La tangentopoli di Gogol

Fa leva su un ingegnoso impianto scenico L’ispettore generale di Gogol concepito dal regista Matthias Langhoff: una gigantesca giostra in perenne movimento che rivela scale, porte, anfratti e salotti. Assomiglia ad un labirinto kafkiano, luogo di complicati attraversamenti dove covano malefatte, loschi scambi di bustarelle e connivenze illecite, a scapito della società onesta. Una Tangentopoli di ieri e di oggi. Siamo in una città di provincia all’epoca dello zar. Funzionari e burocrati, primo fra tutti il sindaco, sono in preda allo scompiglio generale per l’annunciato arrivo di un funzionario statale incaricato di smascherare la corruzione diventata regola di vita. Il guaio è che scambiano uno squattrinato impiegato pietroburghese per l’ispettore. Ne nascono, allora, frenetici qui pro quo. Per insabbiare le malefatte ciascuno offre soldi regolarmente intascati dall’ignaro giovane, il quale, nel frattempo, amoreggia con la moglie e la figlia del sindaco. Tutti resteranno gabbati con l’arrivo del vero revisore, e smascherati come risibili personaggi d’operetta. Non è cambiato molto, purtroppo, a più di centocinquant’anni, l’andazzo della cosa pubblica. L’affondo nella cancrena della corruzione è inciso da Gogol col bisturi della risata e del grottesco, rivelando la sua universale e permanente veridicità. Perché sempre attuali risultano certi caratteri connaturati a qualsivoglia forma di potere, dall’alto in basso. E su e giù, in un’estenuante prova motoria, Langhoff fa avvicendare i corrotti, catapultandoli a turno in basso dopo aver attraversato numerose porte lungo una ripida passerella circolare. L’esaltante invenzione – insieme a molte altre – imprime ulteriore dinamicità ad uno spettacolo già denso di ritmo anche per il felice inserimento di musiche, canzoni e cori russi, oltre a immagini attinte dalla commedia dell’arte e dal cinema impressionista. E se non ci si stanca di seguire, divertiti, il continuo girare della farraginosa giostra lungo le quattro ore di spettacolo, anche l’occhio coglie sempre nuovi dettagli. Come il grande ciclorama raffigurante un michelangiolesco Giudizio Universale: riferimento alla dannazione eterna per i peccati degli avidi di ricchezza. A chiamare spesso in causa Dio supplicandolo di protezione per le sue malefatte è, d’altronde, lo stesso sindaco il quale, umiliato, si butterà in faccia una torta nella bellissima tirata finale della umiliazione. Grande sforzo produttivo per lo Stabile di Genova per festeggiare mezzo secolo di attività con l’intervento di un regista di fama europea e di un folto cast di attori anche di lingue diverse, tra cui primeggia un memorabile Eros Pagni nel ruolo del primo cittadino, affiancato da Jurij Ferrini – fra lo stralunato e l’ambiguo innocente – e da una travolgente Muriel Maryette. Uno spettacolo da non perdere soprattutto per politici e notabili, i quali potrebbero ricavarne qualche utile riflessione. All’Argentina di Roma. Al Teatro Strelher di Milano dal 13 al 30/3. Apettando Godot, di Samuel Beckett. Un nuovo allestimento del capolavoro di Beckett, a 50 anni esatti dalla prima assoluta parigina. Il regista Michele De Marchi è anche l’interprete del vagabondo Estragone che forma col Vladimiro di Roberto Abbati, una coppia perfetta: ansioso, materno, cautamente ottimista l’uno, infantile, distratto, melanconico l’altro. Parma, Teatro Due, fino al 30 marzo.

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