La soluzione è nei Comuni

I progetti finanziati dal Fondo nazionale per le politiche e i servizi dell’asilo, che costituiscono la rete dello Sprar, sono stati 652 rendendo disponibili 26.012 posti per circa mille enti locali complessivamente coinvolti nell’accoglienza.

Non sono soli i Sindaci che accolgono migranti e richiedenti asilo. Non sono soli quelle mille amministrazioni comunali italiane che, molto spesso in accordo con parrocchie e associazioni locali, con pezzi attivi di comunità, scelgono di ospitare stranieri che arrivano in Italia scappando dall’Africa, da guerre e ingente povertà.

Non sono soli. Lo dimostrano i dati dell’Atlante Sprar 2016, elaborato dall’Anci, presentato nei giorni scorsi. Nel 2016 i progetti finanziati dal Fondo nazionale per le politiche e i servizi dell’asilo, che costituiscono la rete dello Sprar (i progetti gestiti direttamente dai Comuni), sono stati 652 rendendo disponibili 26.012 posti in accoglienza per circa mille enti locali complessivamente coinvolti nell’accoglienza. Sicilia e Lazio restano le due regioni in cui si registra il maggior numero di persone in accoglienza (oltre il 19% sul totale delle presenze a livello nazionale) seguite da Calabria (10%) e Puglia (9,7%). Delle oltre 34 mila persone in accoglienza nello Sprar, il 47,3% è richiedente protezione internazionale, il 28,3% titolare di protezione umanitaria, il 14,8% titolare di protezione sussidiaria, mentre il 9,6% ha lo status di rifugiato. Nigeria (16,4%), Gambia (12,9%) e Pakistan (11,7%), sono le tre nazionalità maggiormente rappresentate tra le persone in accoglienza. Da 977 posti di accoglienza destinati ai minori stranieri non accompagnati nel 2015 si è passati a 2.039 nel 2016 rendendo possibile l’accoglienza complessiva di 2.898 minori stranieri non accompagnati a fronte dei 1640 dell’anno precedente.

Dati che dimostrano quanto (tanto, tantissimo) stia facendo l’Italia in particolare con i sistemi dell'”Accoglienza diffusa”. Associazioni dei Comuni come Anci e Uncem (Comuni montani) spingono da anni su questa modalità: non solo grandi città coinvolte, ma anche la rete dei piccoli e piccolissimi Comuni, in particolare delle aree interne del Paese. Come Priero o Ostana, nel Cuneese, 200 abitanti il primo, 80 il secondo. Venti giovani richiedenti asilo ospitati in totale, a milleduecento metri di altitudine, in due diverse vallate alpine. Lavorano e aiutano sindaci e amministrazione. Loro, Priero e Ostana, hanno risposto alle chiamate dei Prefetti, per l'”accoglienza in emergenza”, che si differenzia dallo Sprar nelle modalità di organizzazione ma garantisce comunque ottimi risultati. Proprio come avviene in tanti altri Comuni italiani, i Sindaci hanno “montato” direttamente progetti di accoglienza. Hanno coinvolto le associazioni, hanno spiegato alla comunità questo cambiamento. E hanno avuto ragione.

Non vanno lasciati soli. Perché, nonostante la determinazione personale, non devono rischiare di cadere nella rete della demagogia che dice no, che parla di invasione, che ritiene i migranti africani “ruba lavoro” agli italiani. Tutte storie che circolano troppo spesso sui media. Storie che rischiano di contagiare altri Sindaci pronti a fare il primo positivo passo.

Anche per questo la Prefettura di Torino ha voluto un seminario aperto proprio ad amministratori locali. Venerdì 30 giugno il Prefetto Renato Saccone ha messo insieme buone pratiche e dati tecnici per aiutare i Sindaci. Ripete anche lui: devono fare rete, devono riconoscersi in una rete.

Se così non fosse, se così non sarà, la trappola della negazione populista all’accoglienza è dietro l’angolo. Sono molti a non voler credere a chi riconosce in molte sconfitte elettorali nell’ultima tornata amministrativa una motivazione legata all’accoglienza dei migranti, ammessa e voluta da quei candidati sindaco che poi hanno perso. Eppure, se anche così non fosse, se le intenzioni del corpo elettorale si muovessero su indicatori molto diversi da quelli relativi all’accoglienza sì versus accoglienza no (favorendo quest’ultima scelta), i dubbi e le perplessità possono avere un effetto domino. Se apro le porte del mio comune, del mio borgo, manterrò il consenso? Saprò guidare la comunità attorno alla scelta e farla condividere? Quante ondate di demagogico populismo contrario all’accoglienza dei migranti dovrò affrontare? Queste e altre domande circolano tra sindaci e amministratori. Giuste o sbagliate, hanno bisogno di quella rete auspicata da Anci, da Uncem, dai Prefetti, da chi oggi crede nell’impegno per l’accoglienza diffusa. Quei Comuni italiani, anche i più piccoli cuore del Paese, hanno bisogno di aiuto. Di conoscere le buone pratiche. Di sapere come si fa e come possono non essere soli. «La soluzione è nei Comuni. Se ogni Comune facesse la sua parte, una parte nell’accoglienza, avremmo risolto il problema», ha ripetuto ancora nelle ultime ore il ministro Minniti. Già, vero. C’è un grande lavoro da fare, soprattutto nel consolidare il rapporto tra Stato e Comuni, non solo però per superare l’emergenza migranti. La coesione e la sussidiarietà istituzionale deve essere sempre il perno della democrazia.

 

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