La speranza fa vivere

Uscendo dall’aereo sono investito da un forte vento torrido. Il sole di mezzogiorno picchia deciso da un cielo terso. Sono pronto per un’altra ispezione capillare da parte della polizia come quella che ho dovuto subire a Miami, dove mi hanno controllato perfino le scarpe, il cappello, il computer” E invece vengo prelevato da un funzionario ancora prima di entrare nell’edificio dell’aeroporto e condotto nella sala dei vip dove mi attende il nunzio, mons. Luigi Bonazzi. Saliamo sulle colline che circondano la città. La nunziatura è a oltre cinquecento metri d’altezza. Ci apre un guardiano sorridentissimo e armato di fucile. Al di là del portone di ferro uno splendido giardino verde, dove la natura tropicale ha profuso tutti i suoi colori. Sono qui su invito del nunzio, per incontrare la Chiesa haitiana. Prima di iniziare conferenze e lezioni ho un giorno di riposo per adattarmi al clima e smaltire le sette ore di differenza di fuso orario. Port-au-Prince e la sua miseria infinita Attraversiamo le baraccopoli della periferia, verso il centro città. Credevo di essere un buon autista fino a quando non ho visto Noël che sta guidando la macchina diplomatica. Sa scansare le buche, ferma al momento giusto davanti a un dosso improvviso, schiva con disinvoltura bus e camion fermi in strada per un semiasse rotto o una ruota forata, si districa tra auto sgangherate che viaggiano per miracolo. Intanto mi giro attorno e inizio a guardare il mondo variopinto della città: le donne con sulla testa grandi ceste o bacinelle di alluminio stracariche di tutto l’immaginabile; gli uomini con le carriole, il più comune mezzo di trasporto; i bambini e le bambine con le taniche d’acqua; i negozi del marciapiede: un cesto per terra, ago da calzolaio, una pentola con del cibo cotto, un mucchietto di carbone; le carcasse di aiuto lasciate non importa dove; i venditori d’acqua agli angoli delle strade, le frotte di ragazzi che escono da scuole con le uniformi, gli uomini armati di fucile che montano la guardia alle case dei ricchi; e il cielo limpido che sorride su tutti; gli alberi tropicali che danno ombra a tutti, con generosità” È uno sguardo troppo superficiale il mio; chissà quante cose belle si nascondono dietro quei muri anneriti su cui sono esposti pochi capi di vestito di una boutique improvvisata; chissà che mondi di festa appariranno dietro i cancelli custoditi da uomini armati e contornati da donne sedute per terra a vendere un cesto di manghi… Forse non sarei dovuto scendere subito in città, avrei dovuto aspettare per assuefare l’occhio a questo mondo di povertà. Port-au-Prince oggi mi espone sulla strada soltanto la sua miseria infinita. Sa nascondere due milioni di persone in casupole col tetto di lamiera. Mi ha ricordato Kinshasa, nel Congo. Mi pare un lembo d’Africa trapiantato in Centro America. Haiti, la perla delle Antille: una perla nera. “Non potremmo andare in centro città?”, suggerisco con un filo di speranza. “Ci siamo già”, mi rispondono. Non vedo i monumenti. O meglio, eccone due, se così posso chiamarli: la cattedrale (chiusa e recitata con filo spinato) e il palazzo del presidente, con le vie adiacenti sbarrate dai bidoni. Il resto, una desolazione. Neppure nella via principale riesco a scorgere un negozio che ai miei occhi appaia decente, un angolo bello. Mi guardo ancora attorno alla ricerca di qualcosa di bello. Vedo bambini e bambine con la tanica d’acqua in testa. In una città senz’acqua camminano e camminano” Sono i rest avec, i tanti bambini e bambine (100 mila mi dicono) che le famiglie, specialmente quelle della campagna, non possono mantenere e che mandano a servizio da altre famiglie, quasi piccoli schiavi. La povertà e la miseria e le baracche le ho viste in tutte le grandi città, ma in tutte le altre città i poveri possono godere di edifici belli, di negozi, di grandi magazzini dove vanno a passeggiare, a sognare, a godersi l’aria condizionata, a sentire la musica. Qui non vedo niente di tutto questo. Anche qui ci saranno sicuramente cose belle. Basterà assuefare l’occhio. Ma oggi Port-au-Prince non me le vuole mostrare, me le tiene nascoste. Davvero, mi rendo conto, Haiti, “la prima nazione nera”, è il paese più povero di tutta l’America. Ho trovato qualcosa di bello Non mi do per vinto. La mattina dopo lascio la nunziatura molto presto, alla ricerca di quel qualcosa di bello che ieri non ho trovato. Portau- Prince, nata sul mare, si stende su una piana circondata da colline che salgono gradatamente fino a oltre duemila metri. La città, con le sue baracche, si arrampica su, verso la montagna. La nunziatura ne è l’ultimo lembo. Ieri abbiamo voltato a sinistra, e siamo scesi giù fino al centro città. Questa mattina esco a piedi, da solo, e volto a destra, per salire sulla montagna. Dopo appena dieci metri la strada è bloccata da uomini armati. Si entra in un altro mondo: sono le ville dei ricchi che salgono fino ai mille metri. Un’altra città. Un abusivismo spaventoso. Per la verità nessun reato, perché non c’è nessuna legge, nessun piano regolatore. Ognuno costruisce dove vuole e come vuole. Cemento a sfare, muraglie ciclopiche in pietra, strade praticabili solo con fuoristrada” Nonostante lo scempio che l’uomo è capace di perpetrare, la natura dei tropici non si lascia facilmente debellare e continua a esprimersi con ciuffi di bambù altissimi, palme, alberi, fiori” Forse perché è presto, forse perché è domenica, non vedo anima viva. Cammino e corro per più di un’ora. Incontro un contadino con quattro capre e poi un altro con quattro vitelli più magri di lui. Chissà quanta gente lavora in queste ville: guardiani, giardinieri, cuochi” è una manodopera così a buon mercato. D’improvviso, nel silenzio del mattino, sento cantare uno spiritual melodioso da una voce bellissima. Seguo la voce e scorgo finalmente una donna tra i piloni di cemento di una villa in costruzione. Quando si accorge della mia presenza mi sorride, continua a cantare e accenna le movenze di una danza, accompagnandosi col battito delle mani, quasi un invito a partecipare alla sua gioia. Lascio che termini e le rivolgo la parola. È la guardiana della villa la cui costruzione è stata interrotta da tempo. In quello scheletro di cemento, con i ferri rugginosi che spuntano da tutte le parti, ha messo insieme alcuni mattoni e ha costruito un piccolo riparo. Là dentro sei figli stanno ancora dormendo. Lei è fuori con alcune pentole, tra la polvere del cemento, per iniziare la giornata. Ci sarà da andare a prendere l’acqua, chissà quanto distante, da procurare il cibo, da cucinare, da lavare” Ha indosso due stracci vecchi. Sul volto si riconosce ancora una bellezza ormai bruciata dagli stenti. E canta, da sola, nel primo sole del mattino. E sorride, e danza… “È questa la sua casa?”, le domando. “No, abito qui come custode, non ho una casa mia. Ma forse riesco a mettere da parte qualcosa e potrò costruire una stanzetta tutta per noi”. Ricordo un proverbio di Haiti: “La speranza fa vivere”. Ho trovato qualcosa di bello. Nei giorni seguenti salgo di nuovo sulla montagna, quasi attratto dal suo fascino. Lascio la strada e mi inoltro per i sentieri alla ricerca del mondo che mi immagino brulichi al di là delle grandi ville. La montagna non tarda ad aprirmi spazi nascosti: casette e capanne disseminate ovunque, e gente, e gente, e gente… Gli uomini, senza lavoro, giocano a carte, le donne sono attorno alla loro pentola, le ragazze si fanno le treccine, i bambini guizzano irrequieti come dappertutto” Qualcuno cura il mais in un campicello di stenti, pietroso. Tutti mi salutano con calore. “Vieni qua, uomo bianco”, mi sento ripetere più volte, e inizio a scambiare due parole. I ragazzini mi si appiccicano dietro, nonostante il mio passo svelto. Un assembramento più numeroso si forma attorno ad una ricevitoria del lotto (un ragazzo ha un banchetto, uno sgabello e un blocchetto di numeri di una lotteria che si estrae a New York). Mi faccio raccontare come vivono, così apprendo che ragazzi e ragazze fanno due, tre ore al giorno per andare a scuola e due per tornate, a piedi naturalmente. “E la domenica?”, domando. Vanno tutti in chiesa, che è lì vicino, la “Chiesa di Dio”, una delle tante chiese protestanti. Allora chiedo di cantarmi uno dei loro canti” e parte il coro e canta di Gesù, in creolo, con parole che non comprendo, ma che dicono la loro speranza” Ho trovato qualcosa di bello ad Haiti, la sua gente.

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