La storia secondo Villari

È morto lo studioso famoso per le sue ricerche sull’età moderna e contemporanea, ma soprattutto per il suo manuale, sul quale hanno studiato generazioni di studenti. Le polemiche per le accuse di parzialità.

Lo storico Rosario Villari è morto ieri a Cetona, nel Senese, a 92 anni. Era uno dei maggiori specialisti italiani dell’età barocca e della questione meridionale dalle origini fino al ‘900 e alla storia repubblicana del nostro Paese.

A questi temi, in oltre 50 anni di studi, Villari aveva dedicato saggi, ricerche e contributi rimasti a tutt’oggi fra i capisaldi della storiografia dell’età moderna e contemporanea, noti e apprezzati in Italia e all’estero. Ma celebre, pure a livello popolare, lo studioso calabrese lo era diventato soprattutto per il suo Sommario di storia, “il” Villari, il diffusissimo manuale che ha accompagnato diverse generazioni di studenti e d’insegnanti italiani, uno dei più adottati e diffusi fra i testi scolastici analoghi, come quelli non meno usati di Giorgio Spini e di Armando Saitta, tutti concepiti per la scuola superiore.

Durante il ventennio berlusconiano, nel clima neoliberale e conservatore di una certa parte della cultura italiana, il manuale di Villari è stato messo più volte, dai media, da studiosi, giornalisti o politici, sul banco degli imputati, accusato di aver contribuito potentemente alla creazione dell’egemonia (per qualcuno dello strapotere) culturale della sinistra e del marxismo nel nostro Paese.

In effetti Rosario Villari marxista lo era, dichiaratamente, anche se aperto, “all’occidentale”, ed era pure membro del comitato centrale del Pci. Inoltre fu deputato eletto nelle liste di quel partito nella VII legislatura, dal 1976 al ’79, e lo affiancò per decenni nelle sue battaglie politico-sociali con articoli, comparsate tv, dichiarazioni, prese di posizione e quant’altro.

Quindi non sono del tutto ingiustificate né bizzarre le critiche secondo cui nel manuale storico di Villari, assorbito in tanti anni da centinaia di migliaia di giovani, ci sarebbe troppa ideologia e parzialità nell’esposizione delle vicende, nell’interpretazione dei processi storici o nella descrizione dei protagonisti. Lo storico è uno scienziato, uno studioso che è o dovrebbe essere rigoroso, obiettivo il più possibile, scientifico appunto. E ancora di più se scrive e pubblica per la scuola, i giovani, i cittadini di domani.

Nella tradizione italiana c’è sempre stata troppa ideologia, troppa affiliazione a questa o quella matrice politico-filosofica negli storici. Pur mantenendo la nostra identità, dovremmo imparare di più dal pragmatismo anglosassone, da un Toynbee, da un russo anglicizzato come Rostovzev.

Del resto, incredibile dictu, fu proprio Villari a dar ragione ai suoi detrattori, quando invece di respingere le accuse (chi è ideologizzato non se ne vergogna ma anzi ne mena vanto) replicò pressappoco: «I miei libri di storia sono faziosi? Bene, scrivetene altri voi se siete più bravi!». Un guanto di sfida che ancora attende di essere raccolto.

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