La società aperta e il cammino della modernità

I popoli della Terra che vivono in condizioni di libertà e democrazia sono ancora una minoranza. È il dato che emerge se non ci si ferma alla lettura delle Costituzioni, ma si va a verificare le effettive condizioni di vita e l’esercizio quotidiano dei diritti civili, politici e sociali. Karl Popper, nella sua opera La società aperta e i suoi nemici, criticando i regimi totalitari, ma soprattutto il modo di pensare che, a suo avviso, li aveva generati, usò il concetto di “società aperta”, per indicare la democrazia basata sui diritti individuali e il rispetto delle regole: una costruzione politica che, secondo Popper, emerge in età moderna e contemporanea, rompendo drasticamente con i regimi autoritari o totalitari del passato. Rocco Pezzimenti ha scavato nel concetto di “società aperta”, dimostrando che, contrariamente a quanto affermava Popper, il progetto della società aperta non è un “miracolo” che viene fuori negli ultimi secoli col liberalismo, ma è molto antico. Popper criticava Platone e Aristotele, considerandoli fondatori di un tipo di pensiero che dà origine alle società chiuse; e criticava tutto il filone di pensiero che, successivamente, si è rifatto ad Aristotele, come la Scolastica medievale. Se la critica di Popper fosse esatta, le grandi tradizioni dell’Occidente, compreso il cristianesimo, sarebbero estranee al pensiero democratico. Pezzimenti ha invece dimostrato che il pensiero giuridico romano fornisce alcune basi fondamentali all’idea di società aperta, e che anche un certo itinerario del Medioevo ne sviluppa i presupposti. Queste tesi sono contenute in un primo libro dedicato da Pezzimenti a questo argomento (La società aperta e i suoi amici), libro nel quale sono pubblicate, d’accordo con Popper, alcune lettere nelle quali quest’ultimo accetta la prospettiva di Pezzimenti. Il pensatore italiano ha proseguito la sua indagine, raccolta nel recente libro La società aperta nel difficile cammino della modernità (pubblicato a Roma dall’Editore Rubbettino). Abbiamo posto a Rocco Pezzimenti alcune domande su questo argomento che sta al centro non solo dell’interesse degli studiosi, ma anche dei problemi politici contemporanei. Prof. Pezzimenti, cominciamo col chiarire che cosa si intende con “società aperta”? “Per Popper una società aperta è anzitutto tollerante, con tutti, tranne che con gli intolleranti. È una società dei diritti, non statici, ma che possono via via essere intesi in modo migliore e se ne possono aggiungere altri. Infine, è basata sul rispetto delle regole, che possono venire cambiate ma devono essere osservate: il potere non ha spazio per l’arbitrio”. All’interno del suo lavoro sembra di cogliere una sorta di preoccupazione: mi sbaglio? “No. La preoccupazione è questa: la società aperta e gli ideali di libertà e democrazia, attraversano la storia con molta difficoltà, sono fragili e vanno difesi. Per questo, bisogna evidenziarne la grandezza ma anche, allo stesso tempo, mettere in luce i pericoli che corrono. Il secolo che abbiamo alle spalle è caduto in questi pericoli. Ma anche nell’Europa di oggi abbiamo paesi che fino a poco tempo fa mantenevano la pena di morte, e non si sa con quale convinzione l’abbiano tolta: mi chiedo se non sia stato per mera convenienza, per poter entrare nell’Unione europea. “La preoccupazione è, insomma, quella di mantenere la società aperta; e a questo scopo l’impianto di Popper mi appare insufficiente. Io ritengo che le regole, pur essenziali, da sole non bastino a definire una vera democrazia: debbono essere integrate da precisi contenuti”. Quali sono i principali? “Anzitutto la persona: è un concetto inesistente al di fuori della cultura cristiana; e dovremmo abituarci maggiormente ad usare questo termine al posto di “individuo”. “Individuo” dice poco della vera identità di un soggetto umano; esprime una unità numerica che può essere tranquillamente sostituita nelle sue funzioni. “Persona”, invece, indica un’identità che è anche metafisica, un’identità insostituibile. Il taxista che mi ha portato qui stava andando alla discussione della tesi di laurea di suo figlio: mi ha dato il passaggio solo perché era di strada. Per me, prendere quel taxi, o uno guidato da un altro “individuo”, non cambiava nulla; ma per il ragazzo che deve discutere la sua tesi non sarebbe stata la stessa cosa se fosse andato un altro al posto di suo padre: egli attendeva la “persona” di suo padre. “Individuo” e “persona” non sono termini intercambiabili. “Per me, il soggetto di riferimento della società aperta dev’essere la persona, non l’individuo; l’individuo è sostituibile, la persona no; e questo costringe la società a rispettare le singolarità, le differenti esigenze e responsabilità legate ai diritti e ai doveri”. Un altro contenuto che lei ritiene essenziale alla società aperta? “L’intelligenza, e mi spiego. Antonio Rosmini distingueva fra l’intelligenza pratica delle masse da quella speculativa dei singoli. Per Rosmini, la società aperta non è quella che fa crescere solo un certo tipo di intelligenza, quale potrebbe essere, ad esempio, la conoscenza diffusa che abbiamo oggi, e che è certamente superiore rispetto al passato. Ma è quella che salvaguarda l’intelligenza creativa, cioè quella che fa realmente progredire la società. Quando la società perde la sua creatività, si isterilisce, cioè diventa chiusa. “La società aperta, dunque, non è soltanto quella che cambia, che evolve: è quella che sceglie il modo con il quale evolvere, basandosi sull’intelligenza creativa, che comporta la collaborazione e l’interazione consapevole fra le persone. Ci potrebbe infatti essere una evoluzione, ma sulla spinta di forze legate agli interessi più forti, che procurano solo una crescita di beni materiali, ma non della libertà e della consapevolezza. “La società aperta, in altri termini, non può essere descritta solo come un insieme di regole formali, ma anche in base a deicontenuti, altrimenti non rimane aperta a lungo. Esistono casi di società aperte che sono degenerate in sistemi chiusi e totalitari”. Può fare degli esempi? “L’esempio dell’antica repubblica romana è forse il più famoso; ma pensiamo anche ai comuni medievali, degenerati col tempo in signorie e principati: il che dimostra che anche il medioevo era un’epoca ad un tempo chiusa ed aperta. L’importante, in queste valutazioni, è non accontentarsi di definizioni troppo standardizzate e generiche quando riguardano epoche e fenomeni complessi. Pensiamo al “medioevo” o all'”illuminismo”: al loro interno esistono differenze molto profonde. Il Medioevo è spesso descritto come un periodo di buio: ma gli ordini religiosi già nel millecento-milleduecento eleggevano democraticamente i propri superiori: l’idea della libertà e del rispetto delle regole era già presente nel cuore della cultura cristiana medievale. L’illuminismo, poi, raccoglie espressioni così diverse fra loro che sarebbe più corretto parlare di “illuminismi”. Facciamo, ancora, il caso del socialismo. Siamo spesso portati ad identificarlo con una linea di pensiero che ha portato a dei regimi oppressivi; invece, anche in questo caso bisogna distinguere fra diverse forme di socialismo, alcune delle quali hanno dato dei validi contributi alla realizzazione della società aperta”. Bisogna costatare che tra la società aperta di Popper e la sua, si stanno accumulando notevoli differenze… “Sì. La posizione popperiana è fortemente critica nei confronti della religione; egli disse che si fidava unicamente della ragione, ma di una ragione che egli intendeva in modo, per così dire, depotenziato rispetto al valore che la tradizione ha dato all’intelligenza umana. Per capire questa reazione – che è essenzialmente reazione ad alcuni aspetti che il cristianesimo ha assunto nella storia – bisogna tenere conto che il cristianesimo ha avuto al proprio inter- no due correnti fondamentali che possiamo far risalire nel tempo a due capostipiti: Eusebio di Cesarea, da una parte, Agostino dall’altra. In Eusebio politica e religione arrivano ad un tale punto di confusione, che ogni decisione politica finisce per avere una giustificazione religiosa: il cesaropapismo nasce lì. Invece la posizione agostiniana, che continua ad essere un tratto caratterizzante della nostra modernità, stabilisce una distinzione essenziale fra i due ambiti: politica e religione possono collaborare, ma la religione è una specie di sentinella, che sa di non potersi sposare con la politica. Queste due correnti sono entrate in contrasto fin dal Medioevo. Nella stessa modernità non troviamo affatto soltanto elementi utili alla società aperta, ma anche filoni culturali che preludono a società chiuse”. Da questo punto di vista, dunque, non ha senso contrapporre il cristianesimo alla modernità? “Bisogna distinguere. A mio avviso, il filone di pensiero che si sviluppa da Agostino – rispetto a Eusebio – è quello più autenticamente cristiano, e che può dare alla società aperta un importante alimento. Il fondamento della libertà è religioso e metafisico. Se vi rinunciamo, ritorniamo all’idea della libertà per diritto (che è poi il diritto di chi vince), o della libertà per natura come la concepivano i greci (che distingueva la natura del libero da quella dello schiavo). Nel cristianesimo la libertà è fondata sulla scoperta di essere tutti ugualmente figli di Dio: ed è questa verità che dà fondamento alla libertà: “la verità vi farà liberi”. Ricordo che Paolo VI disse, in un “Angelus” che ascoltai personalmente, che l’Europa aveva dato l’idea di democrazia al mondo, e che ora andava cercando un’idea di democrazia per costruire la propria unità; concludeva il papa: “l’Europa o sarà cristiana, o non sarà”. In che senso intendere queste affermazioni? Nel senso che prima delle affermazioni di san Paolo, che scriveva ai Galati che non c’è differenza fra giudeo e greco, fra donna e uomo, fra libero e schiavo, non trovo, nella storia delle idee, una affermazione di libertà e di uguaglianza così ampia. Credo che noi europei abbiamo smarrito il senso religioso e metafisico della libertà; e senza questo fondamento, la libertà è in pericolo”. Ma allora dovremmo diventare tutti cristiani per poter vivere nella società aperta? “Ci sono elementi del cristianesimo indispensabili per la democrazia. La radice cristiana va riconosciuta anche da parte di coloro che non credono: non basta avere ricevuto nella propria cultura un principio originariamente cristiano, perché c’è sempre il rischio di manipolarlo, di impoverirlo; il riferimento al cristianesimo è necessario perché, di generazione in generazione, si continui a dare a quel principio tutto il suo contenuto. Teniamo anche conto che la verità di cui Cristo è portatore è un itinerario da percorrere; questo vuol dire che la verità si comprende sempre meglio nel corso della storia, e non va imposta agli altri, ma testimoniata, e realizzata insieme a loro. È questa testimonianza dei cristiani che tiene in piedi la società aperta e consente agli altri non solo di goderne, ma di unirsi ai cristiani nel perfezionarla “.

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