La stella che non c’è

¦ A Napoli un altoforno viene dismesso e venduto a un’acciaieria cinese. Il capo manutentore dell’impianto, accortosi di un difetto, vola in Cina per consegnare ai nuovi proprietari un pezzo opportunamente modificato in grado di risolvere il problema. Se Gianni Amelio avesse voluto fare un film sull’identità negata del lavoro operaio in questo inizio di millennio probabilmente avrebbe scelto una storia come questa. Ma il regista di Lamerica sceglie un gioco più sottile e stringe l’obiettivo sull’uomo più che sull’epoca, trasformando il caparbio girovagare del tecnico alla ricerca della fabbrica che ha acquisito il suo impianto in un’intima odissea dell’anima. Vincenzo Buonavolontà assume così i contorni di un personaggio pirandelliano che, proprio nella volontà di interpretare fino in fondo il proprio ruolo nella società, finisce per metterne in crisi valori e convenzioni. Affronta lo sforzo immane di questo viaggio da solo, con il solo aiuto della giovane traduttrice Liu Ha e sostenuto dall’ostinato ottimismo di chi sa di essere nel giusto, come se la sua condizione di tecnico coscienzioso bastasse da sola a superare gli ostacoli del viaggio, chiarire le incomprensioni e aprirgli tutte le porte. Trascinando in lungo e in largo per la Cina la sua centralina idraulica modificata, Vincenzo scopre poco a poco che ciò che ha intrapreso è un ultimo disperato tentativo di trovare un senso alla sua vita, di prolungare il più possibile l’illusione delle sue certezze. Splendidamente fotografato da Luca Bigazzi, questo intenso e dolente road movie cattura per la sua essenzialità che emerge con forza da un taglio documentaristico che nulla lascia alla spettacolarizzazione. Sono andate perse quelle tracce di manierismo con cui Amelio aveva intessuto altri suoi lavori simili, per tematiche e ambientazione, come Lamerica e Così ridevano, e i due protagonisti monopolizzano lo schermo lasciando in secondo piano il resto. Rimane una certa perplessità per alcune scorciatoie che Amelio sceglie di percorrere forse per mantenere la compattezza del film, ma che finiscono per indebolire proprio il personaggio principale, disegnato in maniera troppo netta, complicando non poco la progressione narrativa, specie all’inizio. Ma sono limiti che non pregiudicano la bontà di un’opera con la quale Gianni Amelio si conferma tra i maestri del cinema italiano e che avrebbe sicuramente meritato qualcosa di più alla Mostra di Venezia, dove ha avuto una poco giustificata tiepida accoglienza. Regia di Gianni Amelio; con Sergio Castellitto,Tai Ling. Cristiano Casagni

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