, ed esiliato con la figlia Miranda in un isola deserta dove diventa mago e poeta, è invariata. Ma, a spiazzare subito è la scena: l’isola dei sortilegi diventa una pedana circolare da tiro a segno; in mezzo un carrillon con Miranda (che l’amore di Ferdinando trasformerà da giocattolo in essere umano); attorno pupazzi giganti. Siamo in una coloratissima camera dei giochi che si animerà come una giostra tra pupazzi meccanici e in carne ed ossa, mentre caleranno specchi e abiti, e scoccheranno frecce dall’alto. Qui non assistiamo più alle tempeste degli elementi della natura e delle vendette, ma a quelle interiori di un’attrice alla sua ultima recita. Per questa chiave di lettura, metafora della vita, Latella ha puntato su una grande Annamaria Guarnieri che nel ruolo di Prospero mette in gioco sé stessa raccontandosi attraverso le parole scespiriane. Sono ombre e pensieri che nascono dalla solitudine dei suoi fantasmi, e si rivestono di carne. Prospero-Guarnieri si rivede nella giovane figlia Miranda, sdoppiandosi in padre e madre; e crea i suoi incantesimi per proteggerla dall’inganno del teatro. Sono parte di lei anche lo spiritello Ariel e il mostro Calibano: il pensiero mutato in favola, il primo; il talento primordiale, il secondo (due bravissimi Fabio Pasquini e Danilo Nigrelli). Ormai orfana dei segreti del mestiere, del suo essere artista, l’attrice è mago di sé stessa, della propria verità. Nel liberare, infine, le sue creature prigioniere e chiedendo perdono, si consegna al pubblico per ricominciare con un nuovo libro della vita. Spettacolo bello e coraggioso che ricorda le sperimentazioni dell’avanguardia teatrale degli anni Ottanta (ma questo con più mezzi) col difetto di risultare a tratti poco chiaro e lambiccato. Giuseppe Distefano Al teatro Eliseo di Roma fino al 7/12, e in tournée.

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